Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): 248 miliardi di euro, 18,5 miliardi alla sanità, da qui al 2026 (più 2,9 miliardi del fondo complementare). Un’operazione finanziaria di proporzioni inedite, evocata come risposta eccezionale ad una eccezionale pandemia e alla drammatica crisi del sistema sanitario che essa ha rivelato e aggravato, destina alla sanità la quota minore della ripartizione dei fondi. 
Il progetto originario del ministro Speranza, nel precedente governo, aveva promesso per la sanità un investimento di 65 miliardi aggiuntivi. Ora, a parità di ministro, siamo a meno di un terzo. Una cifra irrisoria, per di più spalmata in cinque anni, da qui al 2026. 
Per dare la misura, il solo investimento necessario nelle terapie intensive, in termini di mezzi, personale, strutture, richiederebbe 12 miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria. Da solo, oltre il 50% del volume di risorse indicato. Le solenni promesse sul “rilancio della medicina territoriale”, assunzioni di personale sanitario, nuovi piani pandemici.. sono destinate a restare chiacchiere vuote. 
“Nulla sarà come prima” si prometteva un anno fa con aria compunta e solenne. Tutto è e resterà come prima, nella condizione materiale del servizio sanitario reale. 

Questo primo dato, evidente a occhio nudo, offre la chiave di lettura dell’intero Recovery Plan dal punto di vista sociale. Un grande travaso di risorse pubbliche nelle tasche degli azionisti, delle imprese e delle banche. Un travaso diretto e indiretto. In forma di finanziamento e incentivi (digitalizzazione e “transizione ecologica”), di liberalizzazioni di mercato (concorrenza e appalti), di riduzione dei controlli su ambiente e corruzione (“semplificazioni”). Insomma, produrre di più e più in fretta senza il condizionamento di lacci e lacciuoli. 
Non a caso Confindustria e Associazione Nazionale dei Costruttori si sono affrettate a benedire il tutto, e semmai di esplicitare ancor meglio la partnership tra pubblico e privato, quella per cui lo Stato ci mette i soldi e le imprese incassano i profitti, come peraltro avviene da decenni. 
La novità sta nel nuovo concentrato di risorse di provenienza europea. Un investimento nella modernizzazione capitalista finalizzato a potenziare la capacità competitiva della borghesia italiana, sul terreno continentale e mondiale. Un investimento nella produttività di sistema, dove il capitale tricolore registra i maggiori ritardi rispetto ai capitalismi concorrenti. 
Quanto alla retorica della “rivoluzione verde” è sufficiente un dato: per il riassetto idrogeologico del territorio il PNRR stanzia 2,5 miliardi in cinque anni: il nulla. Questo in un paese esposto a terremoti, inondazioni, frane, dove il solo riassetto del territorio dovrebbe rappresentare il primo grande cantiere nazionale. Parallelamente l’investimento sull’idrogeno reclamizzato dal piano si tramuta in un imponente beneficio per ENI, la principale azienda petrolifera nazionale. 

Non è un caso se la Borsa festeggia. Le quotazioni azionarie di costruzioni, TLC, energia spiccano il volo. L’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili calcola che il proprio comparto possa giovarsi di complessivi 113 miliardi, ossia il 51% del totale delle risorse previste dal piano, una grande colata di cemento. Telecom registra la migliore performance azionaria del 2021 con un incremento del 16,32% solo nei primi mesi dell’anno. L’intero settore energetico (ENI, Falck Renewables, Alerion, ENEL, Terna, ENI e SNAM) prevede ritorni da favola per i propri utili e patrimoni. ENI da sola li ha incrementati del 18,18% nel primo trimestre 2021. 

Chi paga questo immane travaso di risorse a favore delle imprese? Questa è una domanda cruciale. Tutta l’operazione è a debito. Lo è sul versante del Recovery Plan: 191 miliardi e rotti ricavati dalla vendita di titoli europei sul mercato finanziario, da ripagare coi relativi interessi da parte di tutti i paesi dell’UE. Soldi presi a prestito dal capitale finanziario, da ripagare al capitale finanziario. Anche la quota minore del ricavato continentale redistribuita ai diversi paesi come fondo perduto è presa a prestito dall’Unione Europea, ed è dunque a carico del bilancio comunitario. Lo stesso vale a maggior ragione per i piani finanziari complementari varati dai diversi stati nazionali. 
Il debito sarà scaricato sull’erario pubblico, quindi a parità di condizioni sui lavoratori salariati, che reggono sulle proprie spalle il grosso del carico fiscale. 
La riforma del fisco, tra le raccomandazioni dell’UE, è affidata a una legge delega da presentare entro luglio. Ma tra tutte le anticipazioni ufficiose non ve ne è una che alluda ad una maggiore tassazione dei profitti. Negli Usa la gigantesca mole di miliardi versata da Biden ai capitalisti è in parte caricata sull’aumento (modesto) delle aliquote fiscali sul capitale. L’operazione è complessivamente a vantaggio dei capitalisti, ma questi ultimi sono chiamati a contribuire. In Europa e in Italia i capitalisti non ci mettono un euro, incassano e basta. Mentre i salariati saranno chiamati a pagare. 

E non si tratterà solamente di sacrifici fiscali; lo si deduce dal Def che accompagna il Recovery. Nonostante il Patto di stabilità sia sospeso per il 2021 e il 2022, il Def varato da Draghi prospetta nei tre anni a venire una forte riduzione del deficit di bilancio, più forte di quella prospettata da Conte. Conte prospettava una evoluzione del deficit dal 10,8% al 3% da qui al 2023. In termini di deficit strutturale sul Pil si prefigurava una riduzione del 2,9% (dal 6,4% al 3,5% di Pil, quasi 60 miliardi di euro). Draghi è ancor più radicale, prospetta un’evoluzione del deficit da 11,8% del 2020 al 3,4% nel 2024. Nel solo anno prossimo si passerà da 11,8% al 5,9% (3,9% in termini di deficit strutturale). 
In altri termini l’ulteriore impennata del debito pubblico italiano, dovuta alle elargizioni ai capitalisti e alla recessione pandemica, viene compensata e affrontata con una stretta progressiva di bilancio già a partire dal 2022, nonostante la sospensione del Fiscal Compact.

È ciò che Draghi garantisce al capitale finanziario europeo in cambio del Recovery Fund. 
Non è un caso che la borghesia italiana voglia che Draghi completi la legislatura, così potrebbe essere lui a negoziare le nuove regole di bilancio della UE, e a caricarsi sul groppone l’avvio della prossima stagione di austerità a partire dal 2023, a carico di sanità, pensioni, lavoro, istruzione. 

Ma il quadro politico di unità nazionale reggerebbe un simile passaggio? Draghi avrà voglia di gestire in prima persona l’austerità da capo del governo con tutte le incertezze del caso, o preferirà incassare un settennato assai più riposante al Quirinale? Ed eventuali elezioni politiche anticipate, con la possibile (probabile?) vittoria del fronte populista reazionario, come impatterà sul programma concordato tra Italia e UE sino al 2026? Sono interrogativi senza risposta che inquietano oggi la borghesia. Il dato certo è che Draghi si è caricato sulle spalle un progetto strategico di rilancio del capitalismo italiano, e che la burocrazia sindacale stende ai suoi piedi un tappeto. 
Certo si annunciano passaggi stretti per il governo in fatto di gestione dell’operazione. La fine di “quota 100” riapre la questione Fornero, mentre lo sblocco dei licenziamenti minaccia sfracelli. 
Su entrambi i terreni il margine di manovra delle politiche di concertazione è molto stretto. Le burocrazie si offrono anticipatamente come utili pompieri, come hanno fatto in tutto il decorso della pandemia. Usano la paura di uno scontro sociale senza rete per chiedere udienza e riconoscimenti al governo e ai padroni. Il compito delle organizzazioni d’avanguardia della sinistra di classe è più che mai quello di costruire una alternativa per la classe operaia in vista dello scontro che si annuncia.

dal sito del Partito comunista dei lavoratori