di Antonio Mazzeo*

Pagine Esteri, 9 giugno 2021 -Unità navali ed elicotteri della Marina militare italiana a “difesa” dei pozzi petroliferi dell’ENI e dei mercantili delle grandi compagnie armatoriali. Dallo scorso anno il sistema Italia fa le cose in grande anche nel Golfo di Guinea, in Africa occidentale, nelle acque prospicienti la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria e l’Angola. Con il decreto di finanziamento delle missioni internazionali, nel luglio 2020 il Parlamento ha dato il via al pattugliamento del Golfo in funzione “anti-pirateria”, a salvaguardia dei crescenti investimenti finanziari nell’area da parte dell’holding energetica a capitale statale e di alcuni gruppi privati. Lo Stato Maggiore della Marina l’ha denominata Operazione Gabinia dalla “legge romana approvata nel 67 a.C. che concesse a Pompeo Magno i più ampi poteri possibili per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni rendevano insicuro il Mediterraneo e le sue coste”.(1) Una dotta reminescenza storica degli ammiragli alla guida delle forze navali dell’Italia repubblicana, forse nostalgici dello strapotere che il Senato dell’antica Roma concesse al generale-condottiero in barba al diritto: massima libertà operativa nel Mare Nostrum e finanche nella terra ferma sino a 50 miglia di distanza dalle coste con un’invincibile armata di 500 navi, 5.000 cavalieri e 120.000 fanti. Opportuno annotare – come ricordano gli storici – che l’approvazione della legge Gabinia “anti-pirati” segnò una tappa fondamentale nel collasso della Repubblica romana e nella fondazione dell’Impero con i sovrani padri-padroni dello Stato.

Nel testo approvato dal Parlamento, la nuova missione militare è inserita nel capitolo riservato al Potenziamento dei dispositivi nazionali e della NATO (scheda 38- bis/2020). “E’ autorizzato l’impiego di un dispositivo aeronavale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea per fronteggiare le esigenze di prevenzione e contrasto della pirateria e delle rapine a mano armata in mare”, riporta il dispositivo. “Esso ha l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’area, con particolare riferimento alle acque prospicienti la Nigeria. In particolare è previsto lo svolgimento dei seguenti compiti: proteggere gli asset estrattivi dell’ENI presenti in Nigeria e in Ghana; supportare il naviglio mercantile nazionale in transito nell’area; rafforzare la cooperazione, il coordinamento e l’interoperabilità con la Nigeria e gli altri Stati rivieraschi; garantire una presenza e sorveglianza non continuativa, con compiti di Naval Diplomacy”. Niente giri di parole e nessuna ipocrisia, dunque. Si va nelle acque dell’Africa occidentale per il petrolio, il gas e per gli interessi degli armatori, non c’è peace keeping o esportazione di democrazia, almeno stavolta. Per l’Operazione Gabinia c’è stato l’ok per schierare sino a 400 militari, due mezzi navali e due aerei. La tranche di spesa autorizzata per i primi quattro mesi di missione è pari a 9.810.838 euro. (2)

“Il Golfo di Guinea è da alcuni anni il punto focale della pirateria africana, che ha drasticamente aumentato i suoi attacchi alle imbarcazioni e agli equipaggi in transito”, riporta la scheda allegata al decreto autorizzativo. “Nel 2019 il numero di marinai presi in ostaggio al largo delle coste dell’Africa occidentale è aumentato di più del 50%. Secondo i dati resi noti dal Rapporto annuale sulla pirateria pubblicato dall’International Maritime Bureau, i membri degli equipaggi presi in ostaggio durante l’attraversamento del Golfo sono saliti da 78 nel 2018, a 121 nel 2019, una cifra che rappresenta più del 90% dei sequestri registrati in mare in tutto il mondo. Ciò ha seriamente compromesso il traffico commerciale internazionale e inflitto pesanti costi economici alla regione”. Sempre secondo l’IMB, sommando il valore dei riscatti, l’incremento dei premi assicurativi e i danni all’indotto commerciale a causa di ritardi, perdite e danneggiamenti, tra il 2018 e il 2020 la pirateria sarebbe costata ai Paesi del Golfo di Guinea una cifra che oscilla tra i 2 e i 3.5 miliardi di dollari.

Ragioni sufficienti perché l’Italia, primo paese dell’Unione europea, assuma l’onere e i rischi di trasferire in pianta stabile una fregata multimissione e i reparti d’assalto della Marina? Qualche spiegazione in più sulle reali motivazioni delle classi politiche ed economiche dirigenti è offerta da un report sull’insicurezza nel Golfo di Guinea, pubblicato nel febbraio 2021 dall’Osservatorio di Politica internazionale, istituto promosso dal Parlamento, dal Ministero degli Affari esteri e dal Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali di Roma. “Per quanto riguarda il settore energetico, il Golfo di Guinea ospita due tra i maggiori esportatori di petrolio africani, la Nigeria (circa 2 milioni di barili al giorno) e l’Angola (1,5 milioni di barili) e produce il 27% del greggio continentale e il 4% di quello mondiale”, scrivono i ricercatori dell’Osservatorio Marco Di Liddo e Paolo Crippa. “Nel complesso, l’output regionale costituisce il 13% dell’import di greggio e il 6% dell’import di gas dell’Europa e rappresenta uno dei maggiori bacini di opportunità per le principali major internazionali, tra cui Total, ExxonMobil, Shell, ENI e China National Petroleum Corporation”.

Ingenti gli interessi italiani in quest’area strategica del continente africano. “Il nostro Paese importa il 18% di petrolio dai Paesi africani di cui quasi la metà da quelli del Golfo di Guinea (tra gli altri Nigeria 2.5%, Angola 1.4% e Camerun 1%)”, aggiunge l’Osservatorio. “L’ENI è attiva in Nigeria (23 milioni di barili di produzione all’anno), Angola (37 milioni di barili), Congo Brazzaville (22 milioni), Ghana (9 milioni), Gabon (4.107 Kmq in concessione esplorativa) e Costa d’Avorio (altri 4.921 Kmq in concessione). Inoltre, la società italiana è impegnata nell’estrazione e nello sviluppo dei futuri giacimenti gasiferi in tutto il golfo. Sotto il profilo commerciale, il volume di interscambio tra l’Italia e l’Africa nel 2019 è stato di 19.5 miliardi di euro, pari al 4.3% del totale degli scambi commerciali l’Italia e il resto del mondo, un terzo del quale ha coinvolto i Paesi del Golfo di Guinea. Gli investimenti italiani nel continente sono stati di 9.8 miliardi di euro, concentrati regionalmente verso la Nigeria (1.3 miliardi), la Costa d’Avorio e la Repubblica Democratica del Congo (entrambi poco sotto il miliardo). Questo ha reso il nostro Paese il maggior investitore europeo in Africa nel 2019. Una menzione speciale merita anche il mercato ittico, le cui importazioni dal Golfo di Guinea sono in costante aumento: nel 2018, l’Italia importava il 13% degli stock di tonno e palamita (pari a 13.000 tonnellate) dalla Costa d’Avorio e dal Ghana”.

Ovvio dunque che il governo si è dimostrato sempre più sensibile alle richieste di “sicurezza e stabilità” delle acque del Golfo, fatte dai maggiori gruppi finanziari; inoltre la presenza di unità da guerra con i più moderni e sofisticati sistemi d’arma e di controllo è un’ottima vetrina dei prodotti del complesso militar-industriale nazionale (Leonardo e Fincantieri in primis) e ciò apre le rotte verso nuovi mercati. “La proiezione del nostro Paese non va interpretata in un mero senso militare, quanto piuttosto come la promozione delle nostre eccellenze all’estero e come il volano per l’intensificazione delle relazioni politiche ed economiche con un continente in crescita e denso di opportunità”, annota in conclusione l’Osservatorio Parlamento-MAE-Ce.S.I.. “Le missioni militari nazionali, oltre ad adempiere ai loro obbiettivi securitari, rappresentano uno strumento suppletivo di diplomazia anche in un’ottica di promozione presso i Paesi africani delle eccellenze della Difesa sia come capacità operativa che come cantieristica navale (…) La possibile cooperazione con gli Stati africani per attività di training e mentoring potrebbe, infatti, aprire preziosi canali di dialogo, che possono spaziare dalla sicurezza portuale alle infrastrutture, dall’energia alla fornitura di naviglio d’altura realizzato dall’industria nazionale o dismesso dalla nostra Forza Armata. Oggi il nostro Paese ha all’attivo accordi di cooperazione in materia di Difesa con Congo, Benin, Ghana, Nigeria e Costa d’Avorio…”. (3)

Punto si svolta per l’interventismo diplomatico-militare italiano nelle acque dell’Africa occidentale è stato l’incontro del Gruppo G7 + Amici del Golfo di Guinea (oltre 120 partecipanti di una quarantina di Paesi, organizzazioni regionali, non governative e aziende), tenutosi a Roma il 26 e 27 giugno 2017 in occasione della Presidenza italiana del G7. All’ordine del giorno proprio la sicurezza della navigazione nel Golfo, “oggetto di frequenti attacchi di pirateria e di altri crimini in mare, tra cui il traffico di droga e di esseri umani, la pesca illegale e l’inquinamento indiscriminato”, si legge nella nota finale del summit. In quell’occasione, l’allora sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi (già generale ed ex sottocapo dello Stato Maggiore dell’Esercito) assicurava i partner africani che l’Italia si sarebbe “impegnata per l’affermazione di condizioni di stabilità nella regione”, contribuendo con altri donatori internazionali “al rafforzamento delle capacità delle pubbliche amministrazioni nazionali in tutti i settori della gestione del mare: dalle funzioni della guardia costiera, alla condivisione delle informazioni sul traffico marittimo, alle riforme del settore giudiziario e investigativo”. (4)

Per la prima missione della Marina si dovrà attendere però l’estate del 2018: l’invio del cacciatorpediniere lanciamissili “Durand de la Penne” per pattugliare l’area del Golfo ed effettuare soste tecniche ed interscambio in Senegal, Ghana e Nigeria. L’anno successivo un Mobile Training Team della Brigata Marina “San Marco” partecipava ad un’esercitazione aeronavale guidata da US Africom, il comando  per le operazioni delle forze armate statunitensi nel continente africano (Obangame 18) e, contestualmente, un ufficiale della Marina italiana s’imbarcava sull’unità di trasporto veloce “Carson City” di US Navy, in qualità di responsabile dell’addestramento dei team di abbordaggio, ricerca e soccorso delle Marine dei paesi rivieraschi. (5) Il 10 marzo 2020 prendeva invece il via l’Operazione Gabinia con la fregata missilistica FREMM “Luigi Rizzo”, con base logistica di supporto ad Accra, in Ghana. La “Rizzo” si esercitava per un mese con le unità delle Marine del Golfo e dei Paesi occidentali impegnati in missioni di media-lunga durata nella regione (Stati Uniti d’America, Francia, Spagna e Portogallo). Inoltre conduceva un’attività formativo-addestrativa con la motonave “Grande Dakar” del Gruppo di navigazione Grimaldi, in collaborazione con la Confederazione Italiana Armatori. (6)

Il secondo periodo di Gabinia si è svolto invece dal settembre al dicembre 2020, protagonista la fregata FREMM “Federico Martinengo” con base logistica ancora ad Accra e a Pointe-Noire (Congo). Anche stavolta l’unità da guerra alternava i pattugliamenti delle acque del Golfo con le esercitazioni con le Marine africane. Tra il 5 e l’8 ottobre, la “Martinengo” prendeva parte ad importanti war games (Exercise Grand Africa Nemo 2020) insieme a US Navy, Marine National francese e alle Marine da guerra di Brasile, Togo, Benin e Nigeria. Prima di rientrare in patria, la fregata missilistica conduceva due esercitazioni “antipirateria” civile-militare in concorso con le associazioni dell’armatoria italiana Confitarma ed Assarmatori (coinvolti il tanker “Enrico Fermi” e la porta-container “MSC Augusta”), nonché un’esercitazione sviluppata con un’installazione off-shore gestita da ENI in Nigeria. (7)

La terza tappa dell’Operazione Gabinia ha preso il via il 23 febbraio 2021 e prosegue sino ad oggi. Nelle acque del Golfo è tornata ad operare la FREMM “Luigi Rizzo” in sempre più stretta cooperazione (o subalternità?) con le unità della Marina USA ed il Comando di US Africom. Nei primi giorni di marzo, mentre era in transito al largo delle coste del Marocco, la “Rizzo” è stata “accolta” dal Carrier Strike Group statunitense composto dalla portaerei a propulsione nucleare “USS Dwight Eisenhower”, dal cacciatorpediniere “Mitscher” e dall’incrociatore “Monterey”. “Con le unità USA è stato portato a termine un addestramento congiunto che ha visto le operazioni di volo di circa 20 caccia F/A-18E Super Hornet  della portaerei a stelle e strisce e di due elicotteri SH-90 imbarcati sulla FREMM italiana”, riporta la nota dell’ufficio stampa della Marina. (8) Nelle acque del Golfo, l’11 marzo, la fregata “Rizzo” ha simulato un’azione di abbordaggio con l’unità mobile di spedizione navale “Hershel Woody Williams” di US Navy, mentre dieci giorni più tardi, su richiesta del Comando della Sesta Flotta statunitense di stanza a Napoli, ha fornito il supporto d’intelligence alla porta-elicotteri anfibia “Dixmude” della Marina francese, impegnata in un controllo della nave cargo “Najlan” in cui sarebbero state rinvenute più di 6 tonnellate di cocaina.

A fine marzo la fregata italiana ha partecipato alla maxi-esercitazione aeronavale Obangame Express 2021 sotto comando di US AFRICOM, congiuntamente a 20 partner africani (Angola, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Capo Verde, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bassau, Guinea Equatoriale, Liberia, Marocco, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Repubblica Democratica di São Tomé e Príncipe). L’1 e 2 aprile, la “Luigi Rizzo” si è invece addestrata nelle acque del Ghana con alcune unità di Francia, Spagna e Portogallo (European Maritime Security 21 – Euromarsec).

Gli ultimi due mesi sono stati dedicati alle esercitazioni anti-pirateria con i grandi gruppi armatoriali e le società petrolifere italiane. La prima si è svolta il 10 maggio con la motonave “Grande Cotonou” del Gruppo Grimaldi; la seconda, una settimana dopo, con l’unità di perforazione petrolifera “ENI-SAIPEM 10000” impegnata nell’esplorazione del sottosuolo marino a largo delle coste del Ghana. “In quest’ultimo caso è stato  simulato un tentativo di sequestro dell’unità petrolifera da parte di un gruppo di pirati, prontamente respinto con l’incursione di un team specializzato della Brigata Marina San Marco”, spiega la Difesa. “Si è trattato, dunque, di una delicata attività per l’intero comparto energetico nazionale, con inevitabili riflessi anche sull’economia europea”. (9)

L’ultimo addestramento anti-terrorismo è stato svolto dalla FREMM “Rizzo” il 6 giugno scorso a poche miglia nautiche dal Delta del Niger (Nigeria), ancora una volta in cooperazione con l’ENI che è impegnata nella fragile e conflittuale regione in attività esplorative e di estrazione petrolifera. All’esercitazione, oltre agli elicotteri SH-90 e a un team di pronto intervento della “San Marco”, hanno partecipato gli specialisti del  Comando Subacquei e Incursori – COMSUBIN di La Spezia. (10) Per il secondo semestre 2021, c’è da star certi, Gabinia vedrà la presenza di una fregata in pianta stabile nel Golfo e ancora più carta bianca per le campagne d’oltremare delle forze armate tricolori.

*Antonio Mazzeo è un giornalista ecopacifista e antimilitarista che scrive della militarizzazione del territorio e della tutela dei diritti umani. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Del 2010 è il suo I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina (Edizioni Alegre).

Note:

Si legga pure:

https://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/Pubblicazioni/ricerche/Pagine/GolfodiGuine.aspx