Dai bombardamenti su Belgrado a sostegno di D’Alema al blocco coi parafascisti tricolori

Pubblichiamo, dal sito dei compagni del PCL, un articolo sull’ulteriore deriva rosso-bruna di Marco Rizzo, ex esponente della destra del PRC, poi PdCI, poi Sinistra Popolare, poi PC, ed ora approdato all’alleanza aperta con partiti di estrema destra. Chi ci accusava, anche qui a Brescia, di “ostilità preconcetta” verso il personaggio in questione, dovrebbe riflettere sull’importanza di NON AVERE LA MEMORIA CORTA.


Il passato è sempre un metro di misura del presente. Vale anche in rapporto alla parabola delle sinistre e a chi le rappresenta.
È un fatto che Marco Rizzo sia stato per sedici anni (1992-2008) un fervente governista: prima a sostegno di Prodi (votando lavoro interinale, campi di detenzione per i migranti, il record delle privatizzazioni in Europa, i tagli sociali per entrare nell’Europa di Maastricht…); poi a sostegno dei governi D’Alema ed Amato (votando i bombardamenti della NATO in Serbia e la parificazione tra scuola pubblica e privata); poi nuovamente a sostegno del secondo governo Prodi, seppur con una postura più critica (detassazione massiccia dei profitti, missioni militari, nuovi tagli sociali, truffa sul TFR…). Nella sinistra cosiddetta radicale nessuno ha governato quanto Rizzo, a braccetto col centrosinistra e i liberali. Non bastava tutto questo per misurare quanto meno l’inaffidabilità della persona come dirigente “comunista”?

Eppure, contro ogni logica, sfruttando l’ingenuità e la memoria corta di molti, Rizzo ha provato nell’ultimo decennio a reinventarsi come “comunista tutto d’un pezzo”. In realtà recuperando, all’insaputa dei più, lo spartito ideologico staliniano del 1929-1933: la sinistra come nemico principale (“socialfascista”), il rifiuto di ogni unità d’azione a sinistra, l’isolazionismo settario verso i movimenti di lotta, un apparente rifiuto del governismo. A chi come noi chiedeva un bilancio del suo passato ingombrante – perché altrimenti, prima o poi, si è destinati a ripeterlo – rispondeva che occorre guardare avanti e non indietro. A chi contestava il carattere autocentrato e settario della nuova linea, mutuata in miniatura dal KKE greco, rispondeva che l’isolamento era un vanto e che i movimenti non direttamente proletari, come quello ambientalista, sono piccolo-borghesi e quindi da rifuggire, ecc ecc.

Già allora Rizzo inseriva su questa scia un tema apparentemente nuovo, in realtà antico: l’assunzione del “popolo” a riferimento centrale in sostituzione della classe lavoratrice, il recupero del sovranismo nazionale, la contrapposizione dei diritti sociali ai diritti civili, posture sempre più equivoche verso i lavoratori immigrati…
Rizzo non lo sa, perché la storia, diciamo così, non è il suo forte. Ma si trattava anche qui (si parva licet) del riscopiazzamento della retorica staliniana del 1929-1933 sulla “lotta di liberazione nazionale tedesca” contro il trattato di Versailles, quando il KPD, imbeccato da Stalin, faceva concorrenza al nazionalsocialismo sul suo stesso terreno. Bastava sostituire Versailles con Bruxelles, la liberazione nazionale tedesca con la liberazione nazionale italiana, e il gioco era fatto.

Denunciammo da subito in questa deriva il rischio potenziale del rossobrunismo. Cioè di una rottura progressiva col campo di classe e di un avvicinamento a quel campo politico culturale che, non solo in Italia, teorizza il superamento dei confini tra destra e sinistra nel nome del popolo. Qualcuno ci rispose che esageravamo, che il nostro era un processo alle intenzioni, che “figuriamoci se Rizzo…”. E invece…
Invece oggi il PC di Rizzo ha compiuto il salto della quaglia. Ha varcato il confine del movimento operaio per realizzare un blocco sovranista tricolore con forze di destra e di estrema destra attorno a un programma reazionario

Italia Sovrana e Popolare, con tanto di sfondo tricolore, è questo. Ne fanno parte Ancora Italia di Diego Fusaro, ideologo del rossobrunismo nel nome della destra hegeliana; Riconquistare l’Italia, intrisa di presenze fasciste; Azione Civile di quel poveraccio di Ingroia, e appunto il PC di Rizzo. Il suo ultimo congresso sentenziava: “Nessuna alleanza alle elezioni”. Ma nella tradizione stalinista nulla conta di meno di un congresso. La positiva rottura col PC di un migliaio di giovani compagni, proprio in contrapposizione al sovranismo, e poi l’esplosione della nebulosa no vax, hanno indotto Rizzo ad abbandonare ogni remora, a tagliare i ponti alle spalle, a gettarsi a corpo morto nella nuova avventura. Oggi prova a tornare in Parlamento facendo leva su questa ciurma.

Chi avesse dubbi su questo nostro giudizio è invitato a guardare identità e programmi di Italia Sovrana, e dei soggetti che la compongono.

Ancora Italia, l’organizzazione più robusta della compagnia, si presenta come il partito dell’«Interesse Nazionale» (tutto maiuscolo), rivendica lo «Stato patriottico come fortilizio», la «famiglia contro l’atomizzazione individualista», la «Lealtà e l’Onore contro l’impero dell’effimero», «una visione spirituale intesa quale religione della trascendenza in opposizione all’ateismo nichilistico della merce… una visione sacra del mondo e della vita… la bellezza, l’onore il coraggio… quali principi guida di ogni azione individuale e collettiva».
Nessuna meraviglia se l’articolo 1 dello Statuto «riconosce nel Prof. Diego Fusaro il pensatore che più di ogni altro ha costruito… una coerente teoria filosofica pronta ad essere tradotta in prassi». Lo Statuto insomma è Fusaro, cioè chi lo ha scritto. L’impronta è quella di un manifesto di timbro futurista marinettiano, che come allora celebra «la sovranità, l’indipendenza, l’unità nazionale» degli spiriti liberi. Allora contro le plutocrazie coloniali, oggi contro l’Europa dei tecnocrati. Oggi come ieri, nel nome della Patria tricolore.

Riconquistare l’Italia, in un programma di forte impronta statalista-capitalista, contesta la «retorica dei diritti civili» nel nome del primato dei «doveri» e della (sacra) famiglia. Ma soprattutto individua nella liberazione della Patria dagli immigrati un punto dirimente. Gli immigrati regolari non debbono godere del «diritto al lavoro» che spetta solo ai cittadini. Gli immigrati irregolari, reclusi nei centri di accoglienza, debbono pagarsi il soggiorno dal secondo mese con 4 ore di lavoro obbligatorio e gratuito, con espulsione immediata in caso di rifiuto. Perché un immigrato possa diventare cittadino italiano, dopo almeno dieci anni di soggiorno regolare, deve sostenere «seri esami» di lingua italiana, di storia italiana moderna e contemporanea, di diritto costituzionale… Che è come dire che dovrebbero essere privati della cittadinanza diversi milioni di cittadini italiani. Su tutto primeggia il blocco della immigrazione, il controllo militare delle coste, il rifiuto di ogni sanatoria. Lo slogan salviniano “prima gli italiani”, già di Forza Nuova e CasaPound, slitta in peggio: “solo gli italiani”. L’immigrato è colui che ruba il lavoro all’italiano e/o deprime il suo lavoro. Per di più girando le rimesse al proprio paese di provenienza le sottrae alla Patria che generosamente lo ospita. C’è un solo modo di risolvere il problema: non quello di liberare gli immigrati dalla schiavitù del supersfruttamento, ma di liberarsi degli immigrati. Non quello di unire lavoratori italiani ed immigrati contro il capitale, ma di contrapporre gli italiani agli immigrati, nell’interesse del capitale. Proprio come dicono i fascisti.

Comune in Ancora Italia e Riconquistare l’Italia è la rivendicazione dell’uscita dalla UE. Ma non nel nome della rottura anticapitalista e della fratellanza internazionale dei salariati, bensì in quello di un capitalismo nazionale capace di rinverdire le proprie glorie. Liberiamoci delle catene della UE e «ritorniamo ad essere, come Italia, la quarta potenza mondiale» (?!) dichiara il capo di Riconquistare l’Italia. La sua tessera 2022 porta l’immagine di Enrico Mattei, bandiera di un capitalismo nazionale in espansione nel dopoguerra. È la nostalgia piccolo-borghese di un mondo capitalistico che non c’è più, e che non tornerà. Un sentimento classicamente reazionario. L’apologia del ritorno alla moneta nazionale quale garanzia di sovranità del popolo non è da meno. Come se la sterlina garantisse i proletari britannici, o il dollaro i proletari americani. In realtà, ogni forma di sovranismo borghese maschera l’immutata sovranità dei capitalisti (italiani e stranieri) sui proletari (italiani e immigrati). E subordina entrambi alle ambizioni del proprio imperialismo nazionale.

Quanto alla politica estera di Ancora Italia, spicca l’esaltazione dell’imperialismo russo, che spinge Toscano, leader di AC, a rivendicare pubblicamente l’invasione russa dell’Ucraina. La grande madre Russia della guerra nazionale patriottica è lo schermo ideologico di questa posizione guerrafondaia. Naturalmente nel nome della pace e della Costituzione. In realtà è l’abbraccio di Russia e Cina quali nuove potenze imperialiste emergenti in contrapposizione agli imperialismi NATO. Invece di contrastare l’imperialismo di casa nostra dal versante del proletariato internazionale, lo si fa dal versante dell’imperialismo rivale. Una posizione speculare a quella dell’atlantismo imperialista, lo stesso che Rizzo professò nel tempo in cui appoggiava la guerra della NATO in Jugoslavia.

Il programma di Italia Sovrana e Popolare, nel suo impasto politico ibrido, scavalca per molti aspetti a destra il programma di Salvini e Meloni, proprio perché libero da impacci istituzionali. Se poi capitasse loro di entrare in Parlamento (la vediamo dura), potrebbero tranquillamente sostenere come ultima ruota del carro un governo reazionario. Lo fece Gianluigi Paragone col primo governo Conte (Lega-M5S), perché non potrebbe farlo Marco Rizzo, coi suoi amici parafascisti, complottisti, putiniani? Chi non ha mai avuto principi, chi si è sempre vantato di non averne, può fare di tutto. I casi di Bombacci e di Doriot nella storia drammatica del Novecento stanno lì a dimostrarlo.

Ai pochi militanti del PC ancora sopravvissuti in quel partito chiediamo con semplicità: è questa la “via al socialismo” cui aspiravate? Ai tanti compagni, in particolare giovani, che da quel partito sono giustamente usciti poniamo invece un’altra domanda: davvero (anche) quanto è accaduto non pone l’esigenza di un bilancio della storia del movimento operaio e comunista e dei veleni di cui si è nutrita?