l’opinione dello storico basco Iñaki Egaña su quanto sta avvenendo in questi giorni in Europa

Culla della nostra civiltà, il territorio europeo ha forgiato il futuro del pianeta. Intellettualmente e fisicamente, pur essendo uno degli ultimi spazi ad essere colonizzato dalla nostra specie. L’invasione dell’esercito della Federazione Russa del territorio dell’Ucraina ci ha restituito le immagini di tre decenni fa, quando la NATO intervenne nei Balcani. Allora la guerra, quel concetto così lontano per le giovani generazioni, e così vicino per gli uomini e le donne del Medio Oriente o dell’Africa, era scoppiata di nuovo nel nostro continente. Oggi rinnova la sua ombra insanguinata nei campi di Donetsk, Maryupol o Kharkiv.

Furono Marx ed Engels a mettere gli occhi sui legami umani per sottolineare che la lotta di classe, insieme ai rapporti di produzione, erano il motore della storia. Ma in quel contributo hanno ignorato l’analisi di altri fattori non soggetti a quello che conoscevamo come metodo di osservazione, quello del materialismo storico. L’Europa è stata teatro di lotte fratricide legate all’una o all’altra confessione religiosa, all’una o all’altra saga monarchica, agli aspetti razziali dei suoi abitanti e persino alle lotte delle élite per temi frivoli. Anche in tempi moderni, lontani da quella fase feudale che inghiotte le spiegazioni preindustriali.

La conquista di un nuovo e sconosciuto continente stava facendo emergere il meglio e il peggio dell’Europa. Per secoli, l’Asia è stata relegata a racconti da sogno, fino alla devastazione coloniale, e l’Africa fu la fonte della schiavitù. Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico è emerso un mostro, plasmato dai migranti europei, che si è contrapposto al resto dell’umanità con il controllo ideologico e materiale, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. La rivoluzione sovietica agì come contrappeso e sollevò il morale degli emarginati della terra, suggerendo che un altro modello era possibile. Ma la deriva del socialismo reale e la sua sconfitta nella Guerra Fredda ci hanno riportato a uno scenario diverso.

Nel nostro piccolo villaggio basco abbiamo sognato un’Europa diversa, un’Europa dei popoli, e abbiamo anche avuto un conflitto, ancora non chiuso, di quelli che i teorici chiamano a bassa intensità, con 1.400 morti e 10.000 prigionieri e molti altri torturati. Ci siamo affiancati a fratelli come gli irlandesi, che in 30 anni hanno avuto 3.500 morti, e ad altre esperienze territoriali progressiste, come quella bretone, quella catalana o quella corsa. Gli esperti, ancora una volta, li chiamano conflitti interetnici, ma sappiamo che, almeno il nostro, era anche un conflitto di classe.

Abbiamo formalmente votato contro l’integrazione della NATO, ci siamo dichiarati contrari all’accordo di Maastricht delle élite economiche, abbiamo respinto vigorosamente l’energia nucleare e abbiamo formato un’alleanza, forse più romantica che efficace, con le lotte di emancipazione dei cinque continenti. Abbiamo fatto nostra la Rivoluzione dei Garofani, il Maggio parigino, abbiamo manifestato in Piazza Syntagma contro la tirannia di Berlino, siamo diventati Saharawi e abbiamo affollato le strade contro i bombardamenti di Baghdad, Belgrado e Sarajevo. Un’altra Europa era ed è possibile.

Oggi, l’invasione dell’Ucraina ha rimodellato la mappa naturale dell’Europa: la guerra. Ha anche determinato la natura del nostro particolare conflitto, apparentemente secondario, in quello scenario che è stato in grado di provocare due dei più grandi cataclismi che l’umanità abbia mai conosciuto, le due guerre mondiali. Tuttavia, l’interconnessione della modernità impone alcune sfumature. Il contesto riguarda anche noi.

Dal crollo del progetto sovietico emersero 15 nuovi stati, sei dall’ex Jugoslavia, e la dissoluzione non solo di uno dei blocchi, quello guidato da Mosca, ma anche di quello capitanato da Belgrado, quello dei Non Allineati. Il territorio, per ragioni economiche, ma anche per altri tipi di pigmenti hegeliani, rimane un obbiettivo ambito. Come se fossimo in una selva bavarese a combattere più di mille anni fa per il bottino di quello che era l’Impero Romano.

In questa situazione, l’Europa ha continuato con una linea dettata lontana dai suoi confini. A Washington, appunto. Anche se, quando parliamo di Europa sembra che ci riferiamo solo all’Unione Europea (27 stati su 49, con il Kosovo) o alla NATO (30 stati, tra cui Stati Uniti e Canada). È stato comunemente detto che l’America Latina era il cortile di casa di Washington. C’è del vero, soprattutto tenendo conto degli interventi militari diretti e dei colpi di stato promossi dopo Langley. Ma l’Europa ha un rapporto di sottomissione con il suo padrino che l’America nasconde.

La risposta all’aggressione russa in Ucraina, seguendo i dettami americani, è stata patetica, rivelando che gli automatismi esistenti nel cosiddetto Vecchio Continente durante la Guerra Fredda sono ancora in vigore. È chiaro che soprattutto il popolo ucraino e in misura diversa i russi sono le vittime di questo conflitto. Ma anche il resto d’Europa, che subirà a caro prezzo gli effetti della guerra, diretti e indiretti.

L’escalation guerrafondaia, l’aumento della produzione di armi e l’alienazione con un modello autoritario, favorito anche da presunti governi di sinistra o autonomisti, sono serviti a coprire i problemi strutturali che ci portano all’abisso. Mentre “Liberation” parla del trauma dei leoni trasferiti dallo zoo di Kiev a un altro in Olanda, “Deia” ci riferisce i problemi degli animali domestici privi di documenti che attraversano la Polonia e le televisioni si concentrano sulle donne che affittano l’utero ad altre persone e che la guerra ha lasciato in gestazione avanzata.

È quella merda di Europa che si butta alle spalle il resto e che non è altro che la feccia accumulata di secoli di atrocità e vassallaggio. Un’altra Europa, tuttavia, è ancora in piedi. Quella, la nostra, quella dei Popoli, che gridano contro la guerra e che continuano a credere nei vincoli della fraternità. Passato contro futuro. Questa è precisamente la contesa in corso e non quella degli obici.

Iñaki Egaña