di Gianni Sartori

Al mattino del 19 dicembre il cappio del boia ha definitivamente posto fine al calvario di un altro prigioniero politico curdo.
Arrestato cinque anni fa (insieme al cognato, nell’ottobre 2016), Haydar Qorbani era rinchiuso nel carcere di Sine (Sanandaj). Definire il processo a cui venne sottoposto una parodia sarebbe un eufemismo. In assenza di avvocato, la sua “confessione” era stata estorta dopo mesi e mesi durante i quali veniva sottoposto alla tortura. Non solo.
Sempre con le minacce e le torture veniva costretto a dichiararsi colpevole davanti alle telecamere della catena iraniana Press TV.
Le autorità si sono rifiutate di consegnarne il corpo alla famiglia che avrebbe voluto seppellirlo nella sua città natale. Invece Haydar Qorbani sarebbe già stato sepolto, il mattino stesso dell’esecuzione, a Sine. Questo dopo che per venti mesi non gli era stato concesso di poter incontrare i parenti.
Solo con le sue pubbliche “confessioni” in televisione gli era stato concesso un breve colloquio telefonico. Un fratello che aveva protestato pubblicamente per le evidenti violazioni procedurali era stato a sua volta arrestato.
La condanna a morte per “appartenenza e presunta collaborazione con il Partito democratico del Kurdistan d’Iran (PDK-I)” era stata emessa dal tribunale “rivoluzionario” di Sine e resa definitiva dalla Corte suprema nell’agosto 2020.
Accusato di aver preso parte all’uccisione di tre basij (una milizia paramilitare) in precedenza, nell’ottobre 2019, era stato condannato a 118 anni di carcere per “complicità nell’omicidio, sequestro di persona e favoreggiamento”. Tutte accuse da lui respinte (o almeno prima di essere a lungo torturato). In seguito il suo caso era stato riesaminato ed era stato accusato di “rivolta armata contro lo Stato”. Da cui la condanna a morte (nonostante anche il tribunale avesse riconosciuto che non era armato). Contro tale arbitraria esecuzione si erano espresse numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International. Solo qualche mese fa (nell’estate del 2020, dopo l’esecuzione di altri due prigionieri politici curdi: Diaku Rasoulzadeh e Saber Sheikh Abdollah), anche in riferimento al caso di Haydar Qorbani, A.I. aveva denunciato l’utilizzo della pena di morte in Iran “come strumento di repressione politica contro manifestanti, dissidenti e membri delle minoranze”.
Tutti soggetti non omologati e accusati, indistintamente e fantasiosamente, di “moharabeh (inimicizia nei confronti di Dio) oppure di “efsad f’il art” (diffusione della corruzione sulla terra). In genere dopo che le “confessioni” erano state estorte con la tortura.
Gianni Sartori