Intervento di Luca Scacchi al Direttivo CGIL del 23 dicembre 2021.

Giovedì 23 dicembre si è tenuto, in presenza e on line, il Direttivo nazionale della CGIL. La riunione era convocata per il bilancio preventivo e, come usuale, per le varie ed eventuali. Proprio all’interno di quest’ultimo punto si è aperta una discussione che partendo da un primo bilancio dello sciopero generale del 16 dicembre ha interessato le strategie di più ampio respiro della CGIL.
Il segretario generaleinfatti, in una relazione densa e prospettica, non ha solo fatto il quadro sugli attuali rapporti con il governo e i risultati dello sciopero, ma ha posto il problema di come far vivere quelle piazze nei prossimi mesi [dobbiamo continuare a far vivere la domanda di cambiamento e di rappresentanza del lavoro]; sottolineato come le scelte della CISL non siano una parentesi ma pongano la questione di una regressione più generale dell’unità sindacale; rimarcato il problema della mancanza di una rappresentanza del mondo del lavoro [nel dare continuità a quella scelta dello sciopero, c’è continuità della specifica azione sindacale, ma c’è anche la necessità di farsi carico di una rappresentanza più generale del lavoro]. Landini ha cioè esplicitamente aperto un confronto dall’evidente profilo congressuale, che è entrato nella dialettica della maggioranza CGIL e nei suoi assestamenti di questi mesi, anche in relazione alla scelta dello sciopero.
Ad intervenire nel dibattito, per ora, sono stati però quasi solo i settori più convinti delle sciopero e che appoggiano l’impostazione più complessiva del segretario generale (FIOM, FLC, FLAI, i segretari di Lombardia e Sicilia, LavoroeSocietà, ecc); in assoluto silenzio altri (FP, FILCAMS, SLC, SPI, ecc), al di là di due battitori relativamente liberi (Megale e Treves, protagonisti della stagione Epifani-Camusso), che hanno dialettizzato in particolare sulla questione del tramonto temporaneo della possibilità di un unità organica con la CISL (e la necessità di recuperarla in prospettiva), oltre che sul rapporto tra politica e sindacato nel quadro del centro sinistra. Solo due interventi si sono limitati a sollevare perplessità su questo protagonismo della CGIL e sulla questione dell’unità sindacale (uno, quello del segretario della FILLEA, si è poi concentrato in particolare sui problemi della perimetrazione contrattuale, anche rispetto contratti firmati recentemente dalla FIOM).

In questo contesto ho tenuto il mio intervento.

Compagne e compagni,
io credo che noi abbiamo alle spalle mesi pesanti. Pesanti, perché nell’allentamento della pandemia e nel rimbalzo economico questi mesi sono stati segnati dalla frammentazione del lavoro. Innanzitutto dal rilancio, che non era scontato, di quelle divergenze produttive e territoriali che abbiamo visto nell’ultimo decennio.

  • Se guardiamo e analizziamo i dati della ripresa economica di questi mesi crescono enormemente le esportazioni e crescono le esportazioni dei beni intermedi. Cioè, recupera soprattutto un certo settore del quarto capitalismo inserito in filiere produttive europee e internazionali. Recupera molto meno, ho addirittura perdono altre imprese e altri settori, a partire dall’automotive [o da quelle focalizzate su beni finali, consumi diffusi, in particolare sul mercato nazionale, in particolare al sud].
  • Vediamo una crescita del PIL soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna: un nuovo triangolo industriale in cui si accentua quella divisione territoriale del sistema produttivo che abbiamo visto correre nell’ultimo ventennio e che, guardate, è una struttura produttiva che spinge e sospinge quell’autonomia differenziata che abbiamo visto riproporre dal governo Draghi negli allegati alla legge di Bilancio.
  • C’è un dispiegamento di diverse strategie di accumulazione nelle imprese, alcune più centrate sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro (anche grazie ad industria 4.0), altre sull’estensione dell’orario o la riduzione del salario, spingendo cioè su elementi diversi di estrazione del plusvalore.
  • Cresce il precariato, cioè nella ripresa economica torna a crescere l’occupazione (dopo il disastro del lockdown e di una recessione estesa e profonda), ma sotto forma di contratti a tempo determinato o simili.

In tutto questo, quindi, crescono e si dispiegano le diversità di temi, tempi, forme e modalità dei conflitti produttivi e delle vertenze, delle dinamiche del mondo del lavoro e delle sue lotte. Si impongono cicli di lotta diversi. Dentro questo panorama abbiamo conosciuto mesi in cui nelle piazze e soprattutto nei luoghi di lavoro si è espressa una profonda divisione sociale e del lavoro, sulla questione del green pass, della sicurezza, l’assalto alla CGIL, la vicenda di Trieste e i cortei di Milano. Divisioni, come credo abbiamo vissuto tutti, che hanno attraversato soprattutto le diverse aziende, i posti di lavoro, le assemblee sindacali.

Ecco questi mesi pesanti io credo portino in parte anche una nostra responsabilità. I processi sono stati diversi, ma credo che parlarne oggi sia importante.

  • Io credo sia stato un errore non esser riusciti ad attivare un percorso di lotta generale quando c’è stato lo sblocco dei licenziamenti a giugno. [C’era allora un’occasione, davanti ad una scelta che era iniqua e che era percepita come tale a livello di massa, di riunificare larga parte del lavoro contro quella politica].
  • Abbiamo avuto difficoltà a reagire a politiche vaccinale del governo che sono state individuali e liberaliche hanno colpito in particolare il lavoro [pensiamo al green pass, alla scelta di non sviluppare strategie vaccinali con campagne partecipate e di massa ma di affidare tutto a obblighi, premi e punizioni sui comportamenti dei singoli].
  • Abbiamo avuto e continuiamo ad avere una certa incapacità a porre con forza la questione della riunificazione delle lotte contro le diverse crisi industriali, dall’Alitalia a GKN, dalla Whirlpool alle tante chiusure di questi mesi. Francesca Re David [segretaria generale della FIOM] nel suo intervento ricordava la capacità e il ruolo che il Collettivo di Fabbrica GKN ha avuto, di saper sfondare negli immaginari e nell’attivazione di una partecipazione sulla sua lotta, nella città di Firenze come a livello nazionale, riuscendo quindi a riportare il tema del lavoro (e dei conflitti nel lavoro) ad un’attenzione sociale più complessiva. Io credo da questo punto di vista che su questo si sarebbe dovuto lavorare di più, proprio come CGIL, per riuscire a porre quella vertenza ma più in generale la questione delle crisi industriali in termini generali, senza lasciare la resistenza ad una dinamica isolante, fabbrica per fabbrica, realtà per realtà.
  • Abbiamo un problema di politiche contrattuali, e credo sia uscito anche in questo direttivo. Un problema di discussione ma anche di cambio che dobbiamo imprimere alla nostra azione. E’ uscito in alcuni interventi sul rinnovo dei contratti pubblici: io credo che dobbiamo affrontare il problema di una politica contrattuale che porta ad aumenti limitati tabellari, per tutti/e (il 3,78%), e poi un impatto molto più significativo sulla massa salariale complessiva, che però dipendono da differenze per comporti, settori, professionalità, conquistati in una dinamica sul rifacimento degli inquadramenti o addirittura in interventi scomposti, ministero per ministero o settore per settore, inseriti nelle leggi di Bilancio. Una dinamica che divide il lavoro e differenzia le strutture salariali, anche all’interno degli stessi comparti e settori del pubblico impiego. Abbiamo poi un problema, uscito con chiarezza dal confronto tra Alessandro [Genovesi, segretario generale della FILLEA] e Francesca [Re David, segretaria generale della FIOM], rispetto ai perimetri contrattuali e alle politiche di dumping, anche tra contratti e categorie della CGIL. Un problema che credo anche io sia urgente affrontare e che evidenzia una dinamica di frammentazione e competizione nel mondo del lavoro, che come ha segnalato Augustin [Breda] non è un problema della FILLEA o della FIOM, è un problema generale che ci attraversa tutti. Lo ha ricordato proprio Augustin, abbiamo contratti firmati dalla CGIL a 4,50 euro l’ora, io ho presente nel pubblico impiego anche realtà a 3,50 euro (l’ho già detto e lo ripeto a questo direttivo, a partire dai portieri delle università). Io credo che tutto questo sia il problema della divisione del lavoro su cui, appunto, come CGIL non si è intervenuto e non si interviene in questa stagione.
  • Noi arriviamo tardi a questo sciopero generale. Lo ha ricordato Maurizio Brotini [segreteria toscana, Lavoro e Società] nel suo intervento, noi arriviamo a questo sciopero generale il 16 dicembre, dopo mesi di titubanze, discussioni e confronti che ci hanno attraversato. Anche di una certa entità, non dico di una certa asprezza. Una dinamica che ha portato a proclamare lo sciopero estremamente tardi e in qualche modo male, proprio per la difficoltà dell’organizzazione ad assumere una posizione di opposizione ad un impianto di politica economica complessiva del governo Draghi. Un impianto che sta nel PNRR quanto nella legge di Bilancio, centrato sulla produttività totale dei fattori, centrato sugli interessi delle imprese, pur aumentando la spesa pubblica. Siamo di fronte a manovre economiche espansive ma che hanno un’impronta liberista. Però, guardate, non è la prima volta: se prendiamo le politiche reaganiane dei primi anni ottanta avevano esattamente lo stesso impianto, manovre espansive ma contro il lavoro.

Quindi siamo arrivati allo sciopero del 10 e del 16 dicembre. Del 10 e del 16 dicembre: cioè della scuola e del resto del lavoro, in due date, appunto diviso nella sua proclamazione e nella sua dinamica per i percorsi che sono stati tardivi. Uno sciopero che è stato importante ma che è stato limitato. Guardate, è stato limitato nella partecipazione e nell’adesione allo sciopero. E’ intervenuto Francesco [Sinopoli, segretario generale FLC] sulle dinamiche di quel 7 per cento nella scuola. Ma c’è anche il 5% nel resto del pubblico impiego. Guardate, non è stata una partecipazione particolarmente significativa neanche nella piazza. Se sommiamo tutte le piazze, parliamo di 50, 60 o 70mila persone al massimo. Certo, sono state piazze importanti, ma voglio dire, noi abbiamo 180mila dirigenti e RSU nella CGIL, solo come CGIL. Credo che appunto, lo ha detto Pagano [segretario Lombardia] per la sua regione, io credo valga in termini generali, uno sforzo per riempire quelle piazze sarebbe potuto esser molto, molto più ampia. Sono state comunque piazze importanti, anche perché sono state piazze di lavoratori e lavoratrici, in particolare delle fabbriche e delle aziende più sindacalizzate. Dove l’adesione allo sciopero ha spesso superato il 70, 80%. Guardate, non era scontato. Un’altra piazza che abbiamo riempito, qualche mese fa, un’altra piazza importante che abbiamo riempito nel corso dell’autunno e che per molti versi è stata fondamentale [segnando il ritorno ad una mobilitazione di massa], quella di San Giovanni dello scorso 16 ottobre contro i fascismi, dopo l’assalto alla sede di corso Italia, è stata una piazza di popolo, ma non segnata dalle fabbriche, dalle aziende, dai delegati/e, dai nostri luoghi di lavoro. Ricordo la discussione in Direttivo nelle settimane seguenti, la sensazione di una difficoltà nelle assemblee, di un distacco che in quelle settimane si era determinato con i settori più organizzati e sindacalizzati del lavoro.

E’ importante allora lo sciopero di dicembre, perché si è iniziato a recuperare questa frattura, avere iniziato a sviluppare una mobilitazione di massa, l’unità dell’insieme del lavoro, ma io credo che abbiamo un problema perché questa dimensione, proprio nello sciopero del 16 dicembre, non si è ancora in realtà raggiunta.

Abbiamo però un problema perché questi mesi, i prossimi mesi, con questo PNRR e queste politiche di bilancio, rischiano di segnare un tentativo semibonapartista di stabilizzazione, che passa esattamente per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, la candidatura di Draghi e la trasformazione della Presidenza della Repubblica, una trasformazione di fatto per il profilo e la legittimazione europea dello stesso Draghi, che rischia di affermare un semipresidenzialismo di fatto in questo paese, di profilo autoritario, tra l’altro non casualmente collegato ad una possibile attivazione molto rapida dell’autonomia differenziata.

Un processo, sono perfettamente d’accordo con questo passaggio della relazione di Maurizio [Landini], che passa per una CISL che si fa centro di una politica conservatricedi costruzione di un blocco di stabilizzazione governativa. Guardate, una dinamica della CISL che però non mi stupisce. Io credo che l’elezione di Sbarra e tutta la politica dell’ultimo anno della CISL porta quel segno. [Ci si potrebbe allora domandare, se questo profilo e questa azione era evidente prima, perché solo ora ce ne siamo accorti e solo ora attiviamo un percorso di presa di distanza da questo progetto e da ipotesi di unità organica con la CISL].

La mobilitazione a gennaio. Allora, per chiudere, io sono perfettamente d’accordo anche con un altro passaggio della relazione di Maurizio [Landini], ma che forse è stata ripresa poco dal dibattito. Per rispondere a questa situazione ci deve esser una ripresa immediata della mobilitazione a gennaio. Immediata. Perché nella dinamica dell’applicazione concreta della legge di bilancio, del PNRR, dell’autonomia differenziata e anche dell’elezione della presidenza della Repubblica, ci deve esser in campo anche il lavoro. La CGIL e non solo la CGIL, spero, con iniziative, che vanno programmate rapidamente proprio perché c’è da ricostruire nel tempo, io credo in una stagione che però deve partire subito, l’unità del mondo del lavoro e questa unità non può esser costruita, io credo, che interfacciandosi e attivando l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, insistendo con determinazione a mobilitarli, con assemblee e con lo sciopero.

L’ultima cosa che voglio sottolineare, lo hanno notato molti interventi, è che la relazione di Maurizio ha di fatto un profilo congressuale ed apre un confronto in questo organismo dirigente, e nell’organizzazione, sulla linea generale, le strategie se non lo stesso ruolo del nostro sindacato. Anche perché di fatto chiude una fase, quella di una proposta politica forte che si era definita e aveva retto la soluzione del congresso scorso, la proposta di un’unita sindacale organica con la CISL e la UIL: io ricordo in particolare la conclusione di Maurizio al congresso della Camera del lavoro di Milano nel 2018, che aveva di fatto lanciato la sua stessa candidatura alla segreteria generale. Come, comunque, apre un campo di riflessione e proposte sul rapporto tra sindacato e politica, la rappresentanza del lavoro e quindi la nostra linea di azione più generale. Mi chiedo, e questa è una domanda che forse dovremmo affrontare a gennaio, se in questa situazione pandemia e in questi tempi, questo dibattito si riesce ad affrontare con un congresso di corsa, sviluppato nel giro di pochi mesi subito dopo la prossima conferenza di organizzazione. Se forse non bisogna darsi tempi e modalità per coinvolgere realmente l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, per una discussione complessiva che ha appunto un profilo strategico.

Luca Scacchi