di Fabrizio Burattini

Anche in Italia i mass media hanno dato una certa risonanza alle dichiarazioni fatte il 28 febbraio da Joe Biden a sostegno della sindacalizzazione dei lavoratori del magazzino di Amazon a Bessemer, Alabama.

Quei lavoratori (quasi 6.000) sono impegnati in queste settimane in una votazione (così come prevede la legge americana) per decidere se aderire al sindacato RWDSU (Retail, Wholesale, Department Store Union). ”Si tratta di una scelta di vitale importanza” ha detto Biden, mettendo in guardia contro le intimidazioni dell’azienda “di fronte alla pandemia mortale, alla crisi economica, ai rigurgiti di supremazia razziale e alle profonde disparità che ancora esistono nel nostro paese”.

E’ di un intervento senza precedenti da parte di un presidente USA. Neanche Franklin D. Roosevelt negli anni ‘30 arrivò a tanto.

Eppure, l’intera carriera di Biden al Senato, dal 1973 al 2009, è stata all’insegna della totale adesione del suo partito (e di lui stesso) ai dettami dell’economia neoliberale. Quando è diventato vice di Obama, ha pienamente collaborato con quest’ultimo al salvataggio di Wall Street dopo la crisi finanziaria del 2008 e alla successiva ristrutturazione dei rapporti di classe a beneficio dei ricchi, compresa la “messa in sicurezza” di General Motors e Chrysler, sulla base di un taglio del 50% della paga di tutti i nuovi assunti nel settore auto.

Nelle primarie del 2020, Biden ha avuto la nomination del Partito Democratico proprio come l’alternativa di destra a Bernie Sanders.

Dunque, perché questo “endorsment” filosindacale?

Il contesto, lo dice Biden stesso, è quello di una crisi senza precedenti enormemente intensificata dalla pandemia. Ci sono stati finora negli USA (cifre ufficiali) oltre 520.000 morti per COVID-19 (molti di più di quelle che furono le vittime americane nei quattro anni della Seconda guerra mondiale). La combinazione di questa tragedia umana con la disastrosa situazione sociale ed economica rischia di avere un impatto radicalizzante sulla coscienza dei lavoratori e dei giovani, già fortemente scossi dai movimenti di Black Lives Matter e dall’avventura trumpiana.

Trump, con la sua volgare demagogia e utilizzando i frutti avvelenati del neoliberismo “democratico”, era riuscito a polarizzare a destra settori importanti di voti operai.

La situazione internazionale non è meno preoccupante per una classe dirigente, che è determinata a salvaguardare la propria posizione egemonica globale anche attraverso l’uso della forza militare. Prova ne è l’atteggiamento conflittuale nei confronti della Russia e, in particolare, della Cina e dell’Iran.

Joe Biden ha vinto contro Trump, ma sa che, mentre il suo rivale può disporre di un esercito di supporter fanatici, lui ha prevalso più per la paura di una fetta maggioritaria dell’elettorato che a causa di un convinto consenso di massa alle sue proposte politiche.

Dunque il suo obiettivo è quello di stringere attorno a sé gli apparati sindacali, e in particolare l’AFL-CIO, che con i suoi quasi 13 milioni di iscritti può costituire una base di sostegno di estrema importanza.

In una suo meeting elettorale, Biden ebbe a dire, di fronte a una platea costituita da dirigenti sindacali (tra i quali lo stesso Richard Trumka, attuale presidente di AFL-CIO) e da amministratori delle più importanti realtà aziendali del paese, di sentirsi “un tipo da sindacato”, ma “non anti-business”. Ha aggiunto: “siamo in un buco piuttosto buio in questo momento”, ma “noi (cioè i dirigenti del sindacato, gli amministratori delegati delle aziende e la sua futura amministrazione) siamo tutti d’accordo su obiettivi comuni”.

Naturalmente, anche Biden, come tutti i politici capitalisti della sua fazione, punta all’integrazione nel governo di fatto del paese degli apparati sindacali. E’ un po’ quello che affermava nel 1938 Trotsky quando scrisse, nel documento di fondazione della Quarta Internazionale, “Nei periodi di acuta lotta di classe gli apparati dirigenti dei sindacati si sforzano di impadronirsi del movimento delle masse per addomesticarlo… In tempo di guerra, o di rivoluzione, quando la situazione della borghesia diventa particolarmente difficile, i capi dei sindacati diventano di solito ministri borghesi”.

Quando Trotsky scriveva queste righe vedeva lontano, in quel momento i sindacati industriali di nuova costituzione erano impegnati in lotte a volte molto radicali contro la classe dominante, compresi gli scioperi di massa dei lavoratori dell’auto negli Stati Uniti.

Oggi, da molti decenni l’AFL-CIO e gli altri sindacati americani minori sono stati completamente integrati nelle strutture della gestione aziendale. Con il loro fattivo contributo, gli scioperi si sono pressoché azzerati fin dagli anni ‘80, facilitando quello straordinario aumento delle disuguaglianze sociali a livelli che non si vedevano dagli anni ’20.

Nel 2018, in una discussione di fronte alla Corte Suprema, l’avvocato di un’associazione padronale definì la “agency fee” (una sorta di quota di servizio che le aziende pagano ai sindacati a prescindere dal numero dei loro iscritti come un “compromesso per non avere scioperi” e affermò che non si possono privare gli apparati sindacali dei mezzi di sussistenza pena il rischio di suscitare “un indicibile spettro di agitazioni sindacali in tutto il paese”.

In molte aziende americane, specialmente in alcune, ancor di più in questi ultimi anni di ripresa della mobilitazione sociale, anche attraverso lo strumento dei social, sembra crescere la consapevolezza delle lavoratrici e dei lavoratori. La manodopera di Amazon è tra queste. E si tratta del quinto più grande datore di lavoro del mondo occidentale, che, con i 427.000 nuovi assunti nel 2020, grazie all’esplosione del commercio online, oggi occupa 1,3 milioni di dipendenti in tutto il mondo, mezzo milione dei quali negli USA.

Dunque, un successo della loro sindacalizzazione con il RWDSU dell’AFL-CIO può comunque costituire per la classe dominante un importante strumento di controllo per impedirne una “eccessiva” radicalizzazione.