(Gianni Sartori)

Magari vi ricordate dell’entusiasmo con cui alcuni esponenti dell’intellighenzia nostrana accolsero la firma degli accordi di pace in Colombia. I “cattivissimi” delle FARC deponevano le armi e tutto sarebbe andato per il meglio. Eppure – me lo spiegava negli anni novanta un gesuita, padre Giraldo (esponente della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli) – almeno il 90% (lui arrivava a ipotizzare oltre il 95%) delle violazioni dei Diritti umani erano opera delle forze militari e paramilitari istituzionali, non delle guerriglie. Tanto per la Storia.

Mi viene in mente un certo Saviano che (forse confondendo la Colombia con la sua Campania e le organizzazioni guerrigliere con la camorra) fantasticava della ripresa economica ora che le piccole imprese non dovevano più temere le minacce e ritorsioni della guerriglia, ma poco o niente diceva sui latifondisti e le multinazionali che avrebbero spadroneggiato come e più di prima. O addirittura si ipotizzava della possibilità – finalmente! – di accedere a quelle aree della selva rimaste fuori dal controllo statale e della possibilità di scoprire nuove specie vegetali da introdurre nel mercato farmaceutico (una volta si chiamava biopirateria).

Poi si è visto. Ex guerriglieri assassinati a decine. Così come insegnanti, sindacalisti, esponenti della società civile e – ovviamente – indios e contadini. A centinaia come di prammatica.

Tracciare una seppur sommaria lista dei crimini compiuti da squadre della morte parastatali, esercito e forze di polizia è impresa improba. Comunque si rischia di andare al ribasso.

Così come aggiornarsi sulle proteste e ribellioni (regolarmente represse) che anche negli ultimi mesi hanno infiammato il Paese.

Ci provo.

In questi giorni di fine settembre nel villaggio di San José de la Laguna sono ripresi gli scontri tra comunità indigene e contadine che rivendicano il diritto alle loro terre ancestrali e le ESMAD (forze antisommossa) schierate a difesa della multinazionale Smurfit Kappa Cartòn di Colombia.

Solo una settimana fa manifestazioni e scontri avevano interessato alcune zone rurali delle municipalità di Cajibìo nel Cauca. Una decina di aree di sfruttamento forestale della multinazionale (centinaia di ettari coltivati con piante non autoctone, eucalipti, pini…) erano state occupate dalle popolazioni espropriate e in rivolta (tra cui indigeni Misak, alcuni dei quali sono stati feriti o arrestati). In agosto altri incidenti nelle medesima area si erano conclusi con l’uccisione di un manifestante e l’incendio del palazzo comunale.

Qualche giorno prima una violenta manifestazione anti-governativa, con vari lanci di molotov, si era svolta nel Parque de los Deseos di Medellin.

Scontri che dal pomeriggio erano proseguiti fino a tarda sera portando alla dichiarazione del coprifuoco in tutta la parte Nord della città.

Pochi giorni fa cadeva il primo anniversario dell’uccisione dell’avvocato di 46 anni Javier Ordònez, torturato con scariche elettriche e picchiato a morte da due poliziotti motociclisti il 9 settembre 2020. Diventato un simbolo della brutalità della repressione antipopolare, Javier è stato ricordato con grandi manifestazioni a Bogotà che ben presto si son tradotte in scontri con la polizia con diversi feriti e alcuni arresti.

Comunque molto meno di quanto accadeva l’anno scorso nella medesima data quando – non solo a Bogotà – migliaia di persone erano scese in strada.

La scena dell’arresto di Javier (diventato in breve un assassinio) era appena stata diffusa in rete.

Nel video si intende distintamente l’uomo bloccato a terra gridare ai due poliziotti : “smettete, per favore!”.

I manifestanti avevano ricoperto di vernice rossa la facciata del commissariato dove l’avvocato morente era stato trascinato, lanciato pietre e gridato ripetutamente “Resistenza”. Inutili i tentativi di disperderli con cariche e lacrimogeni. Complessivamente si erano contati almeno 56 assalti ai commissariati in varie località colombiane (in particolare, oltre a Bogotà, a Medellin, Popayan, Neiva, Cali e Barranquilla).
A conclusione, almeno sette i morti accertati e quasi un centinaio di arresti.
Questo, si diceva, accadeva l’anno scorso, ma anche nel settembre 2021 le proteste non si sono certo placate.
Il 6 settembre, nel pomeriggio, la ribellione si era manifestata a Cali nell’area di Puerto Rellena quando la folla ha innalzato barricate nelle strade e accolto i poliziotti dell’ESMAD con lanci di pietre per contrapporsi alle granate lacrimogene.
Il mese prima, il 2 agosto, nel dipartimento del Cauca le forze dell’ordine avevano costretto all’evacuazione una folla di contadini da un’area agricola (El Retiro) occupata (per le istituzioni illegalmente).
Un giovane manifestante era stato ucciso dalla polizia che aveva fatto uso di fuego real. Successivamente veniva assaltato il commissariato locale. Il 4 agosto, giorno del funerale, scoppiavano altri disordini tra manifestanti e le ESMAD mentre alcuni giovani a volto coperto avevano attaccato gli uffici comunali di Cajibìo incendiandolo.
Il 9 giugno, così come era accaduto nel mese precedente quando si erano contate almeno sessanta vittime, migliaia di persone avevano espresso in diverse città della Colombia la loro totale contrarietà alle politiche antisociali (sia in campo repressivo che a livello sanitario con l’epidemia del Covid 19) del presidente Duque. Nonostante il personaggio in questione avesse annunciato qualche giorno prima importanti “riforme” in materia di rispetto dei diritti umani. Va sottolineato come nel Paese (dove si calcola che il 42% della popolazione – 50 milioni di abitanti – sia caduto in povertà) si contano a decine le vittime della repressione e in molti casi è stato possibile stabilire che i colpi di armi da fuoco erano stati esplosi dalla polizia con l’intenzione di uccidere. Per non parlare dei numerosi stupri di giovani ragazze fermate durante le manifestazioni.
In controtendenza (il 30 luglio 2021) anche un attacco opera dell’ELN (Fronte della lotta urbana Camilo Torres Restrepo, in memoria del prete guerrigliero caduto negli anni sessanta) nei confronti di un altro commissariato. Evidentemente individuato come simbolo della repressione antipopolare che come abbiamo visto in aprile e giugno si era scatenata contro le proteste della popolazione civile.

Gianni Sartori