(Gianni Sartori)

Padre Stan Slas Lurd Swamy era nato nel 1937 a Tiruchirapalli nel Tamil Nadu. La sua morte all’ età di 84 anni per infarto – risale al 5 luglio. Vittima predestinata dell’intransigenza – cieca, stupida, crudele e ostinata – dell’apparato burocratico-militare-industriale al potere.
Dal 28 maggio si trovava nell’ospedale Holy Family di Bandra (Mumbai). Malato di Parkinson, nemmeno in grado
di mangiare, bere (aveva chiesto invano che gli venisse fornita una tazza con cannuccia; “concessa” soltanto dopo
mesi di una vasta mobilitazione popolare) e lavarsi da solo, era rimasto anche contagiato dal Covid 19.
Veniva imprigionato lo scorso ottobre con altri quindici coimputati per presunto “terrorismo”, ma senza alcuna
prova concreta. Pare anzi che una squadra specializzata avesse inserito file incriminanti nel computer di uno degli
altri arrestati. Padre Stan Swamy costituisce l’ennesimo soggetto scomodo tolto di mezzo – un autentico “omicidio
giudiziario pianificato” – grazie a una legislazione ad hoc (“Legge per la prevenzione delle attività illecite”) per
imbavagliare, soffocare il dissenso antigovernativo e reprimere le minoranze (dalit, adivasi, contadini poveri…).
Soprattutto quando nella difesa dei loro diritti e dei loro territori ancestrali si scontrano con gli interessi, i profitti (e idevastanti progetti estrattivi nelle aree tribali) delle società minerarie e delle multinazionali.

Figlio di contadini, aveva studiato sia a Manila che a Bruxelles e lavorato dal 1975 al 1986 a Bangalore come direttore dell’Indian Social Institute. Recatosi nello Jharkhand nel 1991, vi fondò il Bagaicha (Centro di formazione per piantagioni e ricerca sociale) operando in difesa delle comunità tribali, dei dalit e degli oppressi dell’India.

Con un comunicato stampa (“un umile omaggio rivoluzionario”) il Comitato centrale del PCI (maoista) ha voluto ricordare la tragica fine di questo eroico sacerdote gesuita.
I maoisti definiscono la sua perdita come “incolmabile” e si augurano che i membri del Bagaicha che Stan Swamy
gestiva “si dedichino alla realizzazione dei suoi ideali”.
Ideali, sottolineano, ispirati a quelli “degli eroi tribali del popolo Birsa Munda, Tilak Maijhi, Siddho-Kanho che
rappresentavano i diritti del popolo tribale nella foresta. Ha costruito le loro colonne commemorative opponendosi
all’accaparramento delle terre del popolo tribale da parte dei governi centrale e statali per la costruzione di mega dighe, miniere e città in nome dello sviluppo e combatté per la loro causa. Perciò il popolo tribale lo amava molto, lo rispettava e lo seguiva. Le classi oppresse e le comunità sociali speciali del paese hanno perso un attivista altruista”.
Padre Stan Swamy, lo ricordano sempre i maoisti indiani, lavorava come coordinatore della Ppsc, un’organizzazione
per il rilascio su cauzione e un processo rapido in difesa soprattutto di dalit e adivasi sottoposti a false accuse per
impedirne l’attività politica e sociale. Per questo il gesuita aveva incontrato oltre tremila tribali imprigionati e aveva
scritto un libro in cui sosteneva che il 97% di loro era stato arrestato con accuse false.
Anche per questo, agli occhi dei Dipartimenti centrali di vigilanza come la NIA (National Investigation Agency) la sua
opera era divenuta intollerabile. E potrebbe spiegare l’origine del “caso Bheema Koregaon”, una presunta cospirazione – mai dimostrata – per uccidere Narendra Modi, il Primo Ministro. Oltre a Stan Swamy e ovviamente a qualche membro del PCI (maoista), per tali accuse vennero arrestati accademici, avvocati, scrittori, attivisti per i diritti umani, esponenti dell’opposizione. Tutti in qualche modo schierati a fianco delle popolazioni tribali.
Già pesantemente indagato, interrogato e sottoposto a perquisizioni, nell’agosto 2018 padre Stan Swamy aveva rilasciato una dichiarazione in cui prevedeva il suo arresto e definiva, dando ampia dimostrazione, le accuse a lui rivolte
come “infondate”. Nei suoi confronti non venne nemmeno applicata la norma che ne avrebbe consentito la
scarcerazione su cauzione, nonostante fosse ormai evidente che le sue condizioni peggioravano a causa della detenzione (fino all’arresto era autonomo, autosufficiente). Oltretutto non veniva nemmeno curato con medicine
adeguate. Recentemente, a chi si preoccupava per la sua situazione, aveva scritto: “I miei amici e sostenitori potrebbero stare male visto che sono in prigione. Ma ho visto persone molto povere che non sanno nemmeno perché sono in prigione da molto tempo. Nessuno si preoccupa di loro”. Altruista, generoso fino alla fine.
A conclusione del loro comunicato, i maoisti indiani ricorda che “lottare per richiedere il ritiro del caso Bheema
Koregaon e l’immediata liberazione di tutti gli attivisti politici sociali arrestati e incarcerati sarà il vero omaggio a padre
Stan Swamy. Il nostro partito si appella a scrittori, artisti, cantanti, sostenitori, giornalisti, democratici e patrioti
affinché vadano avanti per sconfiggere le forze brahmaniche hindutwa che sono alla base del sistema semicoloniale e semi-feudale e lo preservano, cioè il principale nemico per i popoli del mondo e che gli imperialisti portano avanti per continuare il loro sfruttamento riducendo al minimo i diritti civili e democratici nel paese”.

Gianni Sartori