Un’altra puntata “Contro l’Alzheimer politico”. In questo caso si tratta di qualcosa che probabilmente anche molti compagni (etero o omo) ignorano: influenzati da stalinismo e post-stalinismo (che solo a partire dal ’68 ha cominciato a incrinarsi seriamente, almeno da noi in Occidente) si è finiti per pensare che, sebbene si sapesse delle grandi conquiste sul terreno sociale e dei diritti delle donne, la Russia dei Soviet non fosse poi così avanzata su terreni “scivolosi” (dove conta moltissimo la mentalità reazionaria diffusa da secoli tra le masse popolari, soprattutto contadine) come quello dei diritti civili. Questo breve articolo, pubblicato da Massimo Emiliano Damiano sulla pagina FB “Alessandro Barbero – La storia”, ci dice che le cose andavano in tutt’altro modo. Purtroppo non aggiunge che, con l’articolo 121, imposto da STALIN nel 1934,che prevedeva 5 anni di carcere per il reato di omosessualità, si tornava alla situazione pre-rivoluzionaria (come con l’aborto, reso di nuovo illegale nel 1936).

La rivoluzione d’Ottobre cambiò radicalmente la situazione per gli omosessuali in Russia. Sotto lo zar la “sodomia”, come era definita dal codice penale, era classificata come crimine dal 1835. Gli omosessuali potevano essere arrestati e condannati ad anni di prigione o di lavori forzati, anche se la giustizia era molto più clemente per coloro che provenivano dalle classi più agiate. Dal punto di vista culturale, la Russia prima del 1917 era un paese fra i più arretrati, dove il tasso di analfabetismo arrivava al settanta per cento e con un ruolo pervasivo della Chiesa ortodossa. I progressi fatti nei primi anni della rivoluzione furono enormi. Nel 1918 la vecchia legislazione zarista venne abolita. Fu legalizzato il divorzio e il diritto all’aborto (l’Urss fu il primo paese al mondo a garantirlo!). Le coppie conviventi godevano degli stessi diritti di quelle legalmente sposate. I bambini ritenuti “illegittimi” sotto la legge zarista, cioè nati da madri non sposate, erano ora considerati per il diritto uguali ai figli “legittimi”. Veniva dichiarata la “piena uguaglianza politica ed economica tra i sessi”, ponendo fine alla posizione subordinata della donna. Nel 1918 venne depenalizzata anche l’omosessualità. Dopo la Francia rivoluzionaria del 1789, la Russia bolscevica fu il primo paese a farlo. Nel Codice penale della Repubblica socialista della federazione russa, approvato nel 1922, era prevista una pena per gli atti sessuali (sia etero che omo) con i minori o nei casi di violenza e di coercizione. L’impostazione data dal governo dei soviet è descritta da un testo del dottor Grigory Baktis (Direttore dell’Istituto di Igiene sessuale di Mosca), La rivoluzione sessuale in Russia, del 1925. “La legislazione non interviene in alcuna relazione sessuale tra due individui adulti che non sia forzata e che sia libera da pressioni. Un rapporto sessuale di questo tipo viene trattato come una questione di interesse privato delle persone coinvolte. La questione della moralità pubblica è quindi irrilevante per la legislazione. Gli atti di omosessualità, sodomia e ogni altra forma di piacere sessuale hanno lo stesso status giuridico di cui sopra. Mentre la legislazione europea definisce tutto questo come una violazione della moralità pubblica, la legislazione sovietica non fa alcuna differenza tra l’omosessualità e il cosiddetto rapporto ‘naturale’. Tutte le forme di rapporto sono trattate come una questione personale. Il procedimento penale viene attivato solo in casi di violenza, abuso o violazione degli interessi altrui”. Nonostante la cultura dominante considerasse l’omosessualità una pratica sessuale depravata e deprecabile, la direzione bolscevica portò avanti, nei fatti, una politica contro ogni discriminazione. Essere omosessuali non era più un reato nella neonata Unione Sovietica. Cosa succedeva invece negli altri paesi? Per decenni gay e lesbiche continuarono a rischiare la prigione. L’omosessualità cessò di essere un reato nel 1967 in Gran Bretagna, nel 1971 in Germania, nel 1980 in Italia e nel… 2003 in tutto il territorio degli Usa, “faro della democrazia”! Lo Stato bolscevico era avanti anche su altri terreni. Basti vedere come l’Organizzazione mondiale della Sanità abbia cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali solo nel 1990! https://www.rivoluzione.red/rivoluzione-e-liberazione-la…/ E in Italia? Dopo la creazione del Regno d’Italia nel 1861, il codice penale sabaudo divenne la nuova legislazione nazionale. La maggior parte degli Stati italiani aveva eliminato la sodomia dai reati perseguibili sotto l’influenza del codice napoleonico, ma il Regno di Sardegna costituì un’eccezione a tal riguardo, quindi la maggior parte degli “atti sessuali contro natura” commessi nel Paese divennero ancora una volta un crimine per altri tre decenni, fatta eccezione per il sud, l’ex Regno delle Due Sicilie, dove la legge repressiva non è stata mai applicata. La legislazione contro la sodomia era rappresentata dall’articolo 425 del codice penale, che puniva con la prigione e il lavoro forzato i colpevoli; venne annullato definitivamente nel 1889. Nello stesso anno, il 30 giugno il nuovo codice penale unificato d’Italia, denominato “Codice Zanardelli” non includeva più la sodomia come illecito penale. In Italia agli inizi del 1930 cominciarono ad aumentare le pressioni contro coloro che erano definiti, a seconda della regione, froci, finocchi, ricchioni o culattoni. Il 18 giugno 1931 venne pubblicato il regio decreto n. 773 che autorizzava “misure di pulizia” contro coloro che mettono in pericolo la morale pubblica e il buon costume; questo è un esempio di legge utilizzata anche contro gli omosessuali considerati “asociali” e “fomentatori di pubblico scandalo” pur senza nominarli esplicitamente. La polizia è sempre stata molto discreta nelle sue azioni, ma sono state successivamente pure condotte retate in quelli che si conoscevano come esser luoghi di incontro gay. Le vittime potevano quindi facilmente subire percosse, perquisizioni ed arresti, la confisca dei beni personali, oltre a misure di stretta sorveglianza e tutti i tipi di molestie. Coloro che erano condannati dal tribunale con il decreto 773 erano sottoposti anche al pericolo di essere deportati in una colonia penale, sulle isole al largo della costa italiana o nelle zone di montagna, per un periodo variabile tra uno e cinque anni. La pena inflitta era quella imposta per due tipi di reati: da una parte i confinati comuni, ossia uomini che erano noti alla polizia come abituali praticanti di sesso anale, dall’altra i confinati politici, quelli cioè in cui sussisteva anche un “rischio politico”, spesso ai sensi delle leggi razziali fasciste approvate nel 1938. La sentenza finale non veniva presa dal giudice, ma dall’amministrazione provinciale responsabile. Sebbene questo capitolo della storia italiana non sia stato ancora studiato a fondo, sono noti almeno 300 casi di confinati comuni, 196 dei quali sono stati poi deportati nell’isola di Favignana e a Ustica. Provenivano da quasi tutte le principali città italiane, la maggior parte da Venezia e Roma. A questi bisogna aggiungere come detto i confinati politici, circa 88 nel decennio 1931-1941, mettendo in evidenza il numero di cittadini di Catania, ben 42, a causa di un giudice molto severo nella sua interpretazione della legge. Le colonie di punizione di Ustica e Favignana furono sciolte verso la fine del 1942, all’avvicinarsi delle truppe americane, e coloro che avevano scontato almeno due terzi della pena furono rilasciati, ma sempre sotto la stretta sorveglianza della polizia. Nel corso degli anni ’50 quelle voci ancora isolate che chiedevano l’accettazione per gli omosessuali furono messe a tacere dalla maggior parte dei medici e soprattutto dai nuovi esperti di sessuologia che consideravano l’omosessualità un disturbo o una malattia, raccomandando l’attività sportiva od incontri salutari con prostitute, oltre alla terapia dell’elettroshock in qualità di “cura” per l’omosessualità. Durante i primi anni ’60 ci furono alcuni tentativi di legiferare contro l’omosessualità, pur vietando qualsiasi discorso in suo favore, ma non ebbero successo proprio a causa della prevalenza della cosiddetta tolleranza repressiva. Vi erano purtuttavia delle eccezioni, tra cui il più importante scandalo del dopoguerra detto dei Balletti verdi; lo scandalo è emerso alla luce della cronaca nel 1960 quando si scoprì che erano state eseguite feste gay a Castel Mella in provincia di Brescia, coinvolgenti minorenni (giovani tra i 18 e i 21 anni, quando la maggiore età era ancora posta a 21 anni). Lo scandalo ebbe modo di accrescersi attraverso rivelazioni spettacolari di sesso sfrenato e orge, traffico di stupefacenti e coinvolgente membri della gioventù svizzera, per diffondersi presto anche in altre città italiane, ove si sosteneva di aver scoperto organizzazioni simili; molte delle persone che avevano presumibilmente partecipato furono fermate. Venne interrogato anche Giò Staiano, non perché avesse partecipato ai festeggiamenti, ma molto semplicemente per essere l’unico omosessuale riconosciuto in Italia. Uno scandalo scoppiò nel 1964 con il “caso Braibanti”, in cui i genitori dell’amante dell’uomo lo accusarono di manipolare mentalmente il proprio figlio con l’intenzione di trasformarlo in omosessuale. Il cosiddetto reato di plagio era un crimine introdotto all’epoca di Mussolini e che perseguiva il “lavaggio del cervello” ad opera di terzi il quale venne utilizzato – durante gli anni della sua validità – in quest’unico caso. Giovanni, il giovane amante ventitreenne di Aldo Braibanti (un professore di filosofia), fu condotto in una clinica psichiatrica di Verona dove fu costretto a subire una terapia di conversione attraverso elettroshock per un periodo di 15 mesi per poi essere costretto a vivere a casa assieme ai genitori. Nella sentenza del 1968 Braibanti fu condannato a 9 anni di carcerazione, che furono poi ridotti a 6 e infine a 4.