di Alona Liasheva e Denys Pilash*

Due esponenti della sinistra radicale ucraina raccontano la situazione nel loro paese e il ruolo possibile della sinistra e dei movimenti sociali.

La rivista di sinistra statunitense Tempest ha intervistato due esponenti della sinistra radicale ucraina sull’attuale situazione nel loro paese, sulla resistenza e sul ruolo che la sinistra e i movimenti sociali possono avere in questa fase e nel futuro del paese.Entrambi fanno parte del gruppo socialista ucraino Sotsialnyi Rukh (Movimento sociale) – che partecipa in forme diverse alla resistenza alla guerra e all’invasione russe, pur contrastando le politiche neoliberiste del governo Zelensky e della rivista Commons: Journal for Social Criticism.

La resistenza ucraina ha impedito che l’invasione russa prendesse anche Kiev, ottenendo una grande vittoria. La Russia si è ritirata e ora sta cercando di conquistare il Donbass e di creare un ponte terrestre verso la Crimea, annessa nel 2014. Com’è la guerra ora? Quali sono le condizioni della popolazione nei territori conquistati dalla Russia? Qual è il bilancio e la direzione verso la quale andranno i combattimenti?

Denys Pilash: Credo che la percezione diffusa che la guerra sia completamente cambiata dopo la vittoria delle battaglie per la difesa di Kiev e Kharkiv non sia corretta. Continuiamo a subire regolarmente attacchi aerei in tutto il paese, anche a Kiev, Kharkiv e Lviv. La battaglia principale si è però spostata nel Donbass
In quella regione la popolazione deve affrontare brutali bombardamenti di mortaio, missili e attacchi aerei. Alcune grandi città come Mariupol sono state completamente distrutte, così come città e paesi più piccoli. L’entità delle distruzioni è difficile da descrivere. Centinaia di scuole e ospedali sono stati danneggiati o completamente distrutti.
Ogni giorno abbiamo notizie di un gran numero di civili, soldati ucraini e volontari delle Forze di Difesa Territoriale uccisi. Quindi, se è vero che il centro della guerra si è spostato per lo più nel Donbass, la natura della guerra non è cambiata. Rimane una lotta per l’autodeterminazione contro l’aggressione imperialista russa.
Le condizioni dei territori occupati si stanno deteriorando; il modello lo abbiamo potuto osservare nelle cosiddette Repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk che la Russia ha controllato per otto anni. I padroni russi hanno imposto un governo autocratico in queste zone del Donbass, le hanno subordinate alla loro economia, hanno istituito un nuovo sistema educativo e hanno imposto che tutti gli uomini di età superiore ai diciotto anni venissero arruolati nell’esercito e utilizzati come carne da cannone in guerra.
La resistenza all’occupazione c’è stata quasi ovunque, fin dall’inizio. Ci sono state molte proteste pacifiche violentemente disperse e represse. Ancora oggi la popolazione continua a resistere; recentemente è stato il caso dei vigili del fuoco di Enerhodar, la città che ospita la più grande centrale nucleare d’Europa, la Zaporizhzhia Nuclear Power Station. Questa mobilitazione, come le altre, è stata oggetto di repressione.
Si è prodotto un livello così alto di opposizione all’occupazione che i russi non sono riusciti nemmeno a convincere qualche Quisling ad accettare di guidare le autorità locali installate. Alla fine, per poterlo fare, hanno trovato alcuni vecchi politici corrotti e marginali teorici della cospirazione. In generale, la popolazione, compresi i russofoni che costituiscono la maggioranza della popolazione nei territori occupati, non è disposta a collaborare. Non sono favorevoli alla distruzione delle loro città e paesi, ai soldati che pattugliano le loro strade e ai loro diritti calpestati.

Alona Liasheva: Ho seguito da vicino le condizioni nei territori occupati. Ho contattato diverse persone nonostante le interruzioni del servizio telefonico e di internet. Tutte descrivono condizioni orribili. Alcuni luoghi sono completamente distrutti, come Mariupol. Altri luoghi sono gravemente danneggiati, come Kherson, ma sono più o meno stabili.
La crisi umanitaria è grave. In alcuni luoghi le persone non hanno accesso all’acqua potabile. In altri devono fare i conti con la carenza di medicinali di base, come insulina e antidolorifici. Uno dei problemi comuni è la mancanza di accesso al cibo per i bambini intolleranti al lattosio; le madri devono quindi scegliere tra la morte per fame dei loro figli e i problemi di salute causati dal latte materno a cui sono allergici.
Le condizioni economiche sono terribili. I prezzi dei beni di prima necessità come il cibo sono saliti alle stelle. Il costo delle patate e della pasta ha raggiunto livelli completamente folli e questo vale anche per le zone agricole dell’Ucraina – qualcosa davvero scioccante per la gente, dato che l’Ucraina sarebbe un paese agricolo di prim’ordine.
La pressione ideologica sulle persone nei territori occupati è enorme. Una volta tagliata la connessione internet con il mondo esterno, sentono solo la propaganda russa che dice loro che nessuno li salverà, che Kiev è stata conquistata e che l’Ucraina è sotto il controllo di Mosca.
Le condizioni delle donne nei territori occupati sono terribili. Abbiamo sentito tante storie di stupri. Alcune storie sono analoghe a quelle sentite da Bucha, dove le truppe russe hanno usato lo stupro come arma di guerra e di occupazione. Una storia molto comune è che le donne vengono «invitate» dai soldati russi armati a partecipare a feste e a fare sesso. Anche se le donne possono accettare di farlo, non si tratta certo di una loro scelta, ma di una costrizione da parte di uomini armati.
Istituzioni come ospedali e scuole sembrano essere in qualche modo funzionanti nei luoghi non distrutti. Ma operano in condizioni molto difficili, senza sufficienti rifornimenti e medicine per l’assistenza sanitaria di base. Le istituzioni scolastiche operano su ordine di governi nominati dalla Russia; sono dovute passare all’insegnamento in russo e implementare un nuovo curriculum russo. Se gli insegnanti si rifiutano vengono licenziati per aver disobbedito agli ordini. E nonostante questo, continuano a rifiutarsi.
Pochissime persone sostengono ciò che la Russia sta facendo, compresi coloro che prima della guerra simpatizzavano per la Russia. Chi può approvare che le bombe distruggano la sua casa e uccidano la sua famiglia e i suoi amici? Chi sosterrà l’occupazione militare? C’è stata molta resistenza nei territori occupati, ma la Russia l’ha repressa brutalmente. Le forze russe hanno rapito attivisti e persino sindaci, li hanno messi in prigione e li hanno torturati. Una forma comune di tortura praticata è quella di sparare alle caviglie delle persone per renderle inadatte a resistere o a unirsi all’esercito ucraino quando cerca di liberare territori. Ciononostante la gente continua a cercare di resistere. Affiggono manifesti contro l’occupazione. Dipingono con lo spray graffiti sugli edifici contro l’occupazione. C’è una resistenza sotterranea.

Che impatto ha avuto la guerra sull’economia e sulle condizioni di lavoratrici e lavoratori in Ucraina oggi? Sono rientrate le persone rifugiate? Quali sono le condizioni delle persone sfollate a causa della guerra?

AL: Il numero di persone cacciate dalle proprie case a causa della guerra è stato enorme. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima oltre 5,1 milioni di rifugiati presenti in tutta Europa. Possiamo invece solo stimare il numero di sfollati interni (Idp), che potrebbe essere compreso tra i sei e i sette milioni di persone. Ora sia i rifugiati che gli sfollati interni stanno tornando alle loro case.
Questo viene celebrato ma spesso non c’è nulla da festeggiare. Molte persone non possono tornare perché le loro case sono state distrutte o le loro città sono state occupate. Naturalmente è positivo che le persone che possono tornare rientrino nelle proprie case. Vogliono tornare a casa in un’Ucraina liberata. È anche un mio sentimento. Sono originaria di Kiev ma ora vivo a Lviv, così, quando Kiev è stata difesa con successo, sono tornata a visitarla, anche solo per essere lì. Ma la realtà è che molti stanno tornando perché non hanno trovato alloggio, lavoro e servizi sociali all’estero o in Ucraina. Ad esempio, le sistemazioni alloggiative per gli sfollati interni sono state un vero disastro. Sono stati organizzati alloggi temporanei, ma quasi il 99% è stato organizzato da volontari.
Il governo non ha messo in campo una politica efficiente per fornire alloggi agli sfollati e non ha regolato il mercato degli affitti, la determinazione dei prezzi è stata lasciata ai proprietari. Mentre alcuni di questi hanno mantenuto gli affitti ai livelli precedenti, molti li hanno aumentati, e alcuni lo hanno fatto fino a dieci volte di più rispetto a quanto avevano chiesto in precedenza.
Alcune persone sono fortunate e mantengono il loro lavoro anche quando lasciano la loro città natale. In particolare chi lavora nel settore informatico ha potuto farlo da ovunque si sia trasferito. La maggior parte delle altre lavoratrici e lavoratori ha perso il lavoro e hanno lottato per trovarne un altro.
Molte persone che hanno lasciato l’Ucraina stanno tornando perché non sono riuscite a trovare un aiuto sufficiente per sostenere le loro vite. Almeno in Ucraina hanno una casa o un appartamento di proprietà e sono disposte a rischiare molto per tornare. Ci sono casi di persone che sono tornate solo per essere uccise dai missili. Ci siamo abituate e abituati a un livello di pericolo che prima della guerra sarebbe stato inimmaginabile. Sentiamo continuamente sirene e bombe. La guerra è diventata una parte normale della nostra vita.

DP: L’economia si sta deteriorando e l’inflazione è in forte aumento. Quasi metà della

popolazione ha perso il lavoro e coloro che hanno mantenuto il posto di lavoro devono subire tagli agli stipendi. Molte persone sono state licenziate. La guerra ha causato anche una grave crisi agricola in Ucraina e una crisi alimentare a livello internazionale, soprattutto nel Sud globale. La Russia ha bombardato e sequestrato molti terreni agricoli, così come sta anche sequestrando e raccogliendo grano da quelle terre.
Nel resto dell’Ucraina gli agricoltori sono in grado di lavorare più o meno correttamente nonostante il fatto che alcuni conducenti di trattori siano stati uccisi dai missili russi. Gli agricoltori producono cibo ma non sono in grado di metterlo sulle navi per l’esportazione a causa dei blocchi navali russi nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. Il cibo resta così quindi bloccato in Ucraina e parte di esso sta marcendo nei silos di stoccaggio dei porti. Tutto questo sta causando carenza di cibo e inflazione alimentare in tutto il mondo. In alcuni luoghi del Sud globale questo può causare carestie e un’enorme crisi umanitaria.
Invece di fare tutto il possibile per affrontare queste condizioni atroci per lavoratrici e lavoratori e agricoltori, gli entusiasti del mercato presenti nel parlamento e nel governo ucraino hanno approvato nuove leggi neoliberiste che peggiorano le loro condizioni. Queste norme rendono più facile per le aziende licenziare il personale e approfondiscono la deregolamentazione dell’economia.
Il governo e gli oligarchi hanno usato le difficoltà delle piccole imprese come copertura per approvare questi attacchi, sostenendo che queste leggi aiuteranno le piccole imprese, manterranno lavoratrici e lavoratori sul posto di lavoro e i benefici ricadranno anche sul resto della società. Ovviamente tutto ciò è falso.
Di fronte a questi attacchi i sindacati sono stati inizialmente passivi. In parte ciò è dovuto al fatto anche loro, come il resto della popolazione, si sono concentrati sul fare la loro parte per difendere il paese, fornire aiuti umanitari e salvare le vite dei loro associati. Nessuno voleva essere considerato come una minaccia allo sforzo bellico. D’altra parte la nostra organizzazione, Sotsialnyi Rukh (Movimento sociale), e la nostra rivista Commons hanno cercato di far conoscere i pericoli di queste proposte di legge contro il lavoro. In questo modo abbiamo contribuito a sensibilizzare almeno alcuni circoli di attivisti sindacali sull’urgenza di opporsi a questa legislazione.

Che impatto hanno avuto la guerra e l’occupazione sulla coscienza popolare? Qual è l’umore e la fiducia della gente, in particolare di coloro che sono coinvolti nella resistenza militare e popolare?

AL: Come sociologa seguo sempre le ricerche anche quantitative e i sondaggi e li ho esaminati anche nelle prime settimane di guerra per avere un’idea della coscienza popolare. Il sostegno a Zelensky è quasi al cento per cento e c’è un alto livello di fiducia riguardo la lotta per la difesa dell’Ucraina. Dobbiamo però ricordare che le opinioni cambiano molto rapidamente in Ucraina e quindi non mi sorprenderei se tra un paio di mesi la gente iniziasse a criticare Zelensky e la sua popolarità diminuisse.
Nonostante l’attuale popolarità di Zelensky diverse persone hanno criticato specifiche politiche del governo e a volte hanno persino sollevato dubbi sulla strategia militare del governo. Le persone non hanno paura di parlare anche se in questo momento siamo sotto la legge marziale. Ciò significa che col tempo riemergeranno dibattiti su cosa fare delle cosiddette Repubbliche popolari russe di Donetsk e Luhansk e sull’annessione della Crimea. Così come ci saranno anche altri dibattiti sulle leggi linguistiche del paese.
Naturalmente, in questi dibattiti ci saranno tendenze sia conservatrici che progressiste. Tutto questo per dire che la politica è molto instabile e soggetta a sensibili cambiamenti. Per molti versi possiamo dire che la guerra ha approfondito la politicizzazione della società ucraina.

DP: Alona ha ragione. In questo momento la gente è molto concentrata e unita nel difendere l’Ucraina, vincere la guerra e garantire una pace duratura. La gente estende la propria visione positiva di questa lotta a Zelensky come comandante in capo delle forze armate dell’Ucraina. Ma quando si tratta di specifiche decisioni prese da funzionari o ministri del Parlamento le loro opinioni popolari possono essere molto critiche. La frustrazione per la corruzione nella distribuzione degli aiuti umanitari è aumentata. La gente è più disposta a criticare le autorità locali per il loro comportamento durante la guerra.

Qual è il carattere del nazionalismo ucraino che si è sviluppato durante la guerra in un paese dalla composizione multietnica e multilinguistica? Naturalmente il nazionalismo può avere caratteristiche progressiste perché le persone lottano per il loro diritto democratico all’autodeterminazione nazionale, mentre talvolta può avere un carattere etnicista e sciovinista. Quali sono le dinamiche del nazionalismo ucraino che osservate?

AL: C’è sicuramente un filone di nazionalismo conservatore. Questo porta le persone a chiedere che tutti parlino ucraino e smettano di parlare in russo. Ma questo è impossibile da applicare; un’enorme percentuale di ucraini parla russo e questo fatto non ha nulla a che fare con le loro idee politiche. Inoltre non credo che le persone si lasceranno ingannare da questi inviti a limitare la lingua russa. Ricordiamo che i russofoni sono stati in prima linea nella resistenza all’invasione di Putin nell’est del paese. Questo fatto da solo distrugge la pretesa di Putin di liberare i russofoni dall’oppressione. È lui che li sta uccidendo e opprimendo.
C’è un’enorme simpatia per i russofoni che combattono contro Putin nell’est del paese. I veterani di questa lotta diventeranno una parte importante della società civile. Nessuno vorrà limitare i loro diritti. Quindi questo nazionalismo conservatore si scontrerà con il rifiuto popolare. Ad esempio a Lviv, dove vivo, la gente ha affisso cartelli che dicono: «Per favore, parlate ucraino». Ma la gente arriva e parla russo e nessuno se ne preoccupa. Non credo che questo approccio etno-nazionalista alla lingua si diffonderà e diventerà maggioritario.

DP: Ci sono due contesti ideologici nella resistenza ucraina. Uno è ovviamente quello etno-nazionalista descritto da Alona che rivendica che la popolazione diventi più ucraina, abbandoni tutto ciò che è percepito come russo e diventi più omogenea. C’è poi un altro contesto che abbraccia la moltitudine di persone che si sono unite nel dolore e nella rabbia e anche nella resistenza attiva. Questo contesto immagina l’Ucraina come una nazione ucraina multietnica che comprende gli ucraini di lingua russa, le cui città hanno sofferto di più a causa della guerra, e altre comunità come i tartari di Crimea, gli ebrei, i greci pontici e i rom.
In un certo senso questa resistenza comune ha dato forza a queste comunità, soprattutto ai Rom, che storicamente hanno subito alcune delle peggiori discriminazioni ed espropriazioni. Qui in Transcarpazia si sono uniti allo sforzo bellico, in particolare a quello militare, e stanno combattendo al fianco di tutti gli altri, da pari a pari.
L’attuale governo, compreso lo stesso Zelensky, comprende molte persone di origine linguistica russa e città russofone. Queste si tengono alla larga dall’etno-nazionalismo. Dobbiamo ricordare che hanno vinto le ultime elezioni sulla base di una visione di un’Ucraina più inclusiva. Questa visione può favorire l’unità contro ogni discriminazione. Ma quale sarà il contesto predominante non è automatico. La sinistra deve promuovere questa visione pluralistica e democratica del paese, delle sue istituzioni, della sua cultura, delle sue lingue.

Zelensky è considerato un eroe in gran parte del mondo e sembra aver galvanizzato l’Ucraina nella guerra. Allo stesso tempo rappresentava una fazione dell’oligarchia ucraina e durante la guerra ha promulgato ogni sorta di limitazione dei diritti politici e ha attuato attacchi neoliberali ai sindacati. Come hanno reagito la sinistra, i sindacati e la classe operaia alle sue politiche? La guerra ha cambiato lo spazio politico aperto alla sinistra e in che modo eventualmente? Ha cambiato il carattere politico della sinistra?

AL: Nella situazione attuale non ha senso protestare contro Zelensky, che è immensamente popolare. Ma questo non significa che sia impossibile criticare le sue politiche. Noi della sinistra, così come altre forze, possiamo farlo. La società ucraina produce molte resistenze, non solo contro l’invasione russa ma anche contro i problemi della società ucraina. C’è una profonda insoddisfazione nei confronti del capitalismo oligarchico e delle sue politiche neoliberiste.
Ecco perché nella storia dell’Ucraina c’è uno schema che prevede la cacciata dei presidenti elezione dopo elezione. Il popolo caccia via i vecchi presidenti, ne elegge di nuovi sulla base della loro promessa di cambiare l’ordine delle cose e poi si oppone a loro quando mantengono l’ordine esistente.
Zelensky è un esempio di questa dinamica. È stato eletto sulla base di una promessa di unità, cambiamento e pace, ma non è riuscito a mantenere nulla di tutto ciò e per questo prima della guerra la sua popolarità era crollata. La sua direzione della guerra lo ha salvato e reso estremamente popolare. Ma, come ha detto Denys, difende il capitalismo oligarchico e ha ampliato le politiche neoliberiste a vantaggio delle imprese multinazionali. Per questo inevitabilmente dovrà affrontare dei problemi e la sinistra avrà lo spazio per sfidarlo di nuovo apertamente e portare avanti la nostra visione del socialismo democratico come alternativa.

DP: Sono d’accordo. Credo sia molto importante non sopravvalutare la popolarità di Zelensky. Mi ha sinceramente stupito il modo in cui i media internazionali lo hanno dipinto come persona così coraggiosa da restare in Ucraina. Hanno in questo senso insinuato che la cosa più sensata da fare è che un leader di Stato fugga. In realtà era chiaro che la Russia non aveva dispiegato forze sufficienti per catturare e tenere una città di tre milioni di persone. Putin ha completamente frainteso l’Ucraina credendo che non avrebbe opposto resistenza e che avrebbe potuto rovesciare il governo e installare un regime fantoccio. Gli ucraini avrebbero sempre resistito. Quindi Zelensky ha fatto la cosa più razionale rimanendo. 
Detto questo, nelle prime settimane i suoi discorsi notturni erano ispirati e umani. Si è tenuto lontano dal disumanizzare il nemico o dal promuovere l’odio. Al contrario, soprattutto all’inizio, ha cercato di fare appello ai soldati e ai cittadini russi affinché si opponessero alla guerra ingiusta. Questi discorsi notturni hanno unito il popolo dietro Zelensky. Ma questo non significa che ci sia soddisfazione per le politiche del suo governo, che come ha detto Alona sostengono un capitalismo oligarchico di cui la gente è profondamente insoddisfatta.
Zelensky è stato eletto nella speranza di un cambiamento. In realtà ha vinto quasi come un simbolo vuoto: era il centrista perfetto, senza una visione o una posizione chiara su qualsiasi questione, quindi poteva piegarsi in qualsiasi direzione. Zelensky e la sua squadra sono persone piccolo-borghesi che hanno una comprensione molto limitata del funzionamento dell’economia, della grande industria, della divisione internazionale del lavoro e così via. I loro esperti economici hanno anche una fede quasi religiosa nel libero mercato. Di conseguenza hanno preso decisioni completamente sbagliate anche in termini capitalistici. Non hanno altre idee per raccogliere fondi per il bilancio statale a parte la legalizzazione del gioco d’azzardo. Si oppongono persino alla cancellazione del debito ucraino perché temono che ciò conferisca al paese una reputazione negativa tra gli investitori.
Alla fine Zelensky ha svolto lo stesso ruolo dei suoi predecessori: difendere l’ordine esistente. Noi come sinistra stiamo cercando di promuovere un’alternativa socialista democratica. Abbiamo affrontato delle vere e proprie sfide per farlo durante la guerra. Abbiamo speso una quantità enorme di energie, più di quanto a volte sembri umanamente possibile, per costruire la resistenza, unirci alle Forze di Difesa Territoriale, fornire aiuti umanitari e occuparci degli sfollati e dei rifugiati. Tutto questo ha messo a dura prova le nostre capacità, perché la sinistra è ancora numericamente esigua. Ma credo che grazie a tutto questo lavoro, soprattutto nei sindacati e nei movimenti sociali, riusciremo a convincere la gente della nostra visione socialista democratica di un’Ucraina libera.

Passiamo al dibattito che ha iniziato a emergere negli Stati uniti e nei suoi alleati della Nato sulla guerra. L’Occidente ha aumentato il sostegno militare e finanziario all’Ucraina ma c’è una corrente crescente nell’establishment che chiede un cessate il fuoco e una soluzione negoziata. La Germania, la Francia e l’Italia sono state in prima linea nel chiedere questo. Lo stesso ha fatto Henry Kissinger. Perché secondo voi è sbagliato chiederlo ora? Fino a che punto il governo Zelensky, o gli ucraini in generale, sono disposti ad accettare un accordo che baratti la terra con la pace? È possibile?

AL: È molto strano sentire questi appelli al cessate il fuoco e ai negoziati. Ci abbiamo provato per otto anni. Durante questo periodo ho pensato che fosse necessario e possibile negoziare un accordo, ma non ha funzionato. Ogni tentativo di cessate il fuoco era solo un’occasione per Putin per aspettare un paio di mesi o un paio d’anni e poi riprendere gli scontri. Putin è determinato a conquistare l’Ucraina e a subordinarla alla sua visione di un nuovo impero russo. Ecco perché i negoziati e i cessate il fuoco sono falliti. Per questo avete ragione a chiedervi se sia anche solo possibile.
Per gli ucraini è molto difficile immaginare di sedersi e sottoscrivere un accordo per tracciare una linea da qualche parte nel nostro paese che separi il nostro popolo. Vostra madre sarà dall’altra parte di quella linea? E i vostri parenti? Chi ha il diritto di tracciare una fottuta linea del genere?
Questa linea dividerebbe il territorio occupato dai russi, che sarà governato in modo brutale, e il resto dell’Ucraina, che con tutti i suoi problemi ha almeno una sorta di democrazia e diritti democratici di organizzarsi e lottare per condizioni migliori. E sappiamo che se Putin riuscirà a concludere un accordo di questo tipo sarà solo questione di tempo prima che tenti di conquistare il resto del paese. Ecco perché un cessate il fuoco e i negoziati sembrano impossibili e qualsiasi accordo inaccettabile a questo punto.

DP: Innanzitutto, tutti devono capire che gli ucraini vogliono un giusto cessate il fuoco per porre fine a questo incubo. Veniamo bombardati e uccisi a un ritmo insopportabile. Ogni regione può essere colpita, ogni edificio può essere colpito e si possono perdere i propri parenti o la propria vita in qualsiasi momento.
Ma un cessate il fuoco è molto improbabile. L’Ucraina ha cercato di condurre negoziati adeguati con la Russia fin dall’inizio della guerra e la Russia non li ha presi sul serio. Ha inviato una delegazione a scopo di pubbliche relazioni. I loro rappresentanti erano funzionari di basso profilo o in pensione che non avevano lo status diplomatico per accettare alcunché. E comunque ha respinto gli appelli per la creazione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei civili. Anche nei casi in cui la Russia ha stipulato accordi per i corridoi umanitari, li ha violati e ha ripetutamente attaccato i rifugiati nei corridoi.
Dobbiamo anche ricordare che quando Zelensky è stato eletto ha ripetutamente spinto per negoziati diretti con Putin. Ma Putin ha rifiutato l’offerta, perché non riconosce l’Ucraina come un paese con il diritto di esistere e tanto meno di negoziare con Mosca. Egli, come altre potenze imperialiste, riconosce solo le grandi potenze come aventi voce in capitolo nelle relazioni internazionali. Quindi Putin negozierà solo con Washington e Pechino. Vuole ridisegnare la mappa del mondo con queste grandi potenze imperialiste.
E in questi colloqui vuole negoziare da una posizione di forza. Per questo è determinato ad accaparrarsi sempre più territorio ucraino. Dopo aver fallito nel tentativo di prendere Kiev e Kharkiv, ora vuole prendere tutto il Donbass. Credo che nemmeno Putin ritenga realistico spingere le sue truppe più a sud, lungo la costa del Mar Nero, fino a Odessa e poi verso il confine moldavo e la Transnistria. Solo dopo aver conquistato quanto più territorio possibile sarà disposto ad accettare un cessate il fuoco e i negoziati.
Ecco perché rifiutiamo gli analisti di politica estera cosiddetti realisti dell’élite occidentale. Vogliono costringerci a barattare la terra con la pace. Il problema non è la terra. È il popolo. Se accettiamo una qualsiasi spartizione del paese, lasceremo la nostra gente, i nostri amici e parenti, sotto il regime autoritario russo e la sua occupazione militare ancora più illegale.
Un accordo di questo tipo creerebbe anche una brutale zona grigia tra l’Ucraina e l’Ucraina occupata dalla Russia, una zona militarizzata con combattimenti costanti come abbiamo visto nel Donbass dal 2014. E l’accordo non durerà: la Russia userebbe il territorio conquistato per lanciare un’altra guerra per conquistare il resto dell’Ucraina.
Qualsiasi accordo di questo tipo distruggerebbe anche le norme e gli accordi internazionali stabiliti dopo la Seconda guerra mondiale e ribaditi negli accordi di Helsinki del 1975 secondo i quali i confini non possono essere modificati senza il reciproco accordo di entrambe le parti. Si tornerebbe a una sorta di imperialismo di fine Ottocento, in base al quale le grandi potenze invadono e annettono paesi impunemente e con il riconoscimento internazionale.
Ecco perché gli ucraini si arrabbiano quando politici occidentali come il francese Emmanuel Macron o il tedesco Olaf Scholz mettono in guardia dall’umiliare Putin e sostengono invece di riconoscergli appigli e concessioni per non perdere la faccia e poter millantare l’invasione come una vittoria imperiale.

Questi politici sostengono ancora di essere amici dell’Ucraina ma in realtà sono più preoccupati di stabilire un modus vivendi con la Russia che difendere gli interessi dell’Ucraina. In effetti molti temono che vogliano escludere l’Ucraina dai colloqui che stanno conducendo con la Russia. È chiaro che sono disposti a svenderci. Sono politici imperialisti; lo è anche Boris Johnson in Gran Bretagna che ha bisogno della sua nuova immagine di statista che difende l’Ucraina per compensare le sue numerose carenze e migliorare il suo indice di gradimento in caduta libera. Seguono tutti la stessa logica di stringere accordi alle spalle dei paesi oppressi per favorire gli interessi delle grandi potenze.
I popoli della periferia globale in America Latina, Africa, Europa dell’Est e Asia devono lottare per i propri interessi nella democratizzazione dell’ordine mondiale. Dobbiamo eliminare il potere di veto dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, sfidare i privilegi antidemocratici formali e informali che le grandi potenze possiedono nelle istituzioni internazionali e costruire un nuovo equilibrio del potere economico globale.

Quale pensate sia la direzione che prenderà la guerra a questo punto? Come si stanno posizionando la sinistra ucraina e il movimento sindacale per il futuro? Che tipo di richieste avanzate nella lotta attuale?

DP: È molto difficile fare previsioni sul corso della guerra. Quello che noi della sinistra ucraina stiamo facendo è costruire la resistenza popolare all’aggressione dell’imperialismo russo. Questa resistenza va molto oltre il governo e i politici ufficiali. Milioni di persone sono impegnate nella solidarietà contro l’invasione. Le lavoratrici e i lavoratori dei servizi essenziali hanno tenuto aperti ospedali e scuole, hanno consegnato aiuti umanitari, si sono presi cura dei malati e hanno salvato la vita delle persone. Insieme, abbiamo mantenuto la società e l’economia in funzione e abbiamo fornito aiuto a chi era in prima linea.
Noi della sinistra vogliamo dare risalto alle voci di queste lavoratrici e lavoratori che non sono molto celebrati durante la guerra. Hanno sopportato il peso maggiore e pagato il prezzo più alto. Noi come lavoratrici e lavoratori dobbiamo avere voce sia nelle discussioni interne all’Ucraina che nella rappresentanza politica in parlamento.
Dobbiamo ricordare che la guerra di classe non si è fermata nemmeno per un minuto. All’inizio dell’invasione molti dei grandi capitalisti sono fuggiti dal paese. Tutti loro hanno promosso una legislazione antioperaia, protetto i loro profitti e cercato di far pagare a lavoratrici e lavoratori la crisi causata dalla guerra.
La guerra ha solo reso più chiaro a noi della sinistra che dobbiamo trasformare il capitalismo periferico dell’Ucraina e il suo sistema politico oligarchico. Dobbiamo costruire una nuova sinistra socialista democratica in Ucraina e nel mondo. Per fare questo, la nostra organizzazione è impegnata in una serie di progetti. Difendiamo i diritti di lavoratrici e lavoratori. Documentiamo i casi in cui i loro diritti sono stati violati durante la guerra e forniamo loro assistenza legale. Stiamo denunciando e opponendoci agli attacchi neoliberisti del governo.
Abbiamo avviato una campagna per la cancellazione del debito estero dell’Ucraina. Facciamo parte di una rete internazionale di solidarietà, che comprende partiti e sindacati di sinistra in Europa, che raccoglie fondi e risorse per fornire aiuti umanitari alla popolazione ucraina.
Siamo anche impegnati nella difesa dei diritti dei rifugiati e dei migranti, indipendentemente dalla loro cittadinanza o razza. Mentre i paesi europei hanno accolto milioni di rifugiati ucraini, hanno discriminato i migranti mediorientali e nordafricani. Inoltre, i capitalisti europei hanno sfruttato lavoratrici e lavoratori migranti come manodopera a basso costo.
Malgrado queste evidenti carenze dobbiamo usare l’ammissione delle ucraine ed ucraini da parte dei paesi europei come precedente per nuove politiche che accolgano i migranti e i rifugiati, forniscano loro i servizi di cui hanno bisogno e li trattino umanamente. Dobbiamo costruire forze progressiste a livello internazionale per garantire tali diritti ai migranti.
Tali rivendicazioni mettono in discussione il modo in cui il capitalismo globale e le relazioni internazionali sono attualmente impostate. Le difficoltà nell’imporre sanzioni alla Russia sono solo un esempio. Gli oligarchi russi sfruttano tutti i paradisi fiscali offshore creati dalle classi dirigenti mondiali e accettati dai loro Stati. Dobbiamo smantellare questo sistema per sanzionare efficacemente gli oligarchi russi e utilizzare i loro beni per la ricostruzione dell’Ucraina devastata dalla guerra.
Lo stesso vale per le sanzioni sul petrolio e sul gas russo. La cosa più efficace da fare sarebbe tagliare tutte le esportazioni russe, soprattutto verso le industrie tedesche. Ma le élite tedesche si rifiutano di farlo, sottolineando in questo modo la collusione internazionale tra tutte le classi dirigenti nel sistema del capitalismo dei combustibili fossili. Il problema non riguarda solo la Russia o altre autocrazie petrolifere guerrafondaie come l’Arabia Saudita, ma tutte le multinazionali capitaliste e gli Stati del mondo. Sono tutti direttamente responsabili del cambiamento climatico e del disastro ambientale. Per trasformare questo sistema è necessario un movimento internazionale.
Per questo motivo colleghiamo le nostre rivendicazioni con quelle dei popoli di tutto il mondo. Ad esempio quando solleviamo la questione della cancellazione del debito, la colleghiamo alle richieste analoghe dei paesi indebitati di tutto il Sud globale. Anche il loro debito deve essere cancellato.
Collegando le nostre rivendicazioni al di là delle frontiere costruiamo una solidarietà internazionale dal basso tra altre lotte di liberazione e altre lotte di lavoratrici e lavoratori. In questo modo costruiamo ponti di solidarietà. Anche se ogni paese ha le sue specificità tutti i nostri problemi sono radicati nel capitalismo globale e nell’imperialismo.
Per questo una vittoria dei dominanti e degli aggressori è una sconfitta non solo per quelle lavoratrici e lavoratori e i popoli oppressi, ma per tutte le lavoratrici e i lavoratori e i popoli oppressi. Ed è vero anche il contrario, una vittoria della classe lavoratrice e degli oppressi è una vittoria per tutte le lavoratrici e i lavoratori e gli oppressi. Può servire come precedente per una vittoria altrove.
E le nostre vittorie comuni possono gettare le basi per una sfida internazionale al capitalismo globale e alle potenze imperialiste che lo impongono. Possono aiutarci a far progredire un mondo più democratico, più egualitario, più socialista.

Infine, cosa dovrebbe chiedere ora la sinistra internazionale? Cosa possiamo fare per aiutare la lotta dell’Ucraina per l’autodeterminazione?

DP: La sinistra internazionale deve fare proprie le rivendicazioni di cui ho appena parlato, in particolare la cancellazione del debito estero dell’Ucraina e l’embargo sui combustibili fossili russi. La sinistra internazionale deve anche lavorare con noi per chiedere finanziamenti per la ricostruzione post-bellica e che la ricostruzione non includa condizionalità neoliberiste e austerità. L’Ucraina deve essere ricostruita in modo socialmente ed economicamente progressista e inclusivo. Al primo posto devono essere messi gli interessi di lavoratrici e lavoratori e dei popoli oppressi, non quelli del capitale ucraino e multinazionale.
Per quanto riguarda il grande dibattito a sinistra sulla guerra e sull’imperialismo, penso che la sinistra internazionale debba iniziare ad ascoltare le persone reali dell’Ucraina, quelle del cui destino state discutendo. Non si possono prendere posizioni sul futuro di milioni di persone senza nemmeno cercare di capirle.
Se vi prendete il tempo per farlo, eviterete di rimanere intrappolati in un quadro realista che vede il mondo come una grande scacchiera in cui le grandi potenze fanno mosse l’una contro l’altra. Accettare questo quadro emargina i popoli oppressi e nega loro diritti, interessi e capacità.
Sinceramente, questo è solo un appello alla sinistra internazionale affinché ricordi ciò che è sempre stato il suo progetto: la liberazione della classe operaia, della gente comune, degli oppressi, dei diseredati e dei subalterni. Questi soggetti devono parlare. Hanno una rappresentanza propria. Non sono un’astrazione, ma persone reali. Quindi, ascoltateli e solo su questa base fate dibattiti e impegnatevi nella lotta comune per la nostra liberazione collettiva.

*Alona Liasheva è sociologa, ricercatrice di economia politica urbana e lavora presso il Centro di ricerca per gli studi sull’Europa orientale dell’Università di Brema. È condirettrice di Commons: Journal for Social Criticism e membro del gruppo socialista ucraino Sotsialnyi Rukh (Movimento sociale). Denys Pilash è un attivista e politologo dell’Università Nazionale di Kiev. Fa parte del gruppo socialista ucraino Sotsialnyi Rukh (Movimento sociale) ed è membro del comitato editoriale di Commons: Journal for Social Criticism. Questo articolo è uscito sulla rivista Tempest. La traduzione in italiano, a cura di Piero Maestri, è apparsa il 4 luglio 2022 sul sito della rivista www.jacobinitalia.it