DI SERGIO BELLAVITA

La rielezione di Mattarella a presidente della repubblica segna uno dei punti più bassi della storia di questo paese dal dopoguerra ad oggi.

Non certo per il vulnus rappresentato dal secondo mandato presidenziale, l’ennesimo vulnus alla carta costituzionale perennemente richiamata quanto costantemente disattesa.

Non certo per il malcostume tutto nostrano dell’irrevocabilità flessibile delle scelte che conducono da no granitici a si plastici.

Quanto piuttosto per lo spettacolo indecoroso e surreale che ha accompagnato la seconda elezione di Mattarella.

Il combinato disposto del terrore delle urne, dell’insipienza, della meschinità e di un ceto politico talmente ignorante e superficiale che difficilmente ci si affiderebbe loro per la conduzione di un condominio figuriamoci di una nazione, ha probabilmente segnato un’ulteriore profonda lacerazione nel rapporto tra istituzioni e paese reale.

Non che il paese reale nel suo complesso rappresenti un esempio fulgido di onestà, rigore e partecipazione. In qualche modo il parlamento testimonia il livello di degrado più generale in cui è precipitata l’Italia e non solo.

La crisi della politica e della rappresentanza più in generale andrebbe maggiormente analizzata e approfondita. Le ragioni per le quali appare impossibile un equilibrio economico, sociale e politico paiono probabilmente l’elemento di fondo di questa fase della storia dell’umanità.

La velocizzazione dei processi indotta dall’innovazione tecnologica e dalla progressiva maturazione del capitalismo ha trasformato stagioni della politica, che nel passato duravano decenni, a eventi fugaci e transitori.

Il mercato azionario, specchio non dell’economia reale quanto della credibilità e della tenuta del sistema non a caso è governato da investimenti chiamati intraday che durano lo spazio di minuti o di poche giornate. Nessuno crede a investimenti di lungo periodo. Tutti attendono la tempesta perfetta.

Velocità che semina politicamente vittime in ogni angolo del pianeta. L’ultima di rilievo appare quella di Biden, tracollato nei sondaggi in pochi mesi al punto che se si votasse oggi tornerebbe Trump.

Difficile credere che sia solo un’incapacità di fondo dei gruppi dirigenti, che pure esiste, a generare un’alternanza così rapida nell’orientamento sociale.

Anni addietro parlavamo della politica del pendolo declinando così l’alternanza senza alternativa tra centrosinistra e centrodestra. Quel pendolo ora oscilla con una frequenza incredibilmente accelerata. Tutto è in rapida trasformazione.

E’ evidente che in questa fase dell’economia mondiale governare un paese con la politica sembra impossibile, per quale ragione un politico dovrebbe decidere scientemente di alienarsi il consenso?

Ciò non significa deresponsabilizzare il ceto politico, anzi, quanto invece cercare di comprendere i processi considerato che quando interessano il pianeta non possono essere semplicemente ricondotti a categorie quali il tradimento che spiegano solo in piccola parte questa perenne dicotomia tra programmi e azione di governo.

La questione investe pertanto la natura della crisi della politica. Il venir meno di ogni spazio per una politica riformista storicamente data, non certo il riformismo alla Blair o alla Renzi, conduce a un restringimento tale degli spazi di agibilità economica che ogni provvedimento a favore delle classi popolari, della democrazia è considerato ormai sovversione pura, una pratica incompatibile con la molteplicità di interessi.

In ultima analisi possiamo affermare che la crisi della politica è lo specchio della crisi del capitale in quanto quest’ultimo non consente di coniugare risposta ai bisogni sociali e sua remunerazione?

Ovviamente lo spazio di riflessione è amplissimo da questo punto di vista, tuttavia quello che ci interessa è tentare di comprendere se esiste e quale via d’uscita è possibile.

Per le ragioni molto sinteticamente esposte un’uscita dalla crisi della politica passa per una rottura delle compatibilità date. Più facile enunciarla che praticarla ovviamente anche perché richiama in causa il tema della ricostruzione  del blocco sociale di riferimento che non esiste più. Se si dovesse realizzare in un solo paese lo stesso dovrebbe misurarsi con un tracollo economico spaventoso, con misure inevitabilmente protezioniste e autarchiche quantomeno sul medio periodo.

Segnatamente in Italia, considerato che andrebbe rivisto l’impegno su un debito pubblico che non potrà mai essere onorato, la rottura sarebbe violentissima e con un impatto pesantissimo sulla finanza globale.

Ciò induce a immaginare che sarebbe utile e necessario che si sviluppasse un poderoso movimento sociale quantomeno a livello europeo contro le politiche del capitale in modo da imporre la rottura su larga scala mitizzando così gli effetti collaterali di un cambio radicale delle politiche economiche e sociali.

Tuttavia mai come ora appare lontanissima l’ipotesi rivoluzionaria, difficile immaginare oggi di unire i popoli dei paesi ricchi con quelli dei paesi poveri in questa complessità e stratificazione economica e sociale.

Spunti di una riflessione che si misura con l’assoluta drammatica passività sociale di questa fase, non solo non scalfita dalla pandemia ma per assurdo dalla stessa acuita.

Quello che appare certo è che solo una burrasca potrà riaprire il cielo a tutti coloro che vogliono conquistarlo.

Originale in https://www.union-net.it/la-crisi-infinita-della-politica-esiste-una-via-duscita/