.(Gianni Sartori)


(…brandelli sparsi di memorie vicentine negli anni settanta…tra lavoro nero e ribellioni mancate…)
Di tanto in tanto si parla o si torna a parlarne (in genere male!) di “cooperative”. Talvolta vere, in genere presunte. Sostanzialmente una copertura per il lavoro nero.Anche se ogni volta la cosa mi rinnova, rimescola antichi dispiaceri finora ho lasciato perdere.
Poi ho inciampato nella concisa, sintetica (ma comunque efficace) nota di Maurizio Maggiani (quello del Pettirosso…) su “Robinson” del 7 agosto 2021 e ho deciso di dir la mia.Infatti qualcosa da dire, per esperienza diretta, potrei anche averlo.
Purtroppo, diversamente da Vitaliano Trevisan (ho scoperto leggendo “Works” di averne “condiviso”, sia pure in tempi diversi, l’esperienza del lavoro notturno alla Domenichelli) allora non prendevo nota di tutto quello che – magari mio malgrado – sperimentavo.
Anzi, prima di dimenticarmene, segnalo che diversamente dal quasi compaesano scrittore, alla ditta sopracitata ho lavorato tra le fine dei sessanta e i primi anni settanta (mentre, mi pare, lui frequentò il clubdi viale Torino – attualmente in demolizione – nella seconda metà dei settanta). Per cui non corrisponde, per quanto mi riguarda, la sua percezione e descrizione – tutto sommato tranquilla, non particolarmente faticosa – del carica (stiva) e scarica sotto l’ombra -si fa per dire, era notte – dell’Everest.A me invece i ritmi pesavano assai. Anche perché al mattino, non sempre ma comunque spesso, frequentavo l’università a Padova e quindi – in perenne sonno arretrato – finì che verso le due-tre di notte mi capitava anche di appisolarmi, in piedi, appoggiato al carrello. Inoltre, ma qui potrei sbagliarmi, lui parla di turni di otto ore mentre nei miei ricordi si trattava di una decina (con breve pausa intorno a mezzanotte per un boccone portato da casa e andare al cesso). Ma, appunto, dopo tanto tempo potrei anche confondermi.All’epoca non presi adeguatamente nota, dicevo, Forse, ripensandoci, avevo altro a cui pensare. Robetta tipo la Rivoluzione immanente ormai alle porte e via così.Vivendo una palese contraddizione. Visto che magari – oltre alle innumerevoli manifestazioni e riunioni – mi capitava anche di volantinare al “proletariato garantito” o far picchetto davanti a fabbriche che sorgevano nelle stesse zone industriali dove mi recavo a scaricare “in nero”.Va però precisato che il lavoro dei “facchini” veniva percepito sia da molti sindacalisti che dai militanti operaisti (tipo PotOp, almeno quello vicentino) come “marginale” roba da “sottoproletari”.Certo, detto da gente che di una fabbrica non avrebbe mai superato i cancelli (davanti a cui si limitavano a volantinare, appunto) ora la cosa fa un po’ sorridere, ma così era nella prima metà dei settanta. Al punto che – dopo qualche timido tentativo di sollevare la questione – mi ero rassegnato e quasi convinto che effettivamente le cose stavano così e non c’era verso di intervenire (non politicamente in senso stretto almeno) per cambiarle.
Preciso, a scanso di equivoci. Qui “lavorare in nero” non significava essere pagati di più fuori busta (presumo esista anche in tale forma). Semplicemente non venivano versati i contributi e non c’era copertura né per la malattia, né per gli infortuni (e tanto di guadagnato per i titolari).Ma poi il “77” era venuto.Rimasi francamente di stucco quando – nella seconda metà dei settanta – uno degli ex capetti del PotOp vicentino (poi “Classe e Partito” e altro, in odor di Autonomia) mi informò – conoscendo i miei precedenti – con entusiasmo dei corsi a Scienze Politiche appunto sulle cooperative di facchinaggio.
Nell’ottica dell’operaio sociale, presumo.
Però nel frattempo, oltre ad aver cambiato lavoro, avevo preso – temporaneamente – le distanze dai movimenti antagonisti. Dissi che la cosa ormai non mi interessava più di tanto e lasciai cadere il discorso.
Detto ciò, torniamo alle soidisant “cooperative” di cui si diceva all’inizio. In realtà, lo ribadisco, mascheravano lavoro nero, sfruttamento intensivo, caporalato e mancanza di tutele (nonostante il lavoro di facchino non fosse esente da rischi).
Anche se, come ho detto, molti ricordi sono avvolti dalla bruma temporale, intermittenti (un impasto di immagini, sensazioni…) cercherò di mettere ordine.Funzionava così, mi pare.Si portava in ufficio il libretto del lavoro e poi, dal mattino successivo, ci si presentava – verso le sei – nei luoghi da dove si veniva – giornalmente, in base alle richieste delle ditte – inviati (di corsa, nel mio caso pedalando forsennatamente) sul campo di battaglia.Ovviamente se la richiesta era per più giorni, talvolta settimane, nei giorni successivi ci si recava direttamente sul posto.Intanto uno apprendeva, a sue spese, che quella del libretto di lavoro era una formalità. Serviva, in caso di incidente grave (se “leggero” si restava a casa, semplicemente e senza reddito), a giustificare la presenza dell’infortunato dichiarando che “aveva preso servizio proprio quel giorno” e che “si stava proprio per inviare i documenti”. Tutti, ovviamente, comprese le ditte e le agenzie pubbliche che avrebbero dovuto vigilare, sapevano che non era così, ma questo era l’andazzo socialmente condiviso.I luoghi. Una sede era nella stradina (contrà Francesco Vecchio) che più avanti costeggia gli orti vescovili. Al secondo piano di un vecchio palazzo. Polveroso, trascurato, in qualche modo “decaduto”, ma da cui emanava comunque un senso di antica opulenza. Oggi lo definirei fatiscente, all’epoca mi appariva suggestivo, misterioso. Si entrava attraverso un portone con arco in pietra, si attraversava un cortile ricoperto di ghiaia e si saliva per una antica scala dai gradini consunti e resi lucidi dal tempo. Una porticina a vetri e si accedeva all’ufficio dove, oltre a un’impiegata, capitava di incontrare il “ragioniere”. Paffuto, malmesso – quasi trasandato – e con evidenti tratti da alcolizzato.
Recentemente ho transitato davanti al palazzo in questione, sottoposto a pesanti restauri. Non c’era la possibilità, nemmeno abusiva, di raggiungere il cortile e ho dovuto limitarmi a contemplarne la facciata e l’arco – d’epoca – di accesso. Ma nella foto sul cartellone che illustrava i lavori, gli appalti etc ho riconosciuto quelle antiche scale. Quelle che ricordavo buie e polverose, le due rampe (mai proseguito oltre il primo pianerottolo dove stava la presunta cooperativa) di scalini: lunghi, chiari e consumati sul bordo. Rampe “morbide” – nel senso di non ripide – se non ricordo male.Un’altra falsa “cooperativa” (con cui travagliai in seguito) era invece insediata in via San Biagio (di fronte al vecchio carcere).Si entrava direttamente dalla strada e anche qui, dietro un vetro offuscato, stazionava – direi perennamente – un’impiegata. Volto tirato, spesso irritata. Separata con figli, si diceva (all’epoca non era così abituale). Ma comunque con la sensazione che – in fondo, in fondo – fosse “dalla nostra parte”, comprendesse che il gioco era truccato. Vittima anche lei del meccanismo a cui aveva dovuto adattarsi.Quanto al ritrovo mattutino per ricevere le consegne, inizialmente era sotto le colonne dell’allora bar Summano. In Viale Mazzini, praticamente “a picco” sul Bacchiglione.Curioso. Lo avevo già frequentato (siamo, ricordo, tra la fine dei sessanta e i primi settanta) in occasione di alcune assemblee studentesche organizzate dalla FGCI vicentina . All’epoca: Francesco Lauricella poi in Autonomia, Lalla Trupia (futura parlamentare europea), Alberto Gallo ( il figlio del giurista e costituzionalista; uscito del PCI avrebbe fondato Direzione Operaia dalla breve esistenza), l’amico fraterno Giorgio Bordin, Tamborra detto Trap (in seguito funzionario del PCI ) e un certo Zip che invece andò nella Cooperazione internazionale…Ca va sans dire, nessuno di costoro – che io sappia almeno – ebbe mai modo di frequentare il luogo in qualità di apprendista facchino. Noblesse oblige!In seguito il raduno mattutino venne spostato in un’altro bar poco lontano, in viale Trento.Qui signoreggiava un certo Leonardi, un autentico “caporale”. Magro, di bassa statura, scattoso, spettava a lui decidere chi e dove andava a lavorare. Parecchi cercavano di ruffianarselooffrendo un bianchetto o un grappino (alle sei- sette del mattino) per non venir lasciati in disparte e dover tornarsene a casa senza lavoro e senza paga.Molto ambito un magazzino della Ferrero (soprannominato “il Paradiso” o anche “il Vaticano”) in cui si scaricavano solo scatole – leggere – di cioccolatini. E dove gli impiegati ti offrivano anche il caffè!
Niente male, mi pare, anche la ditta Meoni (trasporti internazionali) sulle rive del Retrone verso la Gogna (dove poi venne a insediarsi una concessionaria d’auto).

Tutto sommato era ambito anche il lavoro alla Ederle, nei frigoriferi. Freddo a parte (ma era un freddo secco e comunque venivamo attrezzati con tute complete di cappuccio, tipo esquimese), il lavoro non era pesante (sostanzialmente scatoloni di strawberrychicken). Inoltre in genere durava parecchi giorni, anche mesi; a mezzogiorno si mangiava alla mensa (self -service e “a gratis”) e nel pomeriggio ci si trasferiva al panificio per caricare i furgoni col pane e le brioches (anche per Aviano). Inoltre si staccava alle cinque del pomeriggio, ancora in tempo per una serata decente con i compagni o la morosa.
Per un periodo lavorai fianco a fianco con un reduce di guerra. Del Vietnam direte voi.
Macché, della guerra di Corea. Di poche parole, ma sempre corretto.
VENETA-PIOMBO, NON AVRAI IL MIO SCALPO…Tutta un’altra storia quella della Veneta-Piombo.
La strada per Alte Ceccato, attualmente una immensa periferia, all’epoca era ancora fiancheggiata da ampi spazi campestri . Era la stessa che avevamo percorso, con ben altro spirito, per le manifestazioni in quel di Arzignano (in bici nel dicembre 1968 e con la 500 di Alberto nel 1971, per la Pellizzari…).Al mattino presto (partenza prima delle sei) la ricordo sempre buia, oscura (doveva trattarsi del periodo autunnale e invernale). Talvolta, anche con la nebbia. Dritta, affiancata da maestosi alberi allineati come militi (platani, olmi siberiani…), sempre identica e uguale. Difficile capire a che punto ti trovavi, quanti chilometri rimanevano ancora da fare…Primo “segno di vita” (si fa per dire) il “BUUM”, una discoteca. A quel punto potevi cominciare a pensare che anche stavolta ce l’avresti fatta ad arrivare in tempo.Ogni volta si doveva prima passare alla FIAMM (sulla strada per Valdagno) per timbrare il cartellino – si fa per dire – e poi tornare indietro ad Alte. Quando insistevo per poter andare direttamente alla fonderia mi informarono – poco elegantemente – che se non mi andava bene così potevo anche andarmene in pianta stabile. Compresi – o almeno credetti di intuire – che non solo la cooperativa appaltava i suoi schiavi salariati, ma che esisteva anche un doppio livello, un ulteriore subappalto. Forse.
Le barre di piombo da scaricare erano pesanti – sui 50 o 60 chili – e soprattutto erano tante, autentiche camionate. Oltretutto il lavoro si svolgeva poco lontano dai forni dove venivano fuse (gli addetti avevano la maschera antigas, noi no) e dopo qualche giorno se ti soffiavi il naso usciva muco nero. Altro ricordo. Per un periodo (novembre-dicembre 1970 mi pare) condivisi l’attività con operaio anziano (non ricordo se in cassa integrazione, rimasto disoccupato o in pensione) con cui strinsi amicizia. Paternamente, visto che arrivavo sempre trafelato da Vicenza, mi propose di arrivare in bici solo fino a Montecchio, a casa sua e da qui proseguire con lui in macchina. Un’ottima cosa visto che così – tra andata e ritorno – recuperavo un’ora, un’ora e mezza e soprattutto risparmiavo energie. Qualche volta – piuttosto spesso direi – mi invitò a casa sua per la pausa- pranzo con la possibilità di sostituire il canonico panino portato da casa con la pastasciutta appena cucinata dalla moglie e un buon bicchiere di vino, entrambi molto apprezzati nella circostanza.
Ma – come dicevo – i ricordi sono spesso sfocati, scollegati, fluttuanti, altalenanti. Vanno e vengono. Per cui aspettatevi incisi e passi indietro.
Alla Domenichelli – per dirne una – toccavo con mano un ulteriore inasprimento dei rapporti sociali imperniati sulla gerarchia. Gerarchie che si riproducevano tra i subalterni calando dall’alto.
C’era allora (1970-1971 circa) un tipo grande e grosso che lavorava praticamente a tempo pieno (ma sempre in nero) e che si arrogava il compito di apostrofare (con termini come scansafatiche, lavativo…) e anche minacciare fisicamente chiunque a suo parere rallentava il ritmo di produzione.
A che pro doveva comportarsi così, visto che in fondo eravamo – o almeno così pensavo – nella stessa barca? Presumibilmente sperava di venir messo in regola, mi spiegava Claudio, compagno e studente-lavoratore con cui condivisi anche qualche trasloco all’Olimpico. Va anche detto che di tali aspiranti aguzzini, impegnati a compiacere el parona spese di altri lavoratori, negli anni ne ho conosciuti parecchi.
Ho accennato ai traslochi. Anche qui ricordi confusi.
I frigoriferi per esempio. Un incubo.Pesantissimi all’epoca, dovevano essere portati sulle spalle rigorosamente sempre da un solo facchino (diversamente dalle lavatrici che invece si afferravano in due).
Funzionava così. In due sollevavano il frigo e lo depositavano su un terzo rimasto in posizione, curvo. Si saliva con lo sguardo in terra, sia per la posizione che per non sbagliare gradino. Scale interminabili (ricordo palazzi di cinque-sei piani: a Mestre, Padova, Milano…) finché si arrivava al pianerottolo dove si sperava di intercettare altri due colleghiper l’operazione inversa, ossia il sollevamento del maledetto elettrodomestico dalle spalle doloranti del portatore. Se in quel momento non c’era nessuno disponibile si aspettava (imprecando sottovoce). Una volta con Claudio, mi pare a Milano, infilammo il frigo in un ascensore nuovo fiammante (cosa severamente vietata) e lo spedimmo al quinto piano, Apriti cielo! Era presente l’architetto (l’ingegnere?) che aveva progettato il condominio di lusso (mancavano ancora le rifiniture) e che cominciò a inveire contro di noi. Con Claudio prendemmo in considerazione la possibilità di farlo smettere in maniera sbrigativa, ma poi intervenne Gino, uno dei paroni(però soprannominato “il gigante buono” per la stazza e per il carattere d’oro) a prendere le nostre difese e la cosa non ebbe seguito.
Altro ricordo (questo sì sicuramente di Milano, ma in zona popolare). Approfittando della pausa-pranzo mi inoltrai per le strade circostanti avvolte in una nebbia fittissima. Capitai nei pressi di una scuola , un istituto professionale, con i muri ricoperti da centinaia – letteralmente- di scritte della sinistra rivoluzionaria dell’epoca (sia di Lotta continua che di Avanguardia operaia, qualcuna anarchica e perfino di misconosciuti comontisti…).
Azzardo. Poteva anche trattarsi – visto che eravamo da quelle parti – dell’ITIS di Sesto san Giovanni. Tornai al lavoro con la sensazione di lasciare qualcosa in sospeso, di dovermi separare irreparabilmente un brandello di Storia anche mia.
E poi un paio di avventurosi viaggi – sia per caricare che per scaricare, in occasioni diverse ovviamente – a Città di Castello. Partendo, come accadeva quando si doveva andare fuor di regione, verso le quattro del mattino. Arrivati sul piazzale dei camion, se all’andata il bilico era vuoto, tornavamo a dormire tra le coperte usate per proteggere i mobili durante il viaggio di ritorno. Chiusi dentro, visto che nell’abitacolo ci stavano – oltre agli autisti – soltanto un altro paio di altre persone. Senza pensare a che fine avremmo potuto fare in caso di incidente visto che si apriva solo dall’esterno. La cosa mi venne in mente quando, ritornando appunto da Città di Castello, ci si fermò su un viadotto per osservare il camion precipitato qualche giorno prima nel torrente a una cinquantina di metri laggiù in fondo.
Dopo una “pausa” di lavoro operaio in senso stretto (nelle innumerevoli piccole fabbriche e laboratori artigianali dell’indotto, ne ricordo una che lavorava per conto della Campagnolo) tornai – nel 1974 mi pare – a scaricare per un certo tempo. Doveva trattarsi sempre del periodo invernale. Andavo in moto e ricordo che si gelava. Oltre a un breve rientro nei frigoriferi della base, ci fu il trasferimento dal centro cittadino alla nuova sede di Torri di Quartesolo di un’intera banca (non dei capitali però, l’avrei notato). A parte i quintali di risme di materiale cartaceo, mi rimase in mente l’emblematico trasporto ai vari piani delle scrivanie per gli uffici dei dirigenti. Scrivanie sostanzialmente in serie, ma con qualche piccolo, insignificante ai miei occhi, segno di distinzione. Magari solo un filetto– un ritocco ? – appena accennato, variamente colorato, lungo il bordo della scrivania. Ma che in qualche modo rappresentava il grado di chi stava in poltrona. Capitò di portare al piano superiore (il quarto presumo) una scrivania destinata a quello inferiore (il terzo, sempre presumo).
Quando il funzionario scoprì l’involontario affronto andò in escandescenze. E naturalmente dovemmo riportare giù il pesante mobile per sostituirlo con quello adeguato. Roba da non credere.
Che poi ci si chiede perché uno sbanda a sinistra…
(continua…)
Gianni Sartori