Su quanto accaduto domenica scorsa a Modena pubblichiamo una nota della redazione e la presa di posizione del SI Cobas Modena, che bene si integrano tra loro.
E’ particolarmente significativa la decisione di concludere la manifestazione dello sciopero generale del prossimo 29 maggio “nel luogo in cui e’ avvenuto il grave fatto, per trasformare il dolore in rabbia e conflitto, per rifiutare le narrazioni e speculazioni governative, per dire con forza che non lasceremo le nostre piazze alle destre fasciste, xenofobe, razziste e che lotteremo contro chi urla alla remigrazione“. (Red.)
Per quanto i giornali delle destre e la spazzatura al governo (Salvini, Donzelli, etc.) si siano affaccendati per presentarlo come un caso di “radicalizzazione” e di “terrorismo” opera di immigrati islamici da espellere e bastonare a sangue come meritano, lo sciagurato evento di Modena è stato classificato perfino da Piantedosi come un evento da “collocare in una situazione di disagio psichiatrico“.
In effetti le testimonianze raccolte sul campo puntano tutte in questa direzione: Salim El Koudri appariva “strano”, “sempre più strano”, “matto”, “fuori di melone”, “inquietante”, “con abitudini ossessivamente ripetitive” – del resto, era stato in cura presso il Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia dal 2020 al 2024.
Il suo avvocato riferisce che il giovane in stato di fermo ha chiesto una bibbia e di poter parlare con un prete, e riporta due sue frasi: “non volevo fare male a nessuno”, “ho preso un coltello, sono uscito di casa, sapevo che quel giorno morivo”, che confermano uno stato mentale problematico.
Un giornalista in vena di onestà scrive: “appare, a chi lo ha visto in carcere, come se fosse rimasto ai margini di ciò che è accaduto. Non l’immagine dell’aggressore che ricostruisce, spiega, si difende. Piuttosto quella di una presenza opaca, svuotata, chiusa in frasi brevi, quasi impermeabile perfino alla gravità del proprio gesto”.
Un’eccezione?
Affatto. In Italia sono 3 milioni le persone che, secondo le stime del Collegio Nazionale dei Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale, soffrono di un disagio psichico: 845 mila sono assistite da servizi psichiatrici (dati del 2024, del Ministero della Salute), mentre restano escluse dalle cure – grazie alla devastazione del sistema sanitario nazionale – almeno altri 2 milioni di persone. C’è un aumento vertiginoso dei disturbi psichici nell’età adolescenziale, tra i richiedenti asilo e i rifugiati, ma anche tra le popolazioni immigrate in generale. Nel 2024 oltre 16 milioni di persone lamentano disturbi psicologici di media o grave entità, con una crescita del 6% rispetto al 2022.
Se è vero che “Il problema della salute mentale [è] problema eminentemente sociale” (Basaglia), allora c’è da chiedersi quali fattori sociali abbiano potuto produrre i disturbi mentali di Salim El Koudri. Da quel poco che sappiamo, questo giovane di nazionalità italiana era laureato in Economia aziendale, disoccupato, di fatto emarginato, isolato. In passato aveva avuto qualche sortita polemica contro l’università che non gli assicurava un posto di lavoro, e espresso il sospetto – infondato? – che non gli dessero lavoro perché “non cristiano” (sebbene non fosse un musulmano praticante, e men che mai un islamico “radicalizzato”). Questi sono altrettanti indizi che portano in direzione di una sofferenza sociale che è propria di tante/i immigrate e immigrati di prima, “seconda” e “terza” generazione – impropriamente definiti tali, questi ultimi, perché nate/i in Italia.
Una sofferenza sociale comune a milioni di lavoratori/lavoratrici umiliati/e dalla precarietà e disoccupate/i autoctoni sfibrati dalla ricerca del lavoro; una sofferenza aggravata – per i giovani e le giovani immigrate – dal quotidiano impatto con il razzismo di stato e di mercato, di cui sono responsabili proprio quelli che oggi criminalizzano, con Salim El Koudri, le popolazioni immigrate – le spazzature come Salvini per primi, ma anche le “alte figure istituzionali” che vedete nella foto (*).
Malato è anzitutto il sistema sociale che produce crescenti disagi e malattie psichiche. E la sola cura è quella della lotta collettiva, della lotta di classe degli sfruttati, uniti autoctoni e immigrati, per difendersi efficacemente da questo sistema, da tutto ciò che umilia le nostre vite, per arrivare infine ad abolire questa macchina di oppressione che rende impossibile vivere una vita degna di essere vissuta.
(*) Nella foto l’accoppiata Mattarella-Meloni si congratula con l’italiano Luca Signorelli che “per primo ha bloccato Selim El Koudri”. In questa foto di rito con i due … non compaiono gli egiziani Osama Shalaby e suo figlio Mohamed, che forse hanno avuto la parte determinante nel disarmarlo. Come mai? La giustificazione di “Repubblica” (18 maggio) è la seguente: “Gli egiziani che erano assieme a lui […] non avevano l’auto, troppo complicato raggiungere l’ospedale con i mezzi domenica mattina”. Esilarante.
Sul dramma di Modena – SI Cobas Modena
Un senso di irrealtà si è impossessato di tutti noi davanti ai fatti che si sono verificati la scorsa settimana a Modena: un’auto sfreccia e falcia persone, trancia gambe con l’intenzione di cancellare vite.
Cosa succede nella nostra provincia dunque?
La solitudine di una persona giovane e senza lavoro è arrivata ad un gesto incomprensibile: “sapevo che la mia vita sarebbe finita” dice l’uomo, ma il suo gesto non è autolesionista.
Vedeva mostri di fronte a sé, zombies?
Non è l’appartenenza ad una comunità di riferimento a promuovere il suo gesto, ma il suo contrario: la solitudine, la mancanza di lavoro, la privazione di senso.
L’attività sindacale è l’esatto opposto di questo tipo di condizione: la costruzione di una dignità degli esseri umani che si ritrovano sulla base di un contesto solidale, nel quale fratelli e sorelle di classe si battono contro l’ingiustizia, la consapevolezza di essere calpestati da un sistema di sfruttamento che utilizza razzismo e differenze di diritti tra le persone per poter abbattere il costo del lavoro.
In maggioranza siamo immigrati, e la nostra visione strategica si basa su di un principio di solidarietà universale, che supera le barriere tra gli stati, lottando per un mondo che sia umanamente ed ecologicamente sostenibile.
Lottiamo contro l’abbandono dei più fragili, contro le discriminazioni di genere, di provenienza, di credo religioso.
Quando si verifica un fatto drammatico come questo, che richiede solidarietà e vicinanza innanzi tutto alle vittime, alle loro famiglie e a coloro che si sono prodigati per fermare il responsabile, si cerca spesso un capro espiatorio.
In giro vediamo cose terrificanti: puntare il dito contro l’origine della famiglia dell’aspirante stragista, contro i servizi psichiatrici di riferimento, contro la religione islamica alla quale l’uomo non faceva riferimento.
Sono tutte speculazioni prive di sbocco che impediscono di capire quali possono essere i metodi di prevenzione e perché non sono stati efficaci, di fronte a un sistema che ha smantellato e privatizzato lo stato sociale.
L’odio sociale che vediamo in questi giorni da parte delle diverse organizzazioni della destra italiana fanno capire come sia passato quasi sotto silenzio l’omicidio immotivato di Bakari Sako a Taranto: siamo di fronte ad una degenerazione del tessuto sociale che anche lì ha prodotto una vittima innocente. La logica retrostante a questo terribile fatto non è da indagare con altrettanta attenzione?
Eppure questo non avviene, e chiunque può capire che ci sono strutture politiche che speculano sull’odio tra i poveri per poter continuare a togliere soldi e ossigeno al bene comune.
Siamo stanchi di leggere parole infarcite di razzismo dove il crimine individuale diventa collettivo. Siamo stanchi di ascoltare parole strumentali sul dolore di chi si trova a vivere tragedie. Intollerabile poi il misero spettacolo di alcuni politici che, come avvoltoi, speculano sul dolore di Modena, pur essendo i primi responsabili del clima di odio e di razzismo che si respira nel Paese.
Questo clima genera tensioni e fratture tra i lavoratori e le lavoratrici. Tragedie come queste, invece, devono ricordarci che il ruolo del nostro sindacato è quello di tenere uniti i lavoratori e le lavoratrici, e non lasciarli in pasto a mistificazioni e luoghi comuni. Creare coesione è l’unico strumento per sconfiggere un sistema che, attraverso le divisioni, si perpetua e ci tiene oppressi e oppresse.
Per questo, rilanciamo le nostre lotte che non sono solo strumento di emancipazione salariale ma uno strumento di trasformazione di una società che cerca di ricavare profitti da ogni aspetto della vita.
Da anni ci battiamo contro questa degenerazione sociale e politica, con la consapevolezza che il nostro ruolo, seppur insufficiente, è sempre più necessario e ci sentiamo investiti di questa responsabilità.
Solo la lotta per maggiori diritti sociali, per maggiori investimenti nella salute, nella scuola e nelle strutture volte al benessere collettivo, possono essere il viatico di prevenzione al fine di eliminare ogni possibilità che ci siano eventi disumanizzanti come quello che si è verificato.
Il 29 maggio in occasione dello sciopero generale indetto dal Si Cobas e dalle altre organizzazioni del sindacalismo di base, concluderemo la manifestazione nel luogo in cui e’ avvenuto il grave fatto, per trasformare il dolore in rabbia e conflitto, per rifiutare le narrazioni e speculazioni governative, per dire con forza che non lasceremo le nostre piazze alle destre fasciste, xenofobe, razziste e che lotteremo contro chi urla alla remigrazione.
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