(Gianni Sartori)

Già si sapeva che la situazione dei curdi rifugiati in Bashur (il Kurdistan “iracheno”) e provenienti dal Rojhilat (il Kurdistan sotto amministrazione iraniana) era tutto fuorché rosea. Al punto che alcuni di loro si erano immolati col fuoco per protestare contro la situazione di estrema precarietà e incertezza in cui sono costretti a vivere. Anche recentemente. Il 18 maggio Behaz Mahmoudi si era dato alle fiamme davanti alla sede dell’ONU a Erbil e la sua tragica fine era stata ripresa da numerose telecamere. A questo ora si aggiunge il rischio, almeno peri militanti più esposti, di venir eliminati fisicamente. Il caso più recente, di questi giorni, è quello di Musa Babacani. L’esponente del Partito democratico del Kurdistan-Iran (PDK-I) è stato ucciso a Erbil, presumibilmente per mano di agenti iraniani. Secondo Henhaw (Ong per la difesa dei Diritti umani) Teheran avrebbe inviato nel Bashur un gruppo speciale – una squadra della morte ? – per assassinare altri militanti curdi qui rifugiati. Ma cresce anche il sospetto di un possibile coinvolgimento, una complicità da parte delle autorità locali del Bashur (il Kurdistan del Sud, quello “iracheno”, relativamente autonomo). Ossia di altri curdi, in qualche modo complici, collaborazionisti…Il rapimento di Musa Babacani (a quanto sembra già oggetto di minacce da parte dei servizi di sicurezza iraniani) risaliva al 5 agosto e il suo cadavere, con evidenti segni di tortura, è stato ritrovato il giorno 7 agosto nella stanza di un albergo di Erbil. Originario di Kirmasan, si era integrato nel PDK-I all’età di 18 anni e in seguito aveva fatto parte del comitato centrale del partito. Meno di un mese fa, il 14 luglio, un altro curdo registrato come richiedente asilo in Bashur era stato assassinato. Behrouz Rahimi, originario di Sanandaj era conosciuto come membro del PJAK (Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê) e militante ecologista. Anche nel suo caso si sospetta si sia trattato di un’operazione di “guerra sporca” condotta da agenti iraniani. L’imboscata contro Rahimi era avvenuta nella città di Sulaimaniyah mentre si recava al lavoro. Una telecamera ha registrato le immagini di una BMW con i vetri oscurati e senza contrassegni da cui vengono esplosi numerosi colpi di arma da fuoco contro il rifugiato. Trasportato all’ospedale, Rahimi è deceduto per le gravi ferite riportate. Stando alle dichiarazioni della moglie, Eye Zoleykha Nasseri,  Rahimi aveva rifiutato le proposte degli agenti iraniani di collaborare con loro come infiltrato. Una vicenda con risvolti analoghi a quella di Eghbal Moradi, militante curdo e padre del prigioniero politico Zanyar Moradi (poi giustiziato in carcere), ucciso in circostanze mai chiarite nel luglio del 2018 a Paniwen. Senza dimenticare la drammatica vicenda di Mustafa Salimi. Dopo essere evaso da un carcere iraniano aveva chiesto asilo politico in Bashur, ma era stato riconsegnato all’Iran e qui giustiziato. Da parte sua il PJAK con un comunicato ha condannato l’Iran in quanto “responsabile dell’assassinio di Moradi e Rahimi” invitando le autorità della regione del Kurdistan a “prendere posizione contro gli atti terroristici del regime di occupazione iraniano e dei suoi collaborazionisti curdi portando davanti alla giustizia gli assassini dei due compagni”. Sarebbero ormai centinaia i curdi fuggiti dal Rojhilat per la repressione e uccisi o sequestrati in Bashur negli ultimi 30 anni. Gianni Sartori