di Sebastiano Isaia

A un anno dal pogrom del 7 ottobre organizzato e portato a termine dai miliziani di Hamas, qui corre l’obbligo di ricordare che la guerra che Israele conduce contro i palestinesi inizia molto prima, e cioè dalla proclamazione della nascita dello Stato ebraico da parte di Ben Gurion il 14 maggio 1948 – Stato riconosciuto immediatamente de jure dall’Unione Sovietica, come atto ostile (“antimperialista”: sic!) nei confronti degli angloamericani, e successivamente dagli Stati Uniti, in un primo momento solo de facto. Il peculiare nazionalismo borghese israeliano (sionismo) ha reso possibile la creazione di uno Stato molto omogeneo dal punto di vista etnico e religioso che ha saputo sfruttare al meglio le risorse economiche, tecnologiche e militari messe a disposizione dall’imperialismo occidentale.

Il sionismo nasce storicamente come reazione all’antisemitismo (a cominciare da quello che a partire dal 1881 organizza nella Russia zarista un pogrom dopo l’altro), come argomentò molto bene Abram Léon nel suo saggio Il materialismo e la Questione Ebraica (1940/’45); ma ben presto esso ha bisogno dello spettro dell’antisemitismo per rafforzare, radicare, espandere e legittimare la propria esistenza in primo luogo agli occhi dell’ebraismo mondiale, il quale per lungo tempo rimase nel complesso, salvo frange del tutto marginali, refrattario, se non apertamente ostile, alla propaganda nazionalista di quel movimento politico-ideologico. Gli stessi fondatori del sionismo, Theodor Herzel e Max Nordau, sosterranno che solo grazie ai pogrom gli ebrei furono in grado di riscoprire l’autentico spirito ebraico: «Entrambi fummo d’accordo nel riconoscere che solo l’antisemitismo ci ha fatto ebrei», annoterà nel suo diario Herzel il 6 luglio 1895. Dicendo questo, Herzel negava all’antisemitismo la natura di causa del sionismo, considerando il primo più cha altro come «uno sprone», come un «concime fecondatore», mentre le vere cause del nazionalismo ebraico andavano ricercate secondo lui nella stessa coscienza ebraica, che si era per lungo tempo assopita, obliando più di duemila anni di storia, e che la violenza antisemita aveva finalmente ridestato così da porre all’ordine del giorno della storia mondiale la nascita del risorgimento politico ebraico. Sorge nel seno dell’ebraismo, tanto in quello di matrice religiosa quanto in quello di matrice laica, la convinzione che il sionismo fosse un «razzismo di riflesso» perché reagiva al razzismo antisemita costruendo una narrazione che tendeva a isolare gli ebrei, considerati come depositari di una missione storica che aspettava solo di essere adempiuta (all’inizio non necessariamente in Palestina), dai non ebrei. Scrive Nathan Weinstock: «L’essenza dell’atteggiamento sionista è la convinzione profonda che l’antisemitismo sia eterno e inevitabile; così il sionismo subisce il contagio del razzismo, perché rivendica non la specificità, ma l’alterità essenziale della propria condizione ebraica, cosa che postula l’ineguaglianza delle nazioni. Atteggiamento sionista e mentalità antisemita sono simmetrici» (*).

Saranno lo sterminio nazista degli ebrei nel corso della Seconda guerra mondiale e i nuovi equilibri imperialistici (che sconvolsero anche il quadro geopolitico mediorientale), a rendere possibile il successo del movimento sionista sopravvissuto alla Shoa e da essa enormemente potenziato sul piano politico-ideologico. Sotto questo aspetto, l’antisemitismo così diffuso nel mondo arabo (il Main Kampf di Hitler continua ad essere molto letto e apprezzato da quelle parti, e con una sua interpretazione di chiara matrice “antimperialista”, cioè antisraeliana e antiamericana) non fa che offrire un facile argomento al sionismo del XXI secolo, sempre pronto a giocare la carta vittimista e propagandistica dell’eterno antigiudaismo – che ovviamente ama nascondersi sotto i panni dell’antisionismo: «Chi dice di sostenere la causa palestinese in realtà lo fa solo in odio agli ebrei in quanto tali». Gli italici tifosi di Hamas e di Hezbollah (e magari anche di Teheran), anziché straparlare del 7 ottobre 2023 come «inizio della rivoluzione palestinese» (sic!), dovrebbero piuttosto riflettere anche su questo aspetto del problema quando dicono di voler sostenere la causa palestinese «senza se e senza ma». Chi legge i miei modesti scritti, conosce già i miei se e i miei ma, e chi ancora non li ha letti, avrà modo di scoprirli nelle pagine che seguono; l’obiettivo, molto ambizioso, lo riconosco (per dirla con il Moro di Treviri, ciascuno secondo le sue capacità), è quello di contribuire alla nascita e alla diffusione di un punto di vista autonomo di classe.           

Quella di cui parliamo è senza dubbio una lunga e complessa vicenda storica e sociale, zeppa di violenze, di soprusi, di oppressione e di sofferenze. La questione palestinese sorge con la fine della Seconda guerra mondiale e si proietta fino alla preparazione della Terza (e qui il riferimento alla guerra che si combatte in Ucraina e in Russia è inevitabile), della quale anzi potrebbe essere uno degli ormai numerosi possibili “incidenti” scatenanti. Perciò ho sempre tentato con vivo interesse di decifrarne l’enigma. Gli articoli pubblicati nell’ultimo anno, e che si trovano raccolti in questo PDF insieme a qualche altro post scritto in precedenza, testimoniano di questo interesse e di questo tentativo, non so quanto riuscito e quanto interessante per chi ha la pazienza di leggere i miei scritti.

Un anno dopo il massacro del 7 ottobre, il conflitto tra Israele e i proxy dell’Iran (Hamas, Hezbollah, Houthi) si è trasformato in uno scontro diretto tra questi due Paesi; la posta in gioco è altissima (siamo a un passo dal completo rivoluzionamento degli assetti geopolitici mediorientali?), e non solo per Teheran e Tel Aviv, e gli esiti tutt’altro che scontati – solo un ulteriore incremento della violenza, della sofferenza e delle vittime è un dato assolutamente scontato, come certa è la natura sociale del conflitto, la quale si colloca al cuore delle pagine che seguono. Ma qui siamo già alla cronaca di queste ore.

(*) Cit. tratta da L. Cremonesi, Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz, (1881-1920), p. 71, Giuntina, 1992


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