Alle legislative in corso non è in discussione chi vincerà, ma quanti algerini si presenteranno alle urne in un test di fiducia per il “Pouvoir”.
L’Algeria va al voto per eleggere un nuovo parlamento ma a preoccupare il governo non è tanto il risultato quanto un dato: quello dell’affluenza. Mentre gli osservatori internazionali si domandano se il voto sarà libero, se ai candidati dell’opposizione sarà permesso partecipare, se il Fronte di Liberazione Nazionale manterrà il suo dominio, l’esecutivo si chiede quanti algerini si presenteranno alle urne. Il motivo è principalmente uno: la sfiducia crescente nel processo elettorale e i continui dubbi sul fatto che le riforme introdotte negli ultimi anni abbiano effettivamente modificato un sistema politico governato da quello che gli algerini chiamano Le Pouvoir’, un establishment che ruota attorno alla Presidenza e all’esercito. Nonostante il presidente Abdelmadjid Tebboune abbia definito il voto “un tassello per la costruzione di una nuova Algeria” i critici sostengono che il potere esecutivo resti la sola forza dominante della politica algerina, con il parlamento che svolge un ruolo legislativo limitato e l’opposizione ostacolata da pressioni legali e politiche. Ma più che dalla scelta dei nuovi parlamentari, gli algerini sembrano presi da problemi della vita quotidiana come l’erosione del potere d’acquisto e il declino dei servizi pubblici, sullo sfondo di una progressiva riduzione delle libertà politiche, mediatiche e sindacali. Non pochi, tra l’altro, hanno la testa altrove: le ‘Volpi del deserto’, la nazionale algerina, affrontano venerdì mattina la Svizzera in una sfida ai Mondiali che, finora, hanno ottenuto maggiore attenzione della tornata elettorale.
Astensione fa rima con disaffezione?Ai quasi 25 milioni di elettori registrati nel più grande Paese africano per estensione territoriale è chiesto di scegliere tra più di 1200 candidati in lizza per 407 seggi alla camera bassa del parlamento. I deputati rimarranno in carica per cinque anni. Per incentivare la partecipazione al voto, in calo costante negli anni, le autorità hanno dichiarato la giornata di oggi un festivo retribuito. Il governo ha inoltre anticipato gli esami scolastici e nel sud e nelle regioni del deserto del Sahara le votazioni sono state anticipate di 48 ore per consentire alle comunità nomadi di partecipare. Anche per la numerosa diaspora algerina è stato predisposto il voto anticipato, sabato e domenica, presso gli uffici consolari. Ma il timore che in molti disertino resta alto: il periodo precedente al voto è stato segnato da polemiche sull’esclusione di alcuni candidati tra cui figuravano gli ex leader e attivisti del movimento Hirak, un movimento nato dal basso e che con le sue imponenti proteste di piazza nel 2019 aveva costretto alle dimissioni l’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999. Da allora, gruppi per i diritti umani e figure dell’opposizione hanno accusato le autorità di aver progressivamente inasprito le restrizioni fino al punto di escludere i candidati del movimento, accusati di “legami con reti finanziarie illecite” e “attività politiche sospette”. In base alla nuova legge elettorale, inoltre, i partiti che non partecipano a due o più turni elettorali consecutivi rischiano lo scioglimento, criminalizzando di fatto il boicottaggio elettorale come forma di dissenso politico. 
Quanto pesa la crisi economica?Le condizioni economiche hanno aggravato la difficile situazione del Paese. L’aumento del costo della vita, intensificatosi durante il Ramadan a causa della svalutazione del dinaro e dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari, così grave da provocare isolati disordini nei mercati, ha acuito il disinteresse pubblico nei confronti di un processo politico ampiamente considerato irrilevante per le difficoltà quotidiane. “Gli algerini in coda per i generi alimentari sovvenzionati – osserva un articolo di The New Arab – hanno ben poche ragioni per credere che un parlamento predeterminato possa cambiare la loro situazione”. Anche la creazione disomogenea di posti di lavoro continua a influenzare l’opinione pubblica, in particolare i giovani elettori le opportunità di impiego rimangono limitate al di fuori del settore pubblico e delle attività legate agli idrocarburi. Al contempo, la dipendenza fiscale dalle entrate energetiche ha reso la spesa pubblica vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi globali del petrolio e del gas, un fattore che le autorità riconoscono come una variabile chiave per il mantenimento degli impegni di spesa sociale e della stabilità economica.
 La vera posta in gioco?Il problema non è solo interno. Algeri si presenta sulla scena internazionale come una forza stabilizzatrice e mediatrice nei conflitti africani, oltre che affidabile fornitore di energia per l’Europa. Un’immagine costruita su una legittimità interna che si sta progressivamente corrodendo ma che elezioni come queste sono chiamate a puntellare al punto che, osserva l’analista Amine Ayoub su Ynet, il regime “teme più un numero, che un risultato”. Teme cioè il dato dell’affluenza più del risultato in sé, già scontato. Da qui le campagne di mobilitazione, gli appelli religiosi, la reiterazione degli inviti ai cittadini da parte dei media statali a recarsi alle urne. Non che da parte di Bruxelles e degli alleati occidentali si prevedano reazioni: sinora il dato procedurale del voto è stato accolto come ragione sufficiente per evitare domande più scomode sui progressi democratici in atto nel Paese, mentre si chiude un occhio sugli arresti di attivisti e giornalisti, sulle restrizioni alla stampa e alle organizzazioni della società civile. L’indulgenza però, non è una soluzione: un parlamento eletto con un’affluenza ridotta non cancellerà l’alienazione economica e politica che era all’origine delle proteste del 2019 e che il voto di oggi non promette di risolvere. 
Il commentoDi Caterina Roggero, ISPI Senior Associate Research Fellow“Le elezioni legislative serviranno a capire quanto e se la “Nuova Algeria” – il progetto di rinnovamento del sistema politico-economico promosso dal presidente Tebboune – stia avendo (finalmente) presa sulla popolazione. A sei anni dal suo debutto, tale progetto ha portato nei fatti pochi cambiamenti nel “pouvoir” rispetto al passato. Lo stampo sovranista e orgogliosamente nazionalista è rimasto invariato, così come l’ampio spazio nella politica per le alte gerarchie militari e per il settore della Difesa nel suo insieme, il tutto condito dalla fede incrollabile in una omnicomprensiva unità nazionale che lascia poco margine alle critiche. Se anche l’astensione dovesse essere molto ampia, come ci si aspetta, la narrativa ufficiale troverà il modo di presentare queste elezioni come un trionfo nazionalista”.

da: ispi on line


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