di Gianni Sartori

Mentre prosegue l’oscura vicenda della guerra, comunque illegale, contro l’Iran (senza spiragli convincenti nonostante le ventilate tregue), i curdi del Rojhilat (il Kurdistan orientale, entro i confini statali iraniani) non restano a guardare. Già l’anno scorso avevano intelligentemente rifiutato il ruolo di “ascari” che Washington intendeva attribuire loro: “Questa è una guerra di potere e interessi contrapposti, non una guerra di liberazione per i popoli e le nazioni (…) Il popolo iraniano non deve essere costretto a scegliere tra la guerra e l’accettazione di un regime dittatoriale”.

E intanto esplorano – o forse recuperano – nuove alleanze nella lotta di liberazione. Il 15 maggio si è tenuta una riunione tra il Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê (PJAK, Partito per una Vita Libera in Kurdistan) e il Partito Comunista del Kurdistan in Iran. Convergendo sull’importanza di sviluppare una azione comune tra le varie forze politiche curde. In quanto “la lotta per la libertà la democrazia e i diritti delle donne in Kurdistan e in Iran continuerà” (come si legge nella dichiarazione finale congiunta).Si è poi raggiunto un comune accordo in merito all’attiva partecipazione delle donne nelle attività politiche e sociali. Un fattore ritenuto fondamentale nella “lotta contro la Repubblica Islamica e contro l’opposizione di destra”. Con un evidente riferimento ai sostenitori di Reza Pahlavi.

Altre riunioni sono previste tra le forze politiche corde al fine di sviluppare una efficace azione comune di lotta. Da parte del regime intanto vanno intensificandosi le operazioni repressive contro le minoranze etniche e religiose. Particolarmente sulla popolazione curda (appunto nel Rojhilat). Solo negli ultimi quattro-cinque giorni vengono segnalati decine di arresti, sparizioni, detenzioni tenute segrete e anche l’accelerazione delle esecuzioni sommarie. Sia nel Rojhilat che nei territori del Belucistan iraniano.

Tra le persone sottoposte a sbrigative esecuzioni capitali: il curdo Reza Soleimani impiccato il 15 maggio nel carcere di Qom; così Mohammad Abbasi il 13 maggio; ucciso in gran segreto – per “spionaggio – il prigioniero politico Ehsan Afrashteh; cinque altri detenuti impiccati il 13 maggio nelle prigioni di Birjand, Tabriz, Kerman e Gorgan.

Preoccupano inoltre le condizioni di salute di alcuni prigionieri politici, detenuti da lunga data o nuovamente arrestati, come Hamid Ghaeinnezhad.

Sia gli arresti che le esecuzioni, il loro attuale incremento, sono una conseguenza del clima di forte tensione in cui versa l’intero paese. Stretto in una morsa tra la crisi economica e le operazioni militari israelo-statunitensi.

A farne le spese soprattutto le minoranze etniche e religiose, già discriminate sul piano linguistico, culturale e politico.

I dissidenti vengono accusati dalle autorità di Teheran di “separatismo”, di “spionaggio” o semplicemente di aver preso parte alle manifestazioni. E sempre in tema di manifestazioni di protesta, va ricordato che in questi giorni due giornaliste iraniane, le sorelle Elaheh Mohammadi e Elnaz Mohammadi, hanno ricevuto dalla Fondazione internazionale delle donne nei media (IWMF) un prestigioso riconoscimento, il Premio Internazionale del Coraggio nel Giornalismo. Per il loro impegno nel documentare, nonostante la dura repressione, il movimento Jin, Jiyan, Azadî (“Donna, Vita, Libertà), esploso nel 2022 a seguito dell’uccisione della giovane curda Jina Mahsa Amini.

Gianni Sartori


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