La vicenda dell’organizzazione giornalistica Wikileaks e l’accanimento contro il suo fondatore Assange raccontate nel nuovo libro di Stefania Maurizi “Il potere segreto”


Come afferma Lenin – sulla scorta delle argomentazioni di Marx ed Engels – le forze di polizia sono innanzitutto lo strumento al servizio dello status quo, del mantenimento dei rapporti di forza a favore della borghesia. Citando Engels, Lenin sottolinea come lo Stato stesso sia l’organo del dominio di classe «un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra» [1], utile non a conciliare i conflitti quanto piuttosto ad assicurare la supremazia di una classe sull’altra. Dunque, la polizia e le forze capitaliste che fattivamente esercitano il potere, mediante l’uso “legittimo” della violenza, garantiscono il perdurare dei rapporti di forza costituiti. Questo è il loro fine. 

È questa lettura marxista che ci permette di non restare stupiti o sgomenti di fronte al dispiegamento di tanta violenza, da parte degli organi di polizia, anche nei cosiddetti paesi democratici occidentali. È facile citare un caso eclatante a titolo esemplificativo come quello del G8 di Genova, dove si è consumata quella che è stata definita “la più grande sospensione dei diritti democratici dalla seconda guerra mondiale”. Nel nostro Paese più in sordina forse, ma non meno brutale, è stata l’oppressione subita dall’organizzazione giornalistica di Wikileaks e dalle sue fonti nel corso dell’ultimo decennio. In realtà, tale vicenda è tuttora in corso. 

La giornalista investigativa Stefania Maurizi (precedentemente presso l’Espresso, ora al Fatto Quotidiano) segue fin dagli albori il susseguirsi degli eventi di Wikileaks, collaborando con l’organizzazione fin dal 2009. Lo scorso 26 agosto Maurizi ha pubblicato un libro fondamentale per ricostruire con precisione ed esaustività la vicenda di Wikileaks: Il Potere Segreto – Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks, edito da ChiareLettere. Il libro parte innanzitutto dallo spiegare i motivi per cui Maurizi è stata contattata dalla stessa organizzazione giornalistica. Il contributo che le è stato richiesto è quello di collaboratrice esterna, occasionalmente contattata per fare lavoro di ricerca e verifica delle informazioni riservate che Wikileaks riceveva da fonti – i cosiddetti whistleblowers – appartenenti a organizzazioni governative soprattutto statunitensi. 

Tramite tale lavoro di pubblicazione di documenti, coadiuvati da diversi giornalisti tra cui appunto la stessa Maurizi, Wikileaks ha provocato su di sé una feroce guerra da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. In tal senso è importante sottolineare come una piccola organizzazione giornalistica abbia saputo sfruttare le risorse della rete per evadere alla censura operata dallo stesso governo americano, al fine di democratizzare l’informazione relativa alle guerre in Iraq e Afghanistan, ai rapporti diplomatici del governo degli Stati Uniti col resto del mondo e agli assurdi e crudeli abusi avvenuti nel carcere di Guantanamo. 

Il nucleo del potere USA ha rischiato di essere travolto e screditato dalla valanga di documenti classificati rivelati dall’organizzazione e ha dovuto reagire con forza, tacciando il fondatore di WIkileaks Julian Assange di non essere affatto un giornalista, quanto un hacker o addirittura un “terrorista hi-tech” [2]. Il tutto basato sulla retorica delle “mani sporche di sangue” che ha perseguitato per anni la reputazione di Wikileaks; con tale espressione si intendeva criminalizzare l’organizzazione contestando il fatto che, col suo lavoro, Wikileaks avrebbe messo in pericolo le vite di diverse persone citate nei documenti. Curioso che a promuovere tale argomentazione sia proprio la superpotenza che con le sue ultime guerre ha causato un enorme numero di morti civili. 

Proprio grazie a Wikileaks d’altro canto, si sono potuti scoprire circa 15.000 vittime civili della guerra in Iraq mai emerse prima (ivi pag. 96). In realtà, l’accusa di mettere in pericolo delle vite è infondata. Come argomenta la stessa Maurizi, i documenti più sensibili e rischiosi sotto questo punto di vista non venivano pubblicati; gli stessi giornalisti che collaboravano come media partner, contribuivano poi al vaglio della documentazione. Inoltre, come dimostra un’indagine condotta dalla stessa Cia, nemmeno una persona è stata effettivamente messa in pericolo dalla pubblicazione [3]. 

Non importa dunque che non usi armi, l’organizzazione di Julian Assange e le sue fonti hanno comportato una minaccia esistenziale al ruolo stesso di una potenza come gli USA. Non a caso l’intelligence degli Stati Uniti l’aveva identificata come pericolosa e messa nel mirino del controspionaggio già nel 2008, come dimostrato da file segreti dell’amministrazione Bush pubblicati da Wikileaks (ivi, pag.30). 

Il lavoro dell’organizzazione veniva considerato, stando agli stessi documenti, come «una potenziale minaccia per l’esercito degli Stati Uniti». Com’è possibile? La minaccia di WIkileaks non risiede certo nel possesso di un qualche arsenale bellico; eppure gli Usa, fin dagli albori dell’organizzazione avevano delineato una strategia per combatterla, attaccandone le fonti: «smascherando l’identità di chi fornisce documenti, denunciandoli, licenziandoli dal posto di lavoro, incriminandoli, possiamo danneggiare o distruggere quel centro di gravità» (ibid.). 

La pianificazione di un attacco così duro rivela chiaramente le paure dell’intelligence americana, di fronte a un’organizzazione che effettivamente lavora in modo diverso rispetto a un tradizionale organo di stampa. Wikileaks ha dimostrato di saper coniugare la capillarità della rete per far diffondere documenti che – una volta distribuiti attraverso internet a diversi soggetti, amministrazioni ed associazioni – risultano poi praticamente impossibili da far sparire. Inoltre, non avendo una sede fisica vera e propria, non è vincolata a uno stato, che in quanto tale può subire nettamente le pressioni di una superpotenza come gli Usa. 

Come spiega Stefania Maurizi, godendo del supporto di associazioni internazionali per la difesa dei diritti civili e digitali e della cassa di risonanza dei media tradizionali, Wikileaks ha segnato la storia del giornalismo odierno, arrecando a sé, però, una vita difficile a causa del contrattacco sferrato dai governi americani susseguitisi negli anni, di fatto dal 2010 ad oggi. 

Quello che è caduto, è precisamente il presunto ruolo degli Stati Uniti come agente pacificatore del Medio Oriente; la maschera dietro la quale gli USA e i suoi alleati – tra cui l’Italia – hanno intrapreso le missioni di guerra in Iraq e in Afghanistan per un arco di tempo tanto lungo quanto nocivo per la destabilizzazione che ha comportato in tutta l’area mediorientale; basti pensare all’insorgenza dell’ISIS tra Siria e Iraq e, più recentemente, dei Talebani in Afghanistan. 

Specularmente al trattamento riservato ai giornalisti di Wikileaks e alle loro fonti, vi è il guanto di velluto da parte di Usa e alleati destinato agli agenti segreti e ai militari accusati di aver compiuto stragi nei teatri di guerra o i cosiddetti extraordinary renditions, rapimenti segreti avvenuti in paesi esteri. È il caso della strage di Piazza Nisour, Baghdad, dove i componenti di una milizia privata di nome Blackwater che aveva ucciso 14 civili e ferito 17 avevano ottenuto la grazia dal presidente Trump nel 2020, in base «alla lunga storia di servigi resi alla nazione»

Nel secondo caso si parla di rapimenti veri e propri, operazioni segrete della Cia nelle quali persone sospettate di terrorismo venivano sequestrate per poi essere trasferite in prigioni clandestine sparse per il globo, al fine di provare a farle parlare nei modi più aberranti [4]. Eclatante il caso del rapimento di Abu Omar, Imam della Moschea di Via Quaranta, a Milano. Nel febbraio 2003, l’Imam fu rapito e portato in Egitto, dove venne torturato in modi atroci [5]. Fu un danno anche per le indagini condotte su di lui dalla Procura di Milano, le quali vennero rovinate una volta per tutte. Quel sequestro impedì di individuare ed arrestarne i complici (ivi, pag. 134). La vicenda è stata ricostruita dai procuratori Spataro e Pomarici, i quali hanno identificato i responsabili del rapimento in ventisei americani della CIA, coadiuvati dai nostri servizi segreti. 

Come si legge ne Il Potere Segreto, i procuratori succitati hanno condotto l’indagine che ha portato i ventisei americani a essere condannati in via definitiva, tra il 2012 e il 2014 (ivi, pag. 131). In realtà, però, nessuno degli agenti ha mai scontato un solo giorno di carcere, in quanto i governi italiani si rifiutarono di avviarne l’estradizione, evitando di estendere le procedure a livello internazionale. I documenti svelati da Wikileaks hanno mostrato le pressioni da parte degli USA sui politici italiani affinché i propri agenti non venissero perseguiti, in particolare sull’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta e sui ministri del governo Prodi, Mastella e D’Alema (ivi, pag. 132-33). Inoltre quattro agenti, complessivamente, furono graziati dai presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano prima e Sergio Mattarella poi (ivi, pag. 131). 

Dall’inchiesta di Maurizi si deduce anche con chiarezza come gli interessi economici e geopolitici degli USA siano stati resi possibili grazie all’intreccio tra Stato e aziende private. Ciò emerge nell’ambito del “Cablegate”, lo scoop derivante dalla pubblicazione a opera di Wikileaks di centinaia di migliaia di corrispondenze tra gli ambasciatori americani sparsi nel globo e il governo stesso degli USA. Le relazioni degli ambasciatori evidenziavano retroscena, pressioni politiche e giudizi sull’operato dei diversi paesi. Il tutto messo nero su bianco, con la certezza che si trattasse di comunicazioni riservate, le quali non sarebbero mai state pubblicate. È per questo, ad esempio, che possiamo leggere come ad Haiti alcune multinazionali dell’abbigliamento del calibro di Levi’s «avevano collaborato in modo stretto con l’ambasciata degli Stati Uniti muovendosi aggressivamente per bloccare un aumento del salario minimo» (ivi, pag. 106), precisamente portandolo a 62 centesimi orari, livello che avrebbe permesso un salario minimo di 5 dollari al giorno. 

Con le parole di Stefania Maurizi: «il rifiuto di pagare un lavoratore 62 centesimi all’ora dava una misura della brutalità del capitalismo americano, supportata dalla diplomazia più potente del mondo» (ivi, pag. 106). E dunque, la più influente sui destini del paese stesso, in particolar modo sui soggetti più vulnerabili. O su chi protesta. È il caso dell’Italia alla vigilia della guerra in Iraq, dove il dissenso è stato vanificato e aggirato tramite diverse tattiche spiegate proprio dall’ambasciatore americano Sembler, quali «una pesante sorveglianza delle comunicazioni dei manifestanti» e un centro di comando coordinato dal ministero dell’Interno per monitorare gli eventi e per far transitare al meglio i convogli che trasportavano l’equipaggiamento militare. I manifestanti sono così stati messi fuori gioco sia tramite una sorveglianza delle comunicazioni (approvata da chi?) e da continui cambi di programma dei tragitti dei treni durante la notte (ivi, pag. 122). 

Ebbene, tale ammontare di rivelazioni fecero il giro del mondo, ma in pochi giorni il sito dell’organizzazione collassò a causa di un cyberattacco. La decisione fu allora quella di spostarsi sui server di Amazon, che però bandì immediatamente i contenuti di Wikileaks. Tra le proteste, l’organizzazione si appellò al Primo Emendamento della Costituzione Americana, che avrebbe dovuto proteggerne la libertà stampa. Successe invece, e qui sta il fatto cruciale, che la libertà di pubblicazione di Wikileaks non fu tutelata, poiché il Primo Emendamento protegge dalla censura del governo, mentre non può nulla per quella operata da aziende private, come appunto Amazon. Ecco, quindi, come si sono scavalcate le leggi e le presunte tutele democratiche semplicemente operando uno scambio, un’intermissione di poteri pubblico-privato a proprio reciproco vantaggio. Non è un caso, poi, che due anni dopo il governo americano abbia avuto l’occasione di sdebitarsi assegnando ad Amazon un contratto per l’importantissimo e delicato onere della costruzione del cloud per i servizi di analisi, elaborazione e archiviazione dati della CIA (ivi, pag. 111). 

È importante anche evidenziare come ci sia una fondamentale continuità tra le amministrazioni Obama, Trump ed ora Biden, nell’affrontare le questioni relative ai whistleblowers ed in particolare alla sorte del fondatore di WIkileaks Julian Assange. L’atteggiamento ostile è stato una costante, la persecuzione operata nei suoi confronti si protrae da più di un decennio costellato di diritti negati e di una graduale e inesorabile privazione di libertà minime dell’essere umano, rendendo claustrofobico e insostenibile lo scorrere delle giornate in costante isolamento, tanto che – stando alle perizie psichiatriche del 2019 – Assange chiamava una linea telefonica anti-suicidi quasi ogni notte. In più, mostrava i segni di un autolesionismo, proprio per distrarsi dal suo senso di solitudine (ivi, pag. 373-374). Attualmente, Julian Assange è da oltre due anni nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, in Inghilterra. Nel processo di primo grado, nel gennaio 2021, la giudice Baraitser si è espressa contro la richiesta di estradizione negli Stati Uniti, a causa delle sue condizioni di salute e dei suoi episodi di autolesionismo, che lo porterebbero a tentare il suicidio (ivi, pag. 373). 

A dicembre dello stesso anno, l’Alta Corte di Londra ha ribaltato in appello la sentenza, accogliendo il ricorso presentato dalle autorità americane, per cui il caso verrà riesaminato. Il 24 gennaio 2022, comunque, è stata accordata ad Assange la possibilità di un ulteriore ricorso dinanzi alla Corte Suprema contro il via libera alla sua estradizione. I prossimi mesi saranno decisivi per capire quale sarà effettivamente il suo destino, considerata anche la precarietà delle sue condizioni di salute

Ciò che è decisivo notare da queste sentenze è che l’impianto difensivo è stato rigettato; non è stato accolto il fatto che Wikileaks avesse agito entro i parametri del giornalismo responsabile [6], pubblicando i documenti del governo degli Stati Uniti. Questo è un fatto gravissimo, oltre che un pericoloso precedente: se ne deduce che la verità sulle cronache di guerra, sugli intrighi e sugli abusi della politica debba essere solo quella ufficiale, che emana dal potere stesso. Il rischio intrinseco di una tale sentenza è proprio quello di una compromissione del ruolo del giornalismo indipendente, rappresentando una grave minaccia per la libertà di stampa. C’è poco da stupirsi, purtroppo. Le leggi esistono, la democrazia esiste, solo fino a quando non incontrano l’opposizione di un potere più forte, che le calpesta e le minimizza. Bene ha fatto Assange a mostrarne direttamente e in maniera incontrovertibile i rapporti di forza sottostanti all’attuale sistema democratico-borghese, e all’oppressione nei confronti di chi sistematicamente minaccia di sbugiardarne la retorica. 

Julian Assange e Wikileaks hanno fornito, se mai ce ne fosse stato il bisogno, le prove incontrovertibili del grado di corruzione, violenza e prepotenza insite nell’ordine capitalistico, il quale agisce in un cono d’ombra, protetto dalla retorica dell’esportazione della democrazia e della libertà. Non appena, però, questa narrazione superficiale viene minacciata, i governi delle democrazie borghesi reagiscono con gli stessi fini di un potere dittatoriale, pur salvando le apparenze: «Un pugno di ferro nascosto sotto uno spesso guanto di velluto», come afferma la stessa Maurizi. 




NOTE 

1 – LENIN, Stato e Rivoluzione, Newton Compton, Roma, 1977, p. 4. 

2 – Così si espresse l’attuale presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel suo periodo di vicepresidenza nell’amministrazione Obama, S. MAURIZI, Il Potere Segreto, ChiareLettere, Milano, p. 107. 

3 – “La Cia aveva lanciato una sua “Wikileaks Task Force” […]. Le rilevazioni di Julian Assange e colleghi sono state esaminate e studiate da CIA, Pentagono, dalla comunità di intelligence americana e dai servizi segreti di tutto il mondo, come probabilmente non lo sono mai state le pubblicazioni di nessun’altra organizzazione giornalistica nella storia. Nel 2013, […], il capo della task-force del Pentagono, Robert Carr, testimoniò di non aver trovato un solo esempio di persona uccisa a causa di quelle pubblicazioni. Mentre scrivo non risulta una sola vittima.” Ivi, p. 352. 

4 – S. Maurizi, Il potere segreto, p. 130. 

5 – Ibid., “…con varie tecniche, tra cui scosse elettriche, elettroshock con elettrodi bagnati posizionati su testa, torace e genitali, e violenze sessuali”. 

6 – MAURIZI S. Il potere segreto, cit., p. 372.

Antonio Casagrande

da https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=7167