Finalmente l’ISTAT ci ha fornito i dati sulla mortalità generale in Italia durante il maledetto 2020 (che, purtroppo, rischia di ripetersi, pare in misura più ridotta, anche quest’anno): 746 mila morti, 100 mila in più rispetto alla media 2015-2019. Sono 25 mila in più rispetto ai morti per COVID-19 “ufficiali”. Presumibilmente anche questi sono vittime, seppur indirette (mancate cure, ritardi, ecc.) della maledetta pandemia. Una cifra addirittura superiore ai morti, civili e militari, durante un anno “medio” della seconda guerra mondiale (400 mila, tra il giugno 1940 e l’aprile 1945), quando, come cantavano i nostri padri (o nonni) “sull’Italia cadevan le bombe”. Un vero e proprio disastro senza appello. Circa il 15% in più di morti. Un disastro che ha colpito soprattutto (diversamente dalla guerra) soprattutto gli anziani: il 76,3% del sovrappiù di morti aveva più di 80 anni, il 20% aveva tra i 65 e i 79 anni, mentre solo il 5,3% aveva tra i 50 e i 64 anni. Per i giovani e le persone di mezza età la mortalità è addirittura diminuita (-1,6%), quasi sicuramente grazie alla diminuzione degli incidenti stradali e degli infortuni sul lavoro (lockdown totale della scorsa primavera), tra le principali cause di mortalità per quelle fasce di popolazione. Anche geograficamente la morte ha colpito in maniera disuguale: pesantemente in Lombardia (+36,6%), Trentino (+29,9), Val d’Aosta (+24,8), Piemonte (+22,9), Alto Adige (+22,7). Anche nelle altre regioni del Nord è andata male: intorno al 17% in Emilia-Romagna, Veneto e Liguria, un po’ meglio in Friuli-Venezia Giulia (+12,5%). Al centro-sud le cose sono andate molto meglio, soprattutto durante la prima ondata: ciononostante regioni come la Sardegna, le Marche e la Puglia hanno visto aumentare la mortalità tra il 12 e il 13%. Tutte le altre regioni hanno avuto crescite tra l’8,6% della Toscana e il 4% della Calabria. Le spiegazioni che ci vengono date (a volte contraddittorie) ci parlano di “piramide delle età” (siamo vecchi, in Italia), di estensione del contagio (da noi avrebbe imperversato per primo e di più che in altre zone del pianeta), di inquinamento (molte delle regioni più colpite sono in Val Padana, una vera e propria camera a gas gigantesca), di inefficienza del sistema sanitario a causa di pluridecennali tagli e privatizzazioni (ormai chi parla di “eccellenza lombarda” fa la figura del pirla), di incapacità dei vertici politici regionali e nazionali (e qui mi sa che è un’opinione diffusa ovunque), di corruzione di settori dell’amministrazione, ecc. Credo che tutte queste concause abbiano avuto (e continuano) ad avere un ruolo in questo quadro deprimente. Andrebbero però “pesate” una per una. Per esempio, la storia dell’Italia “vecchia” è vera, ma solo fino ad un certo punto. Siamo al quarto posto nel mondo (27,9% di ultrasessantenni), dopo Giappone, Germania e Finlandia, e praticamente allo stesso livello di Grecia, Croazia e Slovenia. Seguono, a poca distanza, Ungheria, Lettonia, Portogallo, Lituania, Serbia, Bulgaria, Svezia e Francia. In questi paesi solo il Giappone, la Finlandia e la Grecia possono vantarsi di aver limitato più di noi l’espansione del virus (il Giappone in modo egregio, con solo 3,4 contagiati ogni mille abitanti, contro i 50 dell’Italia). Gli altri hanno avuto una diffusione molto simile, o addirittura superiore (la Slovenia 94 su mille, il Portogallo 78, la Lituania 70, la Svezia 69 e così via). Quindi, anzianità della popolazione simile (o superiore), diffusione del contagio simile (o superiore, escluso i tre paesi succitati). Eppure…..eppure solo la Bulgaria, l’Ungheria e la Grecia hanno avuto una letalità leggermente maggiore di quella italiana. E si tratta di tre paesi non precisamente più “avanzati” del nostro in termini di sviluppo socio-economico (soprattutto dopo l’89 per i primi due, vittime di una privatizzazione selvaggia). Tutti gli altri hanno avuto una letalità (se i loro dati sono affidabili) molto o abbastanza inferiore alla nostra, pur con maggiori contagi: dalla Serbia (66 contagiati rispetto ai nostri 50, ma 9 morti su mille contagiati, rispetto ai nostri 33) alla Svezia (69 contagiati e 19 morti), alla Francia (58 contagiati e 23 morti), ecc. ecc. Se poi “estraiamo” la Lombardia e la Provincia di Brescia dall’Italia “media” e le inseriamo in graduatoria come se fossero “stati” indipendenti, la figuraccia diventa insostenibile: con una diffusione del contagio un po’ superiore alla media italiana del 2020 (62 per la Lombardia, 58 per il Bresciano, comunque inferiore a molti paesi di quelli citati) la letalità schizza al triste primato mondiale – esclusi alcuni paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”, come vedremo poi – di 46 morti su mille per la Lombardia e di 48 per il Bresciano. Insomma, è inutile che ci raccontino la favola dell’orso: ci sono almeno 30 paesi nel mondo che hanno avuto più contagi (a volte il doppio!) della Lombardia e del Bresciano, e di questi una quindicina hanno una popolazione altrettanto “vecchia” della nostra. Eppure ci ha lasciato le penne, in percentuale, la metà o anche meno (fino ad un quarto) dei contagiati. Cresce quindi il sospetto (fino a diventare una quasi-certezza) che la pessima performance della regione in cui viviamo sia da addebitare ad un modello di sviluppo sociale ed economico che fa acqua da tutte le parti: produrre sempre più schifezze inutili o dannose, sporcare aria, acqua, suolo, concentrarsi come formichine, cementificando tutto il possibile, lavorare da mane a sera e andare su e giù da un centro commerciale all’altro, tagliare posti letto, medici, infermieri nella sanità pubblica e nella ricerca scientifica, dare soldi alle cliniche private, smantellare la “prima linea” della medicina sul territorio, sbraitare (come fa Confindustria) che “Milano, Bergamo, Brescia – o la Val Seriana – non si chiude” perché “ueh, som ché per fa’ i solc!”, non è stata per niente un’idea geniale. Poi prendetevela con i cinema, i teatri, le scuole, e…i bar. Eh già, come cantava Guccini “E i moralisti han chiuso i bar, e le morali han chiuso i vostri cuori, e spento i vostri ardori…

FG