Quando, nel marzo del 2020, iniziò l’incubo della pandemia, con corollario di lockdown, ambulanze in continuo andirivieni, morti, immagini di bare portate dai camion militari, personale medico-ospedaliero esausto, pressioni padronali per tener aperte le fabbriche, “autorità” statali e regionali incapaci, ecc. azzardai una “profezia”: questa catastrofe cambierà radicalmente la situazione politica e sociale, un po’ come farebbe una guerra. Pensavo, soprattutto, al massacro della Grande Guerra, che sembrò mettere in crisi definitivamente il modello liberale di società borghese (in tutte le sue sfumature, dalla più conservatrice alla più “democratica”), scatenando forze “eversive” che portarono da un lato all’Ottobre e al “Biennio Rosso”, e dall’altro alla conseguente “Grande Paura” e alla reazione più feroce. Con la positiva differenza che, non essendo una guerra vera e propria, col suo strascico di distruzioni e macelli tra le giovani generazioni e la sua assuefazione alla violenza bruta, e grazie ad un ulteriore secolo di esperienza, le condizioni di una costruzione di “un altro mondo possibile” fossero molto migliori. Dentro di me albergava la speranza che questo terremoto sociale innescasse, oggi come nel 1917-20, fenomeni di rigetto verso un ordine socio-economico che dimostrava, per l’ennesima volta, di essere incapace di garantire uno sviluppo adeguato ai bisogni dell’umanità (o almeno della sua schiacciante maggioranza). Ed in effetti, almeno da un certo punto di vista, fu una facile profezia. Ovviamente il sistema capitalistico, senza bisogno di ricorrere a ridicole teorie complottiste, ha reagito com’è nella sua natura. Anche le classi dominanti, spaventate da un virus che, diversamente dalle guerre, combattute sempre sostanzialmente dai poveracci, all’insegna dell’ “armiamoci e partite”, poteva colpire anche “lor signori”, hanno fatto fronte alla minaccia ricorrendo a strumenti radicati nel loro DNA sociale: rafforzamento delle misure autoritarie, riduzione al minimo della socialità slegata dai processi produttivi, tentativi di disciplinare il corpo sociale e, ovviamente, di poter fare profitti ulteriori grazie al clima d’emergenza (medicinali, tamponi, mascherine, disinfettanti, vaccini, sanità privata in genere). Se qualcuno aveva sperato che, di fronte ad una catastrofe che rischiava di mettere in discussione la loro stessa vita, le classi dominanti recuperassero un minimo di “coscienza della specie”, superando almeno in parte il loro essere inchiodate alla legge del profitto, ebbene, è stato certamente deluso. Prendere la palla al balzo per cercare di fare di questa pandemia prevedibile (e prevista: basti leggere, per fare solo un esempio, il libro di Noam Chomsky “America we can’t”, scritto nel 2010) un buon affare, sia in senso immediato e banalmente legato al profitto da “panico”, sia in senso più socio-politico, nell’ottica di costruire assetti istituzionali ancor meno democratici, legittimati da una percezione diffusa di un’emergenza dalle caratteristiche sempre più indefinite, ma ben radicata in un corpo sociale sempre più sottomesso, spaventato, atomizzato.

Dopo quasi due anni dall’inizio dell’incubo, dopo l’arrivo di vaccini, green pass e quant’altro, devo riconoscere non tanto la facilità della “profezia”, quanto la temuta (almeno da me) preponderanza del secondo tipo di reazione alle grandi tragedie, quello che portò al fascismo “diffuso” negli anni Venti e Trenta del XX secolo. Non voglio dire, con questo, che stiamo assistendo alla ripetizione pedissequa delle gesta dei Mussolini, degli Hitler, dei Franco. La reazione autoritaria, oggi, avviene con metodi e atteggiamenti diversi, per molti versi molto più soft, meno sanguinari di quelli di un secolo fa. Anche perché non è figlia di una “grande paura”, ma solo di una “piccola paura”, quella di veder diminuire un poco i profitti, di veder messe anche solo parzialmente in discussione fette di potere. Credo sia difficilmente contestabile che questi (quasi) due anni di “emergenza socio-sanitaria” abbiano ulteriormente spostato a destra la situazione, seppur con alcune contro-tendenze. E non parlo solo della situazione italiana, che vede nei sondaggi passare il partito (post?) fascista della Meloni dal quinto (elezioni europee del 2019) al secondo posto, o dove i gruppi ultras fascisti sembrano riprendere vigore, uscendo dalla relativa paralisi degli ultimissimi anni. Parlo della situazione internazionale: le grandi mobilitazioni che, dal Cile all’Iraq, dal Sudan all’Algeria, passando per la Catalogna, la Francia o il Libano, sembravano aver dato il via a una nuova stagione di lotta nel 2018/19, sono scomparse o ridotte a poca cosa. In Francia, per restare ad un paese vicinissimo (geograficamente, culturalmente e socialmente), le elezioni presidenziali che si terranno fra pochi mesi vedranno, secondo i sondaggi, una lotta accanita nel campo dell’estrema destra su chi riuscirà ad arrivare al secondo turno…contro Macron: la sinistra, per quanto scialba e moderata (tipo i socialisti o i Verdi!) non viene nemmeno più presa in considerazione! Dimenticate o comunque messe in sordina (purtroppo non solo nei discorsi dei nostri avversari politici e, ovviamente, dei loro leccapiedi giornalisti e/o maitre-à-penser, ma nel grosso del cosiddetto “popolo di sinistra”) le nostre storiche battaglie (sopravvivono forse, anche se un po’ ai margini, la questione ambientale e, qua e là, femminile), non si discute d’altro, da quasi due anni, che di virus, pandemia, medicina. Sembra quasi che l’umanità sia minacciata d’estinzione, con 5,3 milioni di morti (circa il 3% dei morti “normali” in questi ultimi 20 mesi, anche se in Italia siamo vicini al 9%), al punto di averci fatto perdere, in preda al panico, il lume (e il sangue freddo) della ragione. Assistiamo al fatto, apparentemente paradossale, che lo scontro venga raccontato come una lotta tra un establishment più o meno liberale (politicamente e socialmente, che unisce governo, Confindustria e sindacati, non solo concertativi) che vuole imporre misure restrittive (e che avrebbe a cuore la salute collettiva, la solidarietà, e chi più ne ha più ne metta) e una destra più o meno estrema che, opponendosi ad alcune di queste misure, difenderebbe la libertà individuale. In un ribaltamento inedito, gli statolatri non sarebbero più fascisti, post-fascisti e affini, ma liberali, conservatori, centro-sinistri vari. Tertium non datur, visto che per l’agenda dettata dai soliti poteri forti, le flebili voci che accusano il regime di essere colpevole di aver, se non smantellato, fortemente indebolito la sanità pubblica per favorire il business degli affari sulla pelle dei malati non riescono ad uscire da una sostanziale semi-clandestinità. Voci che spesso, nell’immediatezza della contingenza pandemica, accusano il potere di non essere stato abbastanza duro e determinato nelle chiusure, perlomeno di tutto ciò che non afferisce al “sacro” profitto. Non può non far sorridere amaramente vedere in TV e sui giornali i vari Draghi, Bonomi, Letta, Di Maio, Berlusconi, col codazzo di mezzibusti e pennivendoli, ergersi a campioni del “collettivo”, della solidarietà, a nemici dell’egoismo e dell’individualismo, contrapposti (?) ad una Meloni (e in modo penosamente contraddittorio, ad un Salvini che cerca di tenere i piedi in due scarpe, vista la posizione governativa), novella Marianna disposta a battersi sulle barricate in difesa della libertà e della democrazia conculcate. Salute pubblica o “dittatura sanitaria”? Questo ci raccontano. E questo è quello che “sente la gente”, nelle fabbriche come nelle scuole, negli uffici o nei bar. Purtroppo, nonostante esistano ancora, soprattutto nelle file di quella striminzita estrema sinistra, persone che non hanno rinunciato al beneficio del dubbio, rifiutando di appiattirsi su uno dei due discorsi offerti sul vassoio della narrazione dominante, anche tra di noi la pandemia ha fatto strage. Non tanto fisicamente, per fortuna, quanto di quello che è sempre stato uno dei punti di forza della sinistra, e cioè il senso critico. Questi 20 mesi hanno, in un certo senso, azzerato il “politico” che è in ognuno di noi. Hanno fatto emergere tutte le fragilità esistenziali legate al nostro essere biologico. La biologia ha preso il sopravvento sulla Storia. La paura, questa sensazione così potente, ci ha immobilizzato, resi impotenti. Forse è colpa dell’età relativamente avanzata del grosso dei quadri delle organizzazioni politiche e sindacali della “compagneria” che ne fa dei bersagli privilegiati della pandemia? L’estrema sinistra, purtroppo notevolmente “anziana” anagraficamente, è stata travolta da questa ondata, diventando in gran parte un ricettacolo di tremebondi vecchietti che non osano mettere fuori il naso da casa, riducendosi, al di là dei proclami sui social, a spettatrice sostanzialmente passiva di ciò che accade fuori dalla finestra. Con l’aggravante dell’avvelenamento del clima interno, con compagni che ormai percepiscono gli altri (quelli che non la pensano come loro sulla questione “gestione della pandemia”, magari anche solo su un punto rispetto all’insieme, come il Green Pass) come nemici, gente che mette a repentaglio la vita (o al contrario, gente che accetta la distruzione delle libertà fondamentali). Nonostante qualche spiraglio negli ultimissimi giorni (non dovuto alla nostra attività) temo che non usciremo indenni da questa tormenta. Temo anzi che non ne usciremo affatto. La vita, ovviamente, andrà avanti. E così la Storia (compresa quella del movimento operaio). Noi, come individui, ci saremo, per quanto ci resta ancora da vivere. Le nostre idee non moriranno, come diceva lo slogan. Ma che ne sarà di quell’intellettuale “collettivo” di cui parlava Gramsci che è il solo modo per far sì che le idee si incarnino in qualcosa di concreto, per modificare lo stato di cose presente?

Flavio Guidi