Ripubblichiamo un articolo uscito sul sito dei compagni del PCL, che riguarda l’impresentabile “rossobruno” (col rosso sempre più stinto) ex cossuttiano governativo filo-prodiano, ora filo-coreano, Marco Rizzo. Non ci occuperemmo di lui, vista l’inconsistenza politica del personaggio, se non fosse per il fatto che gode di una relativa, immeritata fama, grazie al corteggiamento della stampa borghese, soprattutto quella più reazionaria. D’altra parte come biasimarli? Quale occasione migliore per avere un “comunista” perfetto che dimostri ai loro elettori che “comunismo” e stalinismo (nella versione peggiore, tra l’altro) sono tutt’uno? E siamo preoccupati che, in questi tempi così confusi e con la destra in piena espansione, ci sia qualche compagno ingenuo e/o inesperto che si faccia attirare dalle sirene del suo pseudocomunismo, tutto chiacchiere e distintivo.

12 Maggio 2021

Anche sul ddl Zan, Rizzo non si smentisce e sa da che parte stare: ancora una volta, come sempre, con la destra e i reazionari di tutti i tipi, con le loro idee e i loro argomenti

Il 10 maggio Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.
L’ospitalità non è casuale: le posizioni di Rizzo sui diritti civili sono le stesse posizioni della destra più reazionaria, col vantaggio di essere espresse “da sinistra”. Un boccone ghiotto per la stampa misogina e bigotta.

L’intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» Domanda scontata. Non la risposta. «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola.»

Attribuire al ’68 e all’«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili? Proprio l’esperienza degli anni ’70 dimostra l’opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all’aborto, più in generale dei diritti delle donne. Cosa dimostra questo se non che l’avanzata del movimento operaio porta con sé l’avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?
La controprova a negativo è stata l’esperienza dei decenni successivi, quando l’arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni ’70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti degli omosessuali. Quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità. Quelle benedette dalla Conferenza Episcopale e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (già conosciuta come Santa Inquisizione). È la compagnia che oggi Rizzo si sceglie e che gli dà spazio.

Il problema è che “il comunista” Rizzo fa propri esattamente gli argomenti della reazione. Non è che li contrasta insufficientemente, è che li assume in proprio.

«L’ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. […] La definizione del sesso. Mi sveglio una mattina e decido che sono una donna, e posso usufruire delle quote rosa? […] Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere “indirizzato” a darmi lo smalto sulle unghie».

Ora, noi non sappiamo se la riduzione dell’identità di genere al capriccioso risveglio di un mattino sia più prodotto dell’ignoranza o del cinismo o di entrambe le cose. Sappiamo invece che gli argomenti di Rizzo sono gli stessi con cui il governo reazionario polacco o il regime di Orban in Ungheria si oppongono ai diritti degli omosessuali e dei transessuali. Anche Orban rappresenta i diritti delle minoranze come insidia all’identità sessuale dell’uomo e della donna, quindi alla “famiglia naturale”. Non sono dunque le unghie di Rizzo ad essere insidiate dallo smalto, è Rizzo ad essere ormai intriso di cultura misogina ed omofoba.

«Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?» chiede l’intervistatore.
«È un’ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Dunque, stando alla logica proposta, una coppia convivente di omosessuali o di lesbiche, o a maggior ragione un matrimonio tra persone dello stesso sesso, sarebbe un colpo al mercato capitalistico? È vano cercare una logica razionale in queste farneticazioni.
In una società capitalista il profitto cerca ovunque uno spazio di mercato, nella vita dei single come delle coppie conviventi come della famiglia tradizionale. Semmai ciò che oggi inquieta il mercato è la riduzione del tasso di natalità, connesso anche alla crisi capitalistica e alla crisi della famiglia. Le campagne per gli assegni familiari o i bonus bebè sono nel segno della celebrazione della famiglia, non dei single, e non solo in Italia. Del resto una società che scarica sul privato di casa la riproduzione della forza lavoro scarica sulla famiglia, cioè sulla donna, il peso della schiavitù domestica, in cambio di qualche obolo.
La ragione vera per cui si negano i diritti degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, sta nel fatto che non rientrano nel modello della famiglia patriarcale, quella prediletta dal capitale, dalla Chiesa e da Marco Rizzo. Che in realtà scopiazza Diego Fusaro.

«Sta dicendo che le battaglie contro la discriminazione sessuale rispondono a una strategia di marketing?» chiede l’intervistatore sempre più incoraggiato dalle parole dell’intervistato.
Rizzo risponde sicuro: «Anche e soprattutto. Vogliamo dirla tutta? Io da giovane usavo una crema cosmetica per tutto il corpo, adesso ho amici che hanno quella per le rughe, il copriocchiaie, quella per le mani e quella per i piedi e via di seguito. La confusione sessuale di oggi risponde a una precisa logica di mercato, prima ancora che ideologica».

Ora, noi non vogliamo occuparci delle creme di Rizzo o dei suoi amici. Ma a prescindere da ogni altra considerazione, per quale ragione riconoscere i diritti di sesso e di genere contro le discriminazioni moltiplicherebbe… la tipologie delle creme? Non c’è alcun nesso logico, come chiunque può capire. La verità è che Rizzo sente insidiata la natura del vero maschio, possibilmente alfa, quello che come lui tirava di boxe e si vanta di essere uno sciupafemmine. Insidiata da cosa? Dalla «confusione sessuale», lo spettro che agita il sonno di tutti i bigotti in ogni tempo.

L’intervista si conclude con la denuncia della «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell’Italia» impedendole di acquistare il vaccino Sputnik di Putin e di debellare il Covid. Del resto chi più di Putin può meglio incarnare la difesa dei valori della famiglia cristiana contro la «confusione sessuale» dell’Occidente?

In conclusione. Nella tradizione leninista la classe operaia deve porsi alla testa delle ragioni di tutti gli oppressi, come mostrò la Rivoluzione d’ottobre che riconobbe i diritti degli omosessuali e dei transessuali, poi tramutati in crimini da Stalin nel 1933, con tanto di condanne ai gulag e ai lavori forzati. In Rizzo l’eredità stalinista vive non più come tragedia ma come farsa. L’unica vera tragedia è che nella «confusione» generale vi sia chi scambia Rizzo per un comunista.