Di Julia Cámara

Osare mettere in discussione la monogamia significa finire in una situazione dove le critiche legate alla tua presunta frivolezza sessuale si alternano alle immagini, di quelle che potrebbero essere le alternative alla coppia convenzionale. Come lo chiami, “partnership liberale” come nei film del dopocena yankee, “poliamore” come quando avevi 18 anni e le tue amiche femministe un po’ più grandi sperimentavano nei pochi collettivi non maschili che esistevano allora? Relazione aperta? Aperta a cosa? Significa che il legame è meno serio?

La centralità che socialmente e culturalmente diamo alla coppia costruisce un muro intorno ad essa che ci impedisce di inserirla in un quadro comune con il resto delle relazioni della nostra vita. Questo continua ad accadere nonostante il fatto che la maggior parte delle sue caratteristiche tradizionali abbiano da tempo cessato di essere imperativi sociali: dal “per tutta la vita” si è passati alla normalità della monogamia successiva (diversi cambi di partner nel corso della vita); sempre più coppie eterosessuali scelgono di non avere figli; molti adulti decidono di continuare a vivere autonomamente piuttosto che andare a vivere insieme, ecc. Sembrerebbe che siamo stati privati degli strumenti per differenziare la relazione di coppia dal resto dei nostri legami se non fosse per due elementi chiave: l’esclusività sessuale (o l’apparenza di essa) e una gerarchia relazionale che divide i nostri affetti e pone sul nostro partner una serie di aspettative non solo ingiuste ma, soprattutto, impossibili da soddisfare. Come diceva A. Kollontaj (un secolo fa!): è assolutamente irrazionale aspettarsi che una sola persona soddisfi tutti i nostri bisogni affettivi e sessuali.

Rompere con questa gerarchia relazionale imposta, decentralizzando il legame di coppia a favore delle altre relazioni della nostra vita, ci permette di capire che mettere in discussione la monogamia non significa solo ripensare i nostri legami sessuo-affettivi, ma anche e soprattutto problematizzare il modo in cui questi sono delimitati e strutturati diversamente dal resto. O, per dirla in un altro modo: passare dalla semplice messa in discussione della monogamia come pratica alla critica del sistema monogamico nel suo insieme, come direbbe Brigitte Vasallo. Una presa di posizione contro la cultura della monogamia.

Na Pai, editore e principale autore del libro, (In Defence of Aphrodite) concettualizza politicamente la monogamia come un sistema di esclusione che gerarchizza e compartimenta i nostri affetti, che ci reprime sessualmente e che condiziona le nostre aspettative di vita. Particolarmente interessante è il modo in cui analizza la gelosia e l’infedeltà, sottolineando che la monogamia non è basata su una reale esclusività sessuale ma sull’aspettativa di essa, e che il tradimento è di fatto parte del sistema monogamico stesso. L’ipocrisia di tollerare la dissimulazione, l’auto-repressione e la vergogna, ma di scandalizzarsi per il dialogo e la sincerità reciproca, è quindi evidente.

Sono molto buone anche le note sul non determinismo emotivo (le emozioni sono socialmente e storicamente costruite e possono quindi essere elaborate) e la classificazione delle relazioni in base a quattro elementi principali: economia, affinità, affetto e sessualità. Uscendo dal quadro ristretto dei legami di coppia, questo è uno schema che può essere molto utile per pensare al modo in cui si costruiscono le relazioni genitori-figli o le basi di possibilità per la costruzione di solide amicizie.

Il fatto che la versione originale di In Defence of Aphrodite sia apparsa dieci anni fa spiega forse perché alcuni dei testi raccolti sembrano essere troppo strettamente orientati verso le sottoculture attiviste. Le discussioni intorno alla cultura della monogamia sono ancora lontane dall’essere un argomento mainstream, ma è indiscutibile che la pubblicazione di Monogamous Thought, Polyamorous Terror di Brigitte Vasallo nel 2018 ha segnato un cambiamento radicale nel modo di affrontare la non monogamia e un ampliamento della cornice del dibattito. L’esplosione femminista degli ultimi anni, con l’importanza data alle amiche e alle reti affettive femminili e quindi il decentramento del nostro motore emotivo rispetto al partner, ha anche contribuito a questo.

Ci sono, quindi, in alcuni dei testi che compongono il libro, approcci che sono stati superati negli ultimi dieci anni. Troviamo anche discussioni che possono essere utili per le persone che vogliono lavorare sulla non monogamia, ma che non servono ad allargare il dibattito perché presuppongono un soggetto di lettura omogeneo nei loro ambienti relazionali e codici culturali. La stima, di Na Pai, sul numero giusto di relazioni e alcuni testi, soprattutto quello sui codici di classificazione e quello dedicato al sesso collettivo, contribuiscono a questa sensazione. Come portare avanti il dibattito? Come spingere verso modelli relazionali più liberi e sani, dove possiamo svilupparci pienamente come individui e ampliare la nostra soddisfazione emotiva e sessuale? Sulla base di conversazioni con amici e amanti (ahi) e un sacco di letture prima e dopo, e francamente stimolata da molte delle idee in In Defence of Aphrodite, ecco alcune proposte:

  1. In tutto il libro c’è una significativa assenza di problematizzazione del fattore tempo. L’unica volta che vi si fa esplicito riferimento, Na Pai lo risolve con un rude e sprezzante “non guardo la televisione”, che nega indirettamente l’esistenza di un reale problema di scarsità di tempo nelle società capitaliste contemporanee. Prendersi cura delle relazioni, di qualsiasi tipo, richiede un’enorme quantità di tempo. Molte delle difficoltà che abbiamo nel costruire e mantenere amicizie solide e durature derivano da questo: difficilmente possiamo dedicarci adeguatamente a una o due persone. Qualsiasi messa in discussione globale del nostro quadro relazionale dovrebbe partire da questo fatto.
  2. Alcuni capitoli sbagliano nel trascurare o ignorare l’importanza della responsabilità affettiva – o, in altre parole, partono da posizioni di forte egoismo emotivo. Suppongo che questa sia una fase che abbiamo attraversato tutti: se razionalmente è giusto, perché dovrei limitarmi nel realizzarlo? Le nostre azioni hanno conseguenze, che a volte includono il dolore degli altri. Ignorare questo dolore o fingere che non ci importi, solo perché la sua origine è una serie di pregiudizi e tabù socialmente stabiliti, può essere utile per il nostro piacere immediato, ma ha altre conseguenze, oltre alla possibilità di danneggiare le persone a cui teniamo. Il confine tra cedere al ricatto emotivo e assumersi la responsabilità degli effetti delle nostre azioni può essere difficile, ma non dovrebbe essere ignorato.
  3. L’apprendimento emotivo (e in misura ancora maggiore il disapprendimento) è lento e costoso, come viene riconosciuto più volte in tutto il libro. Passare dalla comprensione e accettazione razionale di un problema (in questo caso, l’insensatezza dell’esclusività sessuale e la gerarchizzazione e compartimentazione dei nostri legami) alla sua interiorizzazione corporea è sempre un processo lungo. Senza riflessione e discussione, il progresso non è possibile; né è possibile senza la sperimentazione pratica dei nostri affetti. Comprendere la monogamia come un sistema, come un insieme che condiziona la nostra vita anche e fondamentalmente al di fuori della coppia, ci permette di rompere con l’idea trita e ritrita che rifiutarla consiste nell’espandere la nostra vita sessuale mantenendo intatto il resto del nostro schema relazionale. In questo senso, il capitolo “Relazioni infinite” è rilevante: dove si spiega che è da una rottura con la forma codificata che l’amicizia dovrebbe prendere per gli umani che l’autrice comincia a ripensare l’insieme delle relazioni della sua vita.
  4. Desacralizzare il ruolo del sesso, toglierlo dal piedistallo con cui gli attribuiamo la capacità di definire e trasformare la forma e il significato delle nostre relazioni, dovrebbe permetterci di agire in modo molto più rilassato rispetto alla sua importanza dentro e fuori la coppia. Molti capitoli del libro insistono giustamente su questo fatto: la nostra sessualità ha un valore in sé e può essere legata in molteplici modi al piano affettivo. La presenza o l’assenza del sesso non determina nulla, e la sua pratica può generare legami che non competono tra loro ma si completano e si arricchiscono a vicenda. Dare al sesso l’importanza che ha realmente (come espressione di affetto e amore o come desiderio reciproco di divertirsi) non solo contribuirebbe a porre fine allo stato di povertà sessuale in cui viviamo, ma è anche un ottimo strumento per sdrammatizzare i nostri legami e cominciare a lavorare sull’insicurezza e la gelosia.

In Difesa di Afrodite è un libro coraggioso, ed era certamente molto più coraggioso dieci anni fa. “Dismantling the Culture of Monogamy” rimane a tutt’oggi una delle cose migliori sull’argomento, e anche alcuni altri testi offrono contributi estremamente utili per coloro che sono riluttanti a impegnarsi nel dibattito sulla non-monogamia. Al di là delle formulazioni concrete, due idee chiave: che l’amore non è un bene scarso da razionare, ma che si moltiplica esercitandolo; e che la comunicazione e la piena disponibilità ad ascoltare e capire, senza bisogno di nascondersi, sono ingredienti fondamentali per qualsiasi relazione sana. Nessuno di questi fattori ha posto nella cultura della monogamia.

Articolo scritto da Julia Cámara. Nostra traduzione

Originale pubblicato in ctxt.es