Dell’assassinio di Alika Ogorchukwu molti hanno sottolineato il possibile movente razzista (era un nero, un immigrato) e classista (un povero, un mendicante), mentre si è parlato poco di un probabile (anzi, sicuro, a mio avviso) terzo movente (tra l’altro l’unico esplicitamente ammesso dall’assassino): l’aver osato “molestare” (chiamandola “bella”, insistendo per ottenere una moneta, forse “prendendola per il braccio”) la “fidanzata” dell’omicida. Non è facile comprendere cosa passava nella testa ottenebrata del criminale 32enne quando la furia omicida si è scatenata. Difficile indovinare cosa sarebbe accaduto se a rivolgere quelle parole e quei gesti alla “sua fidanzata” (possessivo e sostantivo significativi!) fosse stato un bianco e ricco ragazzo di “buona famiglia” (oppure un nero e ricco ragazzo di “buona famiglia”, che ci sono pure quelli, persino in Italia). Il livello di aggressività sarebbe stato più contenuto? Forse. Ma non ne sarei così certo. Io credo a ciò che ha affermato sinceramente (a quanto pare) l’assassino. Non ha accennato al colore della pelle né alla “professione” di Alika. Ha insistito solo sulla grave “onta” subita dalla “sua” fidanzata e, si intuisce, dal suo “onore” di maschietto italico nutrito da secoli di subcultura maschilista e monogamico-possessiva. Dovremmo riflettere tutti quanti su questa componente, altrettanto meschina e disprezzabile dell’eventuale movente razzista e/o classista. Ma ciò ci costringerebbe (in primis TUTTI quanti, ma anche TUTTE quante) a fare i conti con qualcosa di molto più profondo ed intimo del razzismo e classismo reazionario, che, per fortuna, non sono, secondo me, maggioritari nella nostra società (o per lo meno non nella misura della “terza componente”). Quello stupido, miserabile orgoglio dell’affermare “tu sei mia” (o “tu sei mio”, perché su questo terreno non c’è da fare sconti a nessuno). Con buona pace di canzonette, film, libri che ci hanno accompagnato fin dalla nascita (nostra e di innumerevoli generazioni precedenti). Allietandoci, e avvelenandoci, l’esistenza.

Flavio