di Fabrizio Burattini

In Colombia, le manifestazioni si sono intensificate da subito, già mercoledì 28 al momento dell’indizione dello sciopero nazionale contro la riforma fiscale. Il tutto inoltre si è svolto e continua a svolgersi in un contesto di rapido aggravamento della pandemia che ha già provocato nel paese andino oltre 75.000 morti (su una popolazione di poco più di 50 milioni di abitanti). In questi ultimi giorni il numero delle morti cresce al ritmo di 5-600 al giorno, un livello finora mai visto nel paese presieduto dal conservatore Iván Duque Márquez. L’occupazione delle unità di terapia intensiva nelle grandi città supera il 90%.

Se un popolo va a protestare nel mezzo di una pandemia, è perché il governo è più pericoloso del virus”. C’era scritto su uno delle migliaia di striscioni delle proteste di massa che da mercoledì sono dilagate in tutto il paese, per poi crescere incredibilmente nella giornata di sabato 1° maggio in tutte le principali città.

La misura che si pretende di far approvare è illustrata in un documento di 110 pagine che il governo colombiano ha chiamato “Legge di Solidarietà Sostenibile”, finalizzato a “rendere le finanze pubbliche sostenibili nel contesto della crisi” e a “mantenere la fiducia degli investitori e dei finanziatori stranieri”. Ma che non è altro che una riforma fiscale che penalizza i consumi popolari rendendo ancora più regressivo il sistema di tassazione colombiano, cercando di far pagare le imposte indirette alle masse, tassando i salari dei lavoratori, mentre esclude da essa il potere ecclesiastico e l’oligarchia capitalista, preservando le (proporzionalmente) grandissime spese militari utili solo per mantenere il controllo del territorio e per difendere il modello di sviluppo neoliberale basato sull’espropriazione delle terre.

La legge propone l’introduzione di una “patrimoniale” dell’1% sulle ricchezze superiori a 4,8 miliardi di pesos (pari a 1,2 milioni di euro) e del 2% su quelle superiori a 14 miliardi di pesos (3,33 milioni di euro). Ma propone anche la riduzione delle imposte sul reddito delle società, e contemporaneamente sovrattasse sui carburanti e contributi ai lavoratori del settore pubblico o privato che guadagnano più di 10 milioni di pesos al mese (2.300 euro).

Secondo l’ECLAC, la Commissione economica dell’ONU per l’America Latina e i Caraibi, in Colombia l’1% più ricco paga meno del 5% del suo reddito in tasse!

Ma non basta: c’è la volontà di aumentare l’IVA dal 16% al 19% su una serie di prodotti di consumo popolare (uova, caffè e latte) e sulle tariffe dei servizi pubblici di energia, gas, acqua e fogne. Senza contare che la Colombia è tra i paesi latinoamericani quello più segnato dalla privatizzazione dei servizi pubblici (sanità e scuola prima di tutto).

Ma la rabbia del popolo colombiano non si basa solo sul rifiuto della riforma fiscale. C’è dietro tutta la gravissima disuguaglianza sociale che fa di quel paese il più povero di tutta la povera America Latina, disuguaglianza che la pandemia ha approfondito in maniera intollerabile. In Colombia più della metà della forza lavoro è nel settore informale, i disoccupati ufficiali sono 4 milioni, il mondo contadino è stato abbandonato al proprio destino.

Le manifestazioni sono dilagate ovunque. Le città sono bloccate dallo sciopero dei trasporti e dei distributori di carburante. Le manifestazioni hanno avuto un seguito al di là di tutte le previsioni. Il sindacalismo in Colombia è sempre stato particolarmente debole, a differenza di quel che accade in molti altri paesi dell’America Latina. E’ “normale” che nel paese, quando un datore di lavoro individua un proprio dipendente come quadro sindacale lo licenzi. Quando le vertenze di lavoro si inaspriscono è uso delle autorità governative di intervenire e imporre accordi ovviamente favorevoli alle aziende. Il movimento sindacale non è mai riuscito a costruire una propria identità nazionale restando sempre fortemente regionalizzato. E infine, soprattutto, ha sempre cercato di collegarsi con uno o l’altro dei due partiti (quello conservatore e quello liberale) sulla cui alternanza si è ingessata per decenni la politica colombiana.

Il presidente per affrontare la protesta ha dichiarato in tutto il paese il coprifuoco e ha fatto scendere in strada i militari in tutte le principali città, con la conseguenza di far crescere l’intensità degli incidenti che si sono verificati da subito, ma hanno raggiunto il culmine sabato 1° maggio, quando, soprattutto nella grande città di Cali, ma anche in molte altre città: Cajamarca, Bucaramanga, Cartagena, Gachancipá, Medellin, Choco, Meta, Vichada, Arauca, Barranquilla e nella stessa capitale Bogotà, si sono diffusi scontri in tutte le vie. Nella città di Manizales i manifestanti hanno abbattuto il busto di un politico conservatore.

Al momento le fonti ufficiali parlano di 19 morti tra i manifestanti e di un poliziotto, ma le organizzazioni non governative attive nel paese segnalano che il numero reale potrebbe essere significativamente più alto. Sono parecchie centinaia i feriti e altrettanti gli arrestati durante le manifestazioni aggredite dai militari e dalla polizia.

Parecchio violente sono state le azioni dell’ESMAD, l’Escuadrón Móvil Antidisturbios (lo squadrone mobile antisommosse) che è quello che rimane degli squadroni della morte che hanno imperversato nel paese tra il 2000 e il 2016. Come ormai è consueto, vista la grande diffusione degli strumenti audiovisivi, sono tante le video testimonianze di queste violenze che riprendono anche manifestati colpiti a freddo alle spalle dalle pallottole dei militari.

Numerose ONG e associazioni per i diritti umani hanno aggiunto la loro voce a queste denunce, chiedendo l’intervento dell’amministrazione USA di Biden e dell’Unione europea.

Nel discorso con il quale annunciava l’invio dei militari, Duque, attorniato dalla vicepresidente Marta Lucia Ramirez, dal ministro degli interni Daniel Palacios e dal comandante dell’esercito Eduardo Zapateiro, ha detto: “voglio lanciare un avvertimento a coloro che attraverso la violenza, il vandalismo e il terrorismo cercano di intimidire la società e credono che con questo meccanismo piegheranno le istituzioni. Come comandante supremo delle forze armate, ho autorizzato la presenza militare nei luoghi dove è necessaria, in coordinamento con i sindaci e i governatori”.

Il comportamento brutale dei militari non dipende da fattori casuali. Basti pensare al tweet fatto dall’ex presidente Álvaro Uribe, eminenza grigia dietro Duque. Uribe ha scritto: “sosteniamo il diritto dei soldati e della polizia di usare le loro armi per difendere la loro integrità e per difendere persone e proprietà dall’azione criminale del terrorismo vandalico”. Un vero e proprio incitamento alla violenza. Non a caso Twitter ha rimosso il messaggio per non aver rispettato le politiche di utilizzo.

D’altra parte la Colombia è avvezza ad un livello di violenza sociale senza paragone perfino nell’America Latina. Due decenni di guerra interna contro le organizzazioni guerrigliere sono costati migliaia di morti in particolare tra le popolazioni civili sottoposte all’imperversare dell’esercito e dei gruppi paramilitari filogovernativi, anche dopo la firma degli “accordi di pace” del 2016. Questo ha prodotto più di sette milioni di sfollati interni (una cifra seconda solo a quella della Siria a livello globale). L’azione di “controinsurrezione” mirava peraltro soprattutto a garantire la sicurezza delle compagnie petrolifere e degli allevatori di bestiame.

E a livello internazionale i governi autoritari e reazionari colombiani hanno goduto per decenni e continuano a godere del sostegno politico ed economico delle istituzioni imperialiste internazionali con il pretesto della lotta contro la droga. L’appoggio statunitense e della stessa Unione europea alla Colombia negli ultimi anni è ulteriormente cresciuto come contrappeso contro il Venezuela “bolivarista”.

Con la sua riforma fiscale, Duque con i suoi economisti vorrebbe ridurre il buco di bilancio aperto dalle spese imposte dalla pandemia. L’opposizione non condivide affatto le sue scelte.

La sindaca della capitale Bogotà, la femminista lesbica e ambientalista Claudia Lopez ha accusato Uribe di aver innescato “letteralmente” la tensione. Ha detto: “non permetteremo che i nostri giovani vengano massacrati. Dopo molti sforzi siamo riusciti a ritirare l’ESMAD da tutti i punti e garantire il ritorno a casa” ma ha anche pregato i manifestanti di non impedire nelle strade il passaggio delle ambulanze alla ricerca di posti letto negli ospedali stracolmi.

Lo sciopero ha già ottenuto una prima vittoria, costringendo il ministro delle finanze Alberto Carrasquilla alle dimissioni e il presidente Duque ad accantonare, almeno per il momento la sua proposta.

Il Comitato Nazionale di Sciopero ha indetto per domani 5 maggio una nuova mobilitazione di massa, affermando che “durante i sei giorni di sciopero nazionale le autorità civili, militari e di polizia hanno quotidianamente ridotto le libertà e le garanzie democratiche, lasciando decine di persone morte, centinaia di feriti e imprigionati”. La protesta di domani chiede “libertà e garanzie democratiche, garanzie costituzionali per la mobilitazione e la protesta, la smilitarizzazione delle città, la fine dei massacri e la punizione dei responsabili e lo scioglimento dell’Esmad”, la violenta forza di sicurezza utilizzata contro le proteste popolari. Si rivendicano anche “la vaccinazione massiccia della popolazione contro il Covid, un reddito di base almeno pari al salario minimo, la difesa della produzione nazionale agricola, industriale, artigianale, contadina, sussidi per le piccole imprese e garanzie di lavoro con diritti, il divieto di irrorazione aerea di prodotti agrochimici a base di glifosato”.