Diplomazia in vetrina, tensioni dietro le quinte: il caso Pirelli rischia di incrinare i rapporti tra Italia e Cina.

(da Dazibao)

Mentre Tajani taglia nastri per il Made in Italy a Shanghai, a Pechino i tavoli tecnici lavorano per evitare che il caso Pirelli diventi il pretesto per una nuova guerra commerciale tra i due Paesi.

Come riporta il Ministro degli Affari Esteri cinese, il 16 aprile Wang Yi ha incontrato a Pechino il suo omologo italiano Antonio Tajani.

Durante l’incontro con Wang Yi, Tajani ha sottolineato il ruolo che Pechino può svolgere nel favorire un dialogo con Mosca e nel promuovere negoziati credibili per la cessazione dei conflitti in corso

“Abbiamo parlato dello Stretto di Hormuz, insistendo affinché la Cina possa svolgere un ruolo positivo nei confronti dell’Iran e poi anche della Russia”, ha detto il Ministro degli Esteri in conferenza stampa nella capitale cinese.

Dopo l’incontro con Wang Yi, come riporta Euronews, Tajani ha avuto un colloquio bilaterale con il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, e i due ministri hanno presieduto il Forum imprenditoriale Italia-Cina assieme a 50 imprese italiane e cinesi e firmato un Piano d’azione per l’e-commerce che prevede, fra l’altro, la promozione del Made in Italy all’interno delle grandi piattaforme cinesi di commercio elettronico.

Questo potrebbe dare un nuovo sbocco ad alcuni marchi italiani del lusso che al momento stanno subendo un relativo calo nel paese dell’Asia Orientale. Ad esempio, come riporta il Wall Street Journal, Francesca Bellettini, CEO del gruppo che controlla Gucci, Balenciaga e Bottega Veneta, ha affermato che Gucci si trova ad affrontare una “sfida particolare” in Cina.

“La maison deve riconquistare l’attrattiva del marchio tra gli acquirenti cinesi”, ha dichiarato Bellettini. “Siamo passati dall’essere in alto a scendere”, ha aggiunto, aggiungendo che il marchio ha troppi negozi in Cina e che le boutique improduttive verranno chiuse.

Nonostante questo possibile sollievo, la visita di Tajani non ha raggiunto risultati paragonabili al viaggio del leader spagnolo, che questa settimana ha Pechino ha firmato 19 accordi commerciali, tra cui alcuni volti ad ampliare l’accesso dei prodotti agroalimentari spagnoli al mercato cinese e a incrementare le esportazioni.

Da punto di vista economico e commerciale, il viaggio di Tajani è sostanzialmente un tentativo per rafforzare il partenariato economico Italia-Cina e dare piena attuazione al Piano d’azione 2024-2027, firmato durante la visita di Meloni a Pechino nel 2024.

Questo Piano d’azione è il pilastro del nuova fase della relazione Italia-Cina dopo l’uscita dalla Belt and Road Initiative formalizzata dal governo Meloni.

In quell’occasione sono stati sviluppati accordi economici mirati tra imprese e istituzioni cinesi e italiane nei settori della mobilità elettrica, delle energie rinnovabili e dell’automotive, con accordi per attrarre investimenti cinesi in Italia.

Ma proprio gli investimenti cinesi in Italia sembrano essere il tallone d’Achille delle relazioni tra i due paesi, e i recenti sviluppi sul caso Pirelli-Sinochem stanno frenando gli sforzi di Tajani.

Come riporta Bloomberg, il governo italiano ha adottato misure per limitare il numero di amministratori che il gruppo cinese Sinochem, che ha acquisito Pirelli nel 2015, può nominare nel consiglio di amministrazione di Pirelli, nel tentativo di proteggere l’accesso del produttore di pneumatici al mercato statunitense.

Le misure, approvate questa settimana, rappresentano un’applicazione delle regole del Golden Power, che consentono all’Italia di proteggere i beni che ritiene strategici.

Il Gruppo Sinochem è il maggiore azionista di Pirelli, con circa il 37% delle azioni. Camfin, di proprietà dell’imprenditore italiano Marco Tronchetti Provera, detiene circa il 27,4% delle azioni e prevede di aumentare la propria quota al 29,9%.

In qualità di maggiore azionista, Sinochem occupa otto seggi nel consiglio di amministrazione di Pirelli composto da 15 membri. Secondo le normali regole di governance aziendale, è consuetudine che un azionista di maggioranza domini il consiglio di amministrazione.

Ma l’ordinanza italiana ha ribaltato tutto ciò.

La disputa è nata da pressioni statunitensi. Come riscostruisce Guancha, gli Stati Uniti avevano precedentemente avvertito Pirelli che avrebbero preso provvedimenti contro il software e l’hardware forniti da aziende del settore automobilistico controllate da gruppi cinesi come azionisti di maggioranza.

Questo avrebbe potenzialmente limitato le attività di Pirelli nel suo mercato chiave statunitense.

Già nel giugno 2023, il governo italiano era intervenuto negli affari di Pirelli, imponendo restrizioni alla struttura di governance dell’azienda di pneumatici e ai relativi poteri della società cinese. All’epoca, il pretesto dell’Italia era la necessità di proteggere tecnologie e dati strategici relativi ai sensori “Cyber ​​Tyre” dei pneumatici Pirelli.

Come riporta PneusNews, la tecnologia Cyber Tyre rende il pneumatico un sensore capace di raccogliere dati considerati sensibili:

La tecnologia Cyber Tyre trasforma il pneumatico in un sensore in grado di raccogliere una serie di informazioni sensibili, tra cui, lo stato dei pneumatici e la loro manutenzione, le abitudini degli utenti, le condizioni di guida, la tracciabilità dello stato dei suoli

Il decreto Golden Power l’ha definita una tecnologia abilitante per diversi scenari d’impiego all’avanguardia, tra cui il monitoraggio di infrastrutture critiche, la simulazione avanzata tramite realizzazione della versione digitale di elementi fisici e la guida autonoma.

Oltre a questo, nel 2024 il governo italiano ha costretto Pirelli ad una modifica del proprio statuto per indebolire il potere formale della società cinese. Poi, nell’aprile 2025, su richiesta delle autorità di vigilanza italiane, il consiglio di amministrazione di Pirelli ha declassato il rating di governance della società cinese e ha annunciato che quest’ultima non esercitava più il controllo su Pirelli.

Tuttavia, la serie di compromessi dell’Italia è ben lungi dal soddisfare le “richieste di sicurezza” di Washington. Lo scorso luglio, il Bureau of Industry and Security (BIS) del Dipartimento del Commercio statunitense ha affermato chiaramente in una lettera indirizzata alle autorità italiane che gli sforzi compiuti dal governo italiano per limitare l’influenza delle aziende cinesi non sarebbero stati sufficienti a proteggere le aziende dalle relative restrizioni statunitensi.

Arriviamo così agli sviluppi di questa settimana. Applicando il decreto Golden Power, l’Italia ha richiesto:

Primo: una riduzione del numero dei membri del consiglio di amministrazione. Sinochem, che in precedenza poteva nominare otto amministratori, ora può nominarne al massimo tre.

Secondo: il divieto di ricoprire posizioni dirigenziali di alto livello. I tre amministratori nominati da Sinochem non possono ricoprire la carica di presidente, amministratore delegato o persino di presidente di alcun comitato del consiglio.

Terzo: la nomina obbligatoria di amministratori indipendenti. Dei tre nominati da Sinochem, due devono essere amministratori indipendenti. Ciò significava che solo un amministratore rappresenta realmente gli interessi di Sinochem.

Quarto: il divieto di esercitare i diritti di azionista di maggioranza. Sinochem non può partecipare alla nomina del direttore generale di Pirelli, né può interferire con la pianificazione strategica, l’assetto industriale e i piani finanziari dell’azienda.

Quindi: un blocco totale di dati e tecnologie. A Sinochem è stato vietato l’accesso a qualsiasi informazione sensibile su Pirelli, inclusi i dati di ricerca e sviluppo, le tecnologie brevettate e soprattutto i dati relativi al sistema di pneumatici intelligenti “Cyber ​​Tyre”.

Queste restrizioni hanno una condizione di attivazione: si applicano finché la partecipazione azionaria di Sinochem supera il 9,99%

In breve, i diritti di gestione, decisionali e di nomina del personale dell’azionista di maggioranza sono stati completamente revocati, e il messaggio dell’Italia è esplicito: o i cinesi riducono significativamente la propria partecipazione al di sotto del 10%, oppure diventano un investitore puramente finanziario.

Che tutto questo derivi da pressioni americane è reso chiaro dalle parole del governo stesso. Come ha affermato il ministro delle Imprese, Adolfo Urso al Corriere della Sera: «Quello che è importante per tutti gli azionisti di Pirelli, per i lavoratori di Pirelli e per l’azienda è che hanno potuto preservare la loro azione nel mercato più promettente, quello degli Stati Uniti, e quindi di competere al meglio con una tecnologia assolutamente all’avanguardia nella competizione globale»

La risposta di Sinochem non si è fatta attendere: «Tali misure sono discriminatorie e avranno inevitabilmente un impatto negativo sul clima degli investimenti in Italia». La società esprime il proprio «profondo rammarico per tale decisione e si riserva il diritto di intraprendere ogni azione legale necessaria a tutela dei propri legittimi diritti e interessi in qualità di azionista».

Se davvero il caso Pirelli avrà ripercussioni sugli investimenti cinesi in Italia, il viaggio di Tajani potrebbe rivelarsi vano.

La vicenda del Canale di Panama mostra in che modo Pechino sta gestendo situazioni simili in giro per il mondo. Negli ultimi giorni Pechino ha intrapreso azioni che segnalano un’escalation nella disputa e mostrano la volontà cinese di usare strumenti economici e normativi per difendere i propri interessi strategici.


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