di Franco Turigliatto

Alla fine la crisi del governo Draghi si è espressa fino in fondo, senza una nuova ricomposizione, come avrebbero voluto importanti forze capitaliste e gran parte dei governanti europei ed occidentali della borghesia e in primo luogo il Presidente della Repubblica. Mattarella, che era stato il kingmaker del governo di unità nazionale, ha infine dovuto sciogliere le Camere ed indire le elezioni, per la prima volta nella storia del paese in autunno, nella speranza di avere già in ottobre un nuovo governo operativo per il delicato passaggio della legge di bilancio.

Le cause della crisi

La lettura della crisi data degli editorialisti borghesi secondo cui “i partiti giocano irresponsabilmente tra loro e il paese affonda; il governo Draghi era la salvezza e doveva restare in piedi”, va semplicemente rovesciata: è stata la crisi sociale profondissima in atto (nel quadro delle grandi crisi epocali, climatica, pandemica, economica e della guerra), di cui il governo Draghi con le sue politiche è stato pienamente responsabile (non solo non ha preso le misure adeguate per combatterla, ma l’ha alimentata per conto dei padroni per preservare e rilanciare i profitti, basta vedere i risultati delle banche, delle più grandi aziende capitaliste, tra cui in particolari quelle della energia) che ha determinato la crisi del governo.

Un governo di unità nazionale, messo in piedi con una dubbia manovra politica agli inizi del 2021, composto da forze assai diverse tra loro anche se accomunate dalla medesima matrice borghese, rappresentanti la composita articolazione dei vari settori (piccoli, medi e grandi) del capitalismo italiano. Siamo davanti a una crisi del capitalismo che comporta una ricomposizione profonda dello stesso sistema dominante, colpisce non solo le classi lavoratrici, ma anche i settori capitalisti più deboli, determina all’interno della borghesia interessi diversi. La fibrillazione politica interna al governo andava avanti da mesi contrapponendo le diverse forze che lo componevano tenute insieme solo dal bonapartismo di Draghi; solo che di fronte allo sprofondo sociale economico, e soprattutto, mai dimenticarlo, agli effetti che produce la scelta del governo di partecipare alla guerra, gestendo quindi le politiche di guerra, in un quadro di malessere sociale generalizzato nel paese, alla fine ha portato alla rottura. Questo processo di crisi del governo si manifestato prima con le difficoltà della Lega, poi con quelle del M5S, il partito non partito, sotto attacco da tutte le parti e poi infine dalla scelta di FI e della Lega di non lasciare ulteriore spazio all’opposizione, se pur fasulla, di FDI, e di poter sfruttare a loro vantaggio le elezioni anticipate. E’ chiaro che costoro hanno pensato che in questo modo potranno rappresentare e difendere meglio gli specifici interessi borghesi che rappresentano e naturalmente anche le loro fortune politiche, come è risultato molto evidente negli interventi che hanno svolto in Senato.

A difendere gli “interessi generali” della grande borghesia, rappresentata da Draghi è rimasto imperterrito il PD, e il variegato e interessato mondo delle lobby politiche del cosiddetto centro. L’insieme del processo si configura quindi come espressione della crisi di direzione della borghesia, in atto per altro non solo nel nostro paese.

Non rimpiangeremo certo il governo Draghi, che, tra i tanti misfatti che ha compiuto, ha tenuto in piedi le leggi liberticide di Salvini sull’ordine pubblico, strumenti indispensabili per fronteggiare e reprimere le lotte sociali che cominciavano a prodursi. Non è un caso che in concomitanza con la crisi di governo questo obiettivo reazionario sia stato lucidamente e volgarmente rappresentato dai provvedimenti repressivi della Procura di Piacenza contro i settori sindacali combattivi, un attacco in piena regola alle lotte e ai diritti dei lavoratori, più in generale a tutto il sindacalismo. Siamo di fronte a un vero proprio monito, anzi a una minaccia: non cercate di rimettere in discussione i rapporti di forza in seno alle aziende che garantiscono lo sfruttamento e lo strapotere delle aziende.

Il meno peggio prepara il peggio

L’esperienza del governo Draghi è anche la conferma che coloro che da sempre si fanno paladini delle presunte le scelte “del meno peggio”, semplicemente preparano le condizioni per cui il peggio si avveri.

Infatti il quadro che si sta aprendo appare particolarmente cupo e difficile per le classi lavoratrici. E’ difficile non solo per la sinergia delle varie crisi in atto e per l’offensiva padronale, ma è difficile perché manca una soggettività di classe e di lotta dell’insieme delle classi lavoratrici; questa andava costruita ed era possibile costruirla nei mesi scorsi; non è stato fatto per il semplice fatto che le direzioni sindacali, compresa quella della CGIL non hanno voluto farlo. Anche in questi giorni sono arrivati al ridicolo, invece di costruire una prospettiva di alternativa di classe e di proporre e cercare di costruire l’alternativa, continuano a chiedere la continuità di un governo, che altro non era che un governo nemico. Ma così facendo si rischia che in campo ci sia solo la demoralizzazione sociale, con le risposte reazionarie della Meloni e di Salvini e il rimpianto del governo “presunto saggio” di Draghi da parte del PD. Questo partito che ha governato fino al oggi con le forze della destra, del tutto interno alle politiche di guerra filoatlantiche, chiederà ora un voto per far argine alle destre difendendo quelle politiche economiche liberiste “europee” che hanno alimentato la crisi sociale…

Ci troveremo così di fronte a un menù politico che contiene solo le diverse ricette dei diversi settori della classe dominante.

La CGIL, da parte sua è obbligata a interrompere il suo congresso e lo fa senza uno straccio di linea politica, di proposta, che non sia quella di accodarsi, facile previsione, ai tradizionali vecchi amici, cioè a supportare i sostenitori di Draghi, quando invece, più che mai, dovrebbe individuare un percorso di mobilitazione e di lotta per il prossimo autunno di fronte agli sfracelli del carovita, della precarietà, della disoccupazione e alle demagogie reazionarie, razziste e fascisteggianti che l’estrema destra produrrà sempre più nel prossimo periodo.

Un voto difficile

Per di più si va a votare con la pessima legge elettorale vigente, che la Corte Costituzionale ha già bollato come non conforme al dettato costituzionale, una legge fortemente distorsiva della rappresentanza popolare, ed ancor meno rappresentativa di 4 anni fa, perché il M5S, nella sua stupida demagogia qualunquista bottegaia piccolo borghese, ne ha ulteriormente colpito la rappresentanza democratica ed anche quella territoriale con la sua “principale conquista politica”, la drastica riduzione del numero dei parlamentari.

Prepariamoci dunque a un voto difficile, a una campagna difficile in cui noi vogliamo dare il nostro contributo a uno schieramento politico realmente alternativo, deciso fino in fondo a contrastare la destra e l’estrema destra, la falsa alternatività del PD, cioè l’alternativa borghese del grande capitale, a combattere tutte le illusioni di coloro che si vogliono collegare nel campo largo o stretto o nuovo di questo partito ed infine alternativo ovviamente anche al M5S. Vogliamo uno schieramento che nei contenuti e nelle pratiche politiche si confronti con il voto del 25 settembre, ma sappia proporre anche e soprattutto un progetto e un percorso politico di mobilitazione di uno schieramento sociale che nell’autunno possa reggere l’impatto del nuovo governo, qualunque sia quello che uscirà dalle urne.