Da gennaio sono riprese le mobilitazioni soprattutto nel sud del Perù con blocchi stradali, manifestazioni, marce e repressione sempre più violenta. Dal 4 di gennaio è iniziato uno sciopero regionale nel sud del Perù, era stato interrotto a dicembre per le vacanze di Natale. Più di 50 i blocchi stradali (soprattutto a Cusco, Apurímac, Ayacucho, Huancavelica, Puno) poi diventati 70 e ora 100 con l’allargamento della mobilitazione anche nel nord e nel centro del Perù. Chiedono elezioni nel 2023, le dimissioni della presidente Dina Boluarte, le dimissioni del Congresso e la liberazione del presidente eletto Pedro Castillo.

Il 9 di gennaio decine di migliaia di comuneros aymara sono entrati nella città di Juliaca, la più grande del dipartimento di Puno, in una manifestazione pacifica che è stata repressa dagli elicotteri con gas lacrimogeni, e da terra dalla polizia che sparava proiettili che poi esplodono nei corpi, come è stato riferito e come hanno denunciato i medici dell’ospedale locale (https://bit.ly/3GBlOw2 ). Inoltre, la polizia ha sparato gas contro gli infermieri e il personale sanitario che cercava di soccorrere i feriti, ha picchiato medici e vigili del fuoco.

Il risultato è stato di 17 morti e un numero imprecisato di molte decine di feriti da arma da fuoco. Alcune ore più tardi, lo stesso Congresso ha dato la fiducia a un nuovo governo con molti ministri della mafia fujimorista, mentre la Procura sta iniziando a indagare sulla presidente, il primo ministro e i ministri dell’Interno e della Difesa, per “reati di genocidio, omicidio qualificato e lesioni gravi commesse durante le manifestazioni nei mesi di dicembre 2022 e gennaio 2023 nelle regioni di Apurímac, La Libertad, Puno, Junín, Arequipa e Ayacucho.

Dal 10 gennaio la situazione ha accelerato con la convocazione in vari settori lavorativi nazionali di scioperi e manifestazioni in tutto il paese, compresa la capitale Lima normalmente più controllata.

L’11 è stata convocata dalle organizzazioni sociali e indigene Aymara e Quechua una manifestazione nazionale del “grande sud” a Lima definita “ la manifestazione dei 4 cantoni/la presa di Lima”. Subito si sono sommate a questa convocazione le organizzazioni sociali e indigene del nord e della selva, infine anche la costa e Lima si sono unite alla convocazione. L’obiettivo dichiarato è, in modo pacifico, chiudere il parlamento e dimissionare governo e presidente illegittima, elezioni immediate di un’assemblea costituente, liberazione del presidente eletto Pedro Castillo.

Sullo sfondo di una gravissima crisi sociale e politica, che vede il sud a stragrande maggioranza india con la popolazione sotto la sogli di povertà che secondo le statistiche ufficiali sfiora l’80 % nelle province di Cusco e Puno e comunque altissima sopra il 50% nelle altre province del sud. Mentre è il territorio da cui viene la maggior parte della ricchezza del Perù, risorse minerarie straordinarie che dovrebbero fare della nazione una delle più ricche del mondo. In queste regioni da alcuni anni c’è per questo forte una spinta indipendentista che vorrebbe una repubblica del sud del Perù; alimentata anche dalla Bolivia, stato a grande maggioranza Aymara che vorrebbe di nuovo avere uno sbocco sul mare.

Da tre giorni marce e colonne di mezzi, soprattutto dal sud, si stanno dirigendo a Lima. Da ieri si susseguono gli arrivi e le manifestazioni nei vari quartieri di Lima. Nella mattinata è arrivata la principale colonna proveniente da Cuzco con 15.000 partecipanti e nel pomeriggio quella da Puno di poco inferiore. Il governo ieri mattina ha dichiarato che già 150.000 manifestanti erano entrati nell’area urbana. Poco dopo le organizzazioni sociali Aymara hanno dichiarato che si stanno dirigendo a Lima dal sud 890.000 persone con uno sforzo logistico gigantesco. Decine di migliaia a piedi sostenuti nelle città che attraversano dalla popolazione che da cibo e ospitalità.

Da ieri pomeriggio anche le popolazioni del nord e della selva stanno affluendo nell’area urbana di Lima. Da due giorni le università di Lima sono occupate per dare ospitalità ai manifestanti.

I Mass Media sono quasi completamente asserviti al governo e solo dopo il massacro di Juliaca hanno iniziato a parlare delle proteste e non solo di atti di terrorismo. Una parte della borghesia non fujimorista (minoritaria) si sta schierando con le proteste, e così alcuni limitati settori dell’esercito.

Ieri pomeriggio la tensione si è alzata di colpo per un nuovo massacro a Macusani (Puno) almeno 5 morti da arma da fuoco e molti feriti. Immagini di cecchini che sparano dai tetti. La reazione popolare ha fatto fuggire con gli elicotteri la polizia, incendiato il commissariato, il tribunale e saccheggi generalizzati di supermercati farmacie e banche. Manifestazioni con blocchi si sono subito svolte in serata a Lima con scontri e vengono segnalati altri due morti a Lima. Vari settori politici hanno chiesto in serata la presa del potere da parte dell’esercito. Provocazioni in tutto il paese alla vigilia della marcia di oggi. Sembra che la scelta dei fujimoristi a questo punto sia il caos totale per favorire un colpo di stato militare.

Durante la tarda serata l’esercito e la polizia si è dispiegata intorno a tutta Miraflores e ai quartieri ricchi e del potere. Migliaia di soldati in assetto da combattimento, cioè con fucili mitragliatori (senza strumenti antisommossa), si stanno schierando nelle strade di Lima.

La situazione questa notte a Lima è tesissima. Scontri in varie parti della città e molti arresti. Vengono segnalati in alcuni quartieri gruppi di manifestanti circondati da polizia e esercito.