Domani, alle 19, ci sarà l’assemblea per i 100 giorni del presidio permanente per la Palestina, a cui parteciperanno anche Sinistra Anticapitalista e Brescia Anticapitalista. Pubblichiamo l’articolo di Filippo Ronchi uscito sul blog “La Brescia del Popolo” (il blog di Potere al Popolo di Brescia).

CENTO GIORNI CONTRO L’OBLIO

di Filippo Ronchi

Sabato 29 agosto il Presidio permanente per la Palestina di Brescia compie cento giorni. Nato il 20 maggio, il giorno successivo alla manifestazione per la liberazione dei volontari della Sumud Flotilla, il presidio ha continuato da allora a ritrovarsi ogni giorno, per un’ora, in piazza Vittoria o in Largo Formentone.

All’iniziativa per i Cento Giorni parteciperà anche “Potere al Popolo!” di Brescia e provincia, insieme alle diverse realtà e ai cittadini che in questi mesi hanno sostenuto la mobilitazione.

Cento giorni sono tanti. E proprio la durata del presidio suggerisce una domanda che va oltre l’appuntamento bresciano: perché continuare? Perché ostinarsi a tornare ogni sera in una piazza quando Gaza, che per mesi aveva occupato televisioni, giornali e soprattutto i nostri telefoni cellulari, sembra essere progressivamente scomparsa dall’ orizzonte quotidiano?

A prima vista quella di chi persevera nel denunciare le atrocità che gli Israeliani continuano a commettere impunemente in Palestina potrebbe apparire quasi una forma di follia. In realtà dietro questa apparente follia c’è una logica straordinariamente razionale: non smettere di parlare proprio quando gli altri preferiscono stendere il silenzio sulla tragedia tuttora in atto.

Perché Gaza non è scomparsa. È scomparsa, in larga misura, l’ attenzione dell’opinione pubblica su Gaza.

QUANDO GAZA BUCÒ LO SCHERMO

Per molti mesi era accaduto qualcosa di insolito. Le immagini provenienti dalla Striscia avevano in qualche modo bucato la tela del controllo dell’informazione. Telefoni cellulari, giornalisti, operatori umanitari e semplici cittadini avevano riversato sulla rete una quantità impressionante di testimonianze. Case sventrate, ospedali colpiti, bambini estratti dalle macerie o fatti a pezzi, famiglie sterminate, uomini e donne alla ricerca di acqua e di cibo.

Immagini terribili, che avevano raggiunto direttamente milioni di persone soprattutto attraverso Facebook, Instagram, Threads, TikTok e X. Un flusso ininterrotto.

Era diventato difficile non vedere.

Ed era forse proprio questa una delle novità di Gaza: una guerra raccontata quasi in tempo reale anche dalle sue vittime, capace per qualche tempo di sottrarsi almeno in parte alla mediazione dei grandi apparati dell’informazione.

Poi qualcosa è cambiato.

Non a Gaza, dove, come ricorda il comunicato del presidio di convocazione di una conferenza stampa per celebrare I Cento Giorni di mobilitazione, bombardamenti, uccisioni e distruzioni sono continuati, insieme alle violenze delle soldataglie israeliane e all’espansione degli insediamenti dei coloni fanatizzati in Cisgiordania.

È cambiato ciò che noi vediamo, soprattutto dopo la tragica farsa trumpiana del cosiddetto “Accordo di Pace” firmato a Sharm el Sheikh a metà ottobre 2025.

GAZA SCOMPARE DALLO SCROLLING

Chiunque utilizzi quotidianamente i social network può averne ricavato una sensazione: quelle immagini che per mesi sembravano inseguirci sono diventate molto più rare.

Abbiamo molte prove di qualcosa di complesso.

I social network non sono finestre trasparenti aperte sul mondo. Quello che vediamo viene selezionato. Gli algoritmi stabiliscono continuamente quali contenuti proporci sulla base delle nostre precedenti interazioni, del tempo trascorso davanti a un video, delle condivisioni, delle reazioni e della probabilità che un contenuto riesca a trattenerci ancora qualche secondo davanti allo schermo.

A questo si aggiungono i sistemi automatici di moderazione.

Human Rights Watch ha documentato già nei primi mesi della guerra più di mille casi di rimozione o limitazione di contenuti riguardanti la Palestina su Facebook e Instagram: cancellazioni, restrizioni alle condivisioni, esclusioni dalle raccomandazioni e forme di riduzione della visibilità riconducibili al cosiddetto shadow banning.

Studi successivi hanno continuato a rilevare problemi analoghi nella circolazione dei contenuti palestinesi.

E nasce un paradosso quasi perfetto: le immagini che meglio documentano l’orrore della guerra sono anche quelle che più facilmente possono essere classificate dai sistemi automatici come contenuti violenti o sensibili e, proprio per questo, subire limitazioni nella diffusione.

NON SERVE UN GRANDE CENSORE

È qui che la questione diventa forse ancora più inquietante. Non è nemmeno necessario che qualche Grande Censore Occulto decida di far scomparire Gaza dai nostri telefoni.

È sufficiente che una fotografia venga classificata come troppo violenta; che una parola faccia scattare un controllo automatico; che un contenuto riceva meno interazioni; che gli utenti comincino a soffermarcisi qualche secondo in meno; che un altro argomento susciti maggiore curiosità.

L’algoritmo impara. E lentamente ciò che ieri occupava metà del nostro schermo scivola verso il fondo dello scrolling, fino quasi a scomparire. Non perché sia diventato meno importante nel mondo reale, ma perché è diventato meno competitivo nel mercato dell’attenzione.

IL CASO CREMASCHI

Non si tratta, peraltro, di meccanismi completamente estranei all’ esperienza politica bresciana. Anche il nostro  Giorgio Cremaschi, dell’ Esecutivo Nazionale di “Potere al Popolo!”, si è trovato per due volte il proprio account Facebook sospeso in coincidenza con interventi riguardanti la Palestina e il ruolo di Israele.

Come accade quasi sempre in questi casi, Meta non entra nel merito politico della decisione: comunica genericamente che determinati contenuti non rispettano gli standard della propria comunità.

Naturalmente due sospensioni del genere a pochi giorni di distanza l’ una dall’ altra mostrano però quanto enorme sia il potere esercitato da piattaforme private che sono diventate, di fatto, uno dei principali luoghi nei quali si forma la percezione collettiva della realtà e decidono che cosa possiamo vedere, secondo quali criteri e attraverso quali automatismi.

QUANDO ANCHE L’ORRORE DIVENTA VECCHIO

Ma attribuire tutta la responsabilità agli algoritmi o a Zuckerberg e Musk in persona sarebbe consolatorio. Perché gli algoritmi imparano anche da noi. Imparano dalle nostre reazioni, dalle nostre curiosità, persino dalla nostra noia.

Ed è qui che Gaza costringe a una riflessione assai più sgradevole sulla società in cui viviamo.

Siamo immersi in un flusso incessante di immagini. Consumiamo notizie, scandali, guerre, indignazioni, personaggi e tragedie con una velocità probabilmente sconosciuta a qualsiasi epoca storica precedente.

Una fotografia ci sconvolge. Dieci fotografie ci indignano. Cento fotografie cominciano ad assomigliarsi. Alla millesima scorriamo oltre. Non perché siamo diventati necessariamente cinici, ma perché anche l’orrore, quando viene trasformato in contenuto, finisce sottoposto alle regole che governano tutti gli altri contenuti: deve sorprenderci, emozionarci, apparirci nuovo.

Ed è difficile sfuggire a una considerazione sconsolata: nella società dell’attenzione perfino la percezione di qualcosa che viene denunciato come un genocidio rischia di avere la durata di una moda legata alle immagini. Non la tragedia, naturalmente. Quella continua. È la nostra attenzione alla tragedia ad avere la durata di una moda.

DALLO SCROLLING ALLA PIAZZA

Per questo I Cento Giorni bresciani acquistano un senso.

Ogni sera alcune persone fanno una cosa terribilmente antiquata: vanno fisicamente in una piazza.

Portano striscioni. Distribuiscono volantini. Parlano con altre persone. Raccontano ciò che accade. Il loro comunicato di convocazione della conferenza stampa per celebrare l’evento,  sottolinea proprio l’esperienza accumulata in questi mesi attraverso gli incontri con cittadini che chiedono informazioni, aderiscono alle petizioni o partecipano alle campagne di boicottaggio dei prodotti israeliani.

In piazza non esiste un algoritmo che, dopo trenta secondi, decida che hai già visto abbastanza Palestina e ti proponga qualcos’altro.

Forse è questa la logica profonda nascosta dietro l’apparente follia di chi, dopo cento giorni, continua ancora ad andare in Largo Formentone.

Indignarsi e manifestare quando una tragedia riempie gli schermi è partecipazione. Continuare quando dagli schermi è quasi scomparsa diventa testimonianza civile.

I pazzi non sono coloro che per cento sere continuano ostinatamente a ricordarci Gaza.

C’è qualcosa di folle invece in una società capace di assistere per mesi a immagini terrificanti, commuoversi, mobilitarsi, protestare e infine passare oltre semplicemente perché quelle immagini non compaiono più nel suo scrolling.

FILIPPO RONCHI


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