DI FABRIZIO BURATTINI

Solo pochi siti di informazione italiani hanno riportato la notizia dell’ammissione di colpevolezza pronunciata da un dirigente della Fiat-Chrysler (oggi parte di Stellantis) all’inizio di questo mese di fronte al tribunale distrettuale di Detroit (Michigan, USA). Nessun giornale importante ha ritenuto di dover dare questa notizia. Ancora una volta per la “grande stampa” si può attaccare i fanti, ma i “santi” vanno lasciati tranquilli. Anche quando confessano i loro reati.

Il processo, in corso già da qualche anno, ha registrato dunque le dichiarazioni dell’azienda, che ha riconosciuto di aver violato il codice statunitense sulle relazioni sindacali facendo giungere tra il 2009 e il 2014 (attraverso un centro di formazione cogestito da FCA assieme al sindacato United Auto Workers-UAW) somme ingenti (oltre 3 milioni e mezzo di dollari) ad alcuni dirigenti sindacali. Il giudice Paul Borman ha annunciato che la pena prevista, che sarà comminata nell’udienza fissata per il 21 giugno prossimo, consisterà nel versamento di una mega-multa di 30 milioni di dollari, nell’ingiunzione di sciogliere il centro di formazione utilizzato per la tresca e nell’imposizione di un regime di vigilanza triennale rafforzata sul rispetto da parte dell’azienda della legislazione sul lavoro.

Il codice sulle relazioni sindacali (National Labor Relations Act), comunemente noto come Taft Hartley Act, è stato adottato dal parlamento americano nel 1935 per proteggere i diritti dei lavoratori, per incoraggiare la contrattazione collettiva e per sanzionare pratiche di gestione del settore privato ritenute “dannose per il benessere generale dei lavoratori, delle imprese e dell’economia degli Stati Uniti”.

Al termine del processo, la pubblica accusa ha affermato: “FCA ha violato il diritto del lavoro federale, ha minato la contrattazione collettiva e ha rovinato la fiducia degli iscritti nel sindacato e nei suoi dirigenti. FCA ha ammesso la propria responsabilità e con la pena inflitta noi mandiamo un messaggio alle altre aziende per chiarire che crimini di questo tipo non saranno tollerati”.

Le prime accuse ad FCA (allora era ancora vivo Sergio Marchionne ed era ancora a capo del gruppo Fiat-Chrysler) risalgono al luglio 2017. Il processo ha 15 imputati, sia tra i dirigenti dell’azienda sia tra i dirigenti sindacali, compresi gli ultimi due presidenti UAW, Gary Jones e Dennis Williams. Tutti e 15 si sono dichiarati colpevoli. Tra gli imputati c’è anche Monica Morgan, la vedova di quello che allora era il vicepresidente del sindacato UAW Auto, deceduto nel corso dell’inchiesta. La vedova è implicata perché è accusata di aver usato alcune centinaia di migliaia di dollari intascati dal marito per comprarsi una casa. I dirigenti di FCA sono anche accusati di frode fiscale per aver truccato i bilanci allo scopo di nascondere i fondi neri usati per corrompere i vertici del sindacato.

La General Motors, rivale storica della Chrysler e dunque oggi di FCA-Stellantis, ha intentato causa contro i dirigenti della società franco-italo-americana, accusandoli di concorrenza sleale, perché con le supermazzette allungate ai dirigenti UAW si sono garantiti un trattamento sindacale di favore che avrebbe messo GM in condizione di svantaggio. Naturalmente, aggiungiamo noi, il tutto a spese degli operai di Detroit. Il giudice di primo grado ha respinto la richiesta di GM, la quale però ha preannunciato che ricorrerà presso la corte d’appello federale.

Dunque, questa inchiesta e le prime ammissioni di colpevolezza gettano una luce sinistra sugli accordi di contrattazione collettiva stipulati nel 2011 e poi nel 2015 tra Marchionne e UAW con il patrocinio dell’allora presidente statunitense Obama.

Non a caso, l’agente federale David P. Gelios che ha condotto l’inchiesta, sentito come testimone durante le udienze, ha dichiarato: “I fondi sono stati utilizzati anche per privare le lavoratrici e i lavoratori della FCA di capacità di critica e di opportunità di sviluppo professionale. Tutto ciò mette in discussione l’integrità dei contratti stipulati nel corso di questa operazione criminale”.

FCA, com’è d’uso in queste occasioni, sostiene di non essere stata al corrente di quanto accaduto e cerca di scaricare tutta la responsabilità sugli esponenti del suo management americano coinvolti personalmente nell’inchiesta, che infatti sono stati licenziati, peraltro con ricchissime buonuscite.

Uno di essi, tale Alphons Iacobelli, che era il responsabile del centro di formazione coinvolto nell’inchiesta, è diventato ora direttore esecutivo delle relazioni sindacali per la rivale General Motors, che evidentemente vuole recuperare il terreno perduto e imparare come si fa ad avere contratti di lavoro più vantaggiosi.

La FIM Cisl italiana, che, com’è noto proprio in quegli anni fu uno dei più accesi sostenitori del “piano Marchionne” che portò FCA fuori del contratto dei metalmeccanici, aveva creato proprio con i dirigenti UAW incriminati una “rete sindacale globale di FCA”, per “l’interscambio di esperienze e dell’azione sindacale nel gruppo” e per “accelerare una sprovincializzazione e un rinnovamento del sindacalismo italiano”. Alla rete hanno poi scelto di partecipare anche la Uilm Uil e, più recentemente, la Fiom Cgil.