di Diego Giachetti 

Giuseppe Lenoci, morto in un incidente stradale nelle Marche, aveva 16 anni. Frequentava il corso triennale presso un centro di formazione professionale, era sul furgone di una ditta di termo-idraulica presso la quale stava facendo uno stage. Poche settimane prima era morto lo studente Lorenzo Parelli di 18 anni, schiacciato da una putrella in una fabbrica di Udine nel suo ultimo giorno di tirocinio. Tutti incidenti purtroppo prevedibili in un Paese dove ogni giorno ci sono in media quasi quattro morti sul lavoro, per un totale di 1404 nel 2021. La morte di Lorenzo Perelli ha scatenato la protesta degli studenti e delle studentesse delle scuole medie superiori con un crescendo di occupazioni di protesta culminate nei centomila, secondo la «Stampa», che hanno manifestato il 4 febbraio, poi raddoppiati in quelle del 18 febbraio. Erano in molti a smentire che le manganellate della polizia di venerdì 28 gennaio non solo avevano fallito l’obiettivo di ingenerare paura ma, al contrario, avevano suscitato indignazione e disponibilità alla lotta e allargato il fronte del consenso e della solidarietà nei confronti delle giovani vittime delle cariche.

Le due morti hanno scoperchiato il processo di aziendalizzazione del sistema scolastico da lungo tempo in atto. Nella scatola aziendalista, l’alternanza scuola lavoro e il tirocinio negli istituti professionali sono opportunità per le aziende di disporre di manodopera gratuita. Istituita al tempo della controriforma della “Buona Scuola”, introdotta dal governo Renzi nel 2015, essa si presentava per quello che si rivelerà essere: propaganda ideologica per far credere ai giovani che quell’esperienza sarebbe stata utilissima per trovare lavoro al termine degli studi, mentre invece risulta essere preparazione-addestramento alla precarietà e alla flessibilità. Attualmente vi è l’obbligo per studenti e studentesse di partecipare alla formazione scuola lavoro per 90 ore presso i licei, 150 per gli istituti tecnici, 210 per quelli professionali.

Una delle prime richieste del movimento è l’abolizione dell’alternanza scuola lavoro e, per gli studenti dei tecnici e professionali che desiderano fare un’esperienza diretta, chiedono sia garantita la sicurezza e la possibilità di scegliere le attività da svolgere. Vi sono anche altri motivi che alimentano la protesta. «Siamo una generazione senza sogni e aspettative, e questo ci fa essere così arrabbiati», dicono di se stessi. È da questa estraniazione che la scuola dovrebbe ripartire per fare dell’apprendimento un processo di acquisizione e arricchimento di competenze e capacità, di curiosità per ciò che non si sa, al fine di formare cittadini e cittadine consapevoli, dotati di spirito critico e interrogante. «La scuola deve formare persone capaci di scegliere e non soggetti funzionali al mercato del lavoro», dicono studenti e studentesse in lotta. Invece, dopo due anni di pandemia sono tornati in classe, hanno ritrovato un’edilizia fatiscente, programmi vecchi, orari assurdi e una scuola sempre più azienda, le solite classi “pollaio”, un irrigidimento della procedura burocratica che ha ridotto ancor di più l’interazione con la scuola, gli insegnanti e la didattica intesa come procedimento dialogico fra le due parti del processo educativo. Lamentano la mancanza di dialogo, il sentirsi giudicati come fossero “pezzi” da una macchina impersonale, estranea e lontana da ogni rapporto educativo. Si oppongono all’affrettata misura del Ministro dell’istruzione che reintroduce gli scritti all’esame di maturità. Di per sé, dicono, gli scritti alla maturità sono una cosa giusta, ma ingiusta quest’anno, dopo due anni di frequenza “pandemica” e di Dad che hanno destrutturato il normale processo formativo.