Ma se Atene piange, Sparta non ride. Lo spostamento del fulcro del cattolicesimo fuori d’Europa è ancora più accentuato per quando riguarda il variegato mondo del cosiddetto “protestantesimo”. Difficile riunire sotto un unico denominatore tutte le chiese sorte dalla rottura del “monolite” cattolico dopo il XVI secolo, molto diverse tra loro. Quelle storiche (luteranesimo, calvinismo, zwinglismo, anglicanesimo, ecc.) sono in profonda crisi, sia in Europa che nel Nordamerica o in Australia. Sono invece in piena espansione, soprattutto in America Latina e in Africa, le chiese che per comodità chiamiamo neo-evangeliche, sorte negli ultimi 150 anni (pentecostali, avventisti, testimoni di Geova, ecc.) di matrice nordamericana. Oggi si stimano in oltre 800 milioni i seguaci dei vari “protestantesimi”: sono maggioritari in 27 paesi, e in altri 12 sono la minoranza più numerosa (maggioranza relativa). Sono ufficiali solo in Danimarca, Islanda e Zambia (dove però si parla di “cristianesimo” in generale), e in forte ritirata nei luoghi d’origine. Nella patria di Lutero solo un tedesco su quattro si definisce oggi “protestante”. Nella Svizzera e nei Paesi Bassi, già calvinisti, solo il 23,1 e il 14,9, rispettivamente, sono restati fedeli al credo dei loro fanatici avi. Persino in Gran Bretagna (dove l’anglicanesimo è ancora più o meno la religione “di Stato”, visto che il capo dello Stato è pure capo della “Chiesa d’Inghilterra”) l’insieme delle chiese protestanti raccoglie meno della metà della popolazione (48,3%). E anche se nei paesi scandinavi le percentuali sembrano più alte (intorno al 60-65%) abbiamo visto che in realtà nascondono il fatto che solo una piccola minoranza (3-5%) è davvero ancora fedele alla confessione luterana. Anche negli USA, paese intriso di bigottismo puritano (in alcuni stati, come il Texas o il Maryland, è ancor oggi proibito l’accesso alle cariche pubbliche per i non credenti), il numero dei fedeli della miriade di chiese più o meno protestanti è sceso sotto la fatidica metà della popolazione (45%), quasi sempre in zone rurali o in piccole città. E ancor più in altri due paesi che riconoscono Elisabetta II come sovrana, l’Australia (29,6%) e la Nuova Zelanda (25,5%) paesi dove sono i non credenti ad essere la maggioranza relativa. Molto meglio va, per i nipotini di Lutero, Calvino, ecc, nell’Africa anglofona e, new entry, nell’America Latina ex cattolica. Nel primo caso si arriva a percentuali molto elevate, come nell’Africa meridionale (79% in Zimbabwe, 75 in Zambia e Botswana, 73 in Sudafrica e Namibia); nel secondo si è in media tra il 10 e il 20% (ma ricordiamo che 30 o 40 anni fa i non cattolici erano poche migliaia), con alcune “conquiste” (come il già citato Honduras, 48,1%) strappate ai “papisti”. Molte di queste chiese, in generale ultra-reazionarie o comunque conservatrici, sono state sponsorizzate dalle oligarchie locali e hanno avuto un notevole ruolo nell’ascesa recente della destra e dell’estrema destra (vedi il caso Bolsonaro in Brasile). Il peso del bigottismo “protestante” in queste società arretrate rende spesso difficile la battaglia per i diritti civili, soprattutto nel caso dei diritti delle donne, dei gay, dei non credenti, ecc.

Il terzo “blocco” cristiano è quello delle chiese “orientali” (ortodossi, copti, nestoriani, siriaci, ecc.). Queste chiese sono quelle che hanno subito, più del cristianesimo occidentale, una duplice sfida: dapprima, a partire dal VII o VIII secolo, e di nuovo nel XV e XVI secolo, quella dell’Islam (Medio Oriente, Nordafrica, Anatolia, Balcani) e più tardi, nel XX secolo, quella del “socialismo reale”, che ha tentato, con alterne fortune, di laicizzare le società profondamente conservatrici e bigotte dell’Europa orientale. Oggi la cristianità “orientale” conta ufficialmente poco più di 200 milioni di adepti, ed appare in relativa ripresa solo nei paesi ex “socialisti” (anche se le statistiche al riguardo sembrano molto gonfiate dai nuovi regimi preoccupati di “ripulire” da ogni traccia di socialismo il loro curriculum). Risulta maggioritaria in 12 paesi, e minoranza più numerosa in altri 3. Percentualmente si va dal 92,8% dell’Armenia, all’80-85% di Serbia, Grecia, Cipro, Georgia, Romania, per scendere al 68 dell’Ucraina, al 48 della Bielorussia e al 42 della Russia. Al di fuori dell’Europa orientale solo l’Eritrea (57%) e l’Etiopia (43%) copte possono definirsi “a maggioranza cristiane”: negli altri paesi (Egitto, Siria, Libano, Iraq, ecc.) la cristianità orientale è da tempo (anche prima dei crimini degli islamo-fascisti dell’ISIS) una minoranza sempre più sparuta. La sola Grecia riconosce lo status di religione ufficiale alla Chiesa Ortodossa, anche se in altre costituzioni (come quella bulgara), pur non arrivando a tanto, si cita l’ortodossia come religione “tradizionale” del popolo.

Ma veniamo a quella che appare oggi come l’ideologia religiosa sulla cresta dell’onda, in evidente espansione quasi ovunque, e cioè l’Islam. Anche qui le statistiche vanno prese, ancor più che nel caso dei cristiani, con le pinze. Sono troppi infatti i paesi in cui si parla del 99% (e persino del 100%) di fedeli musulmani sull’insieme della popolazione. Il fatto che in moltissimi paesi (in tutti quelli arabi escluse la Siria e il Sudan, più Iran, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Brunei e Malaysia) l’Islam sia religione di stato (e in molti viga la legge coranica, con conseguente rischio di morte per chi si allontana dalla “Umma”) rende queste statistiche ben poco affidabili. In mancanza d’altro prendiamole per buone. E così vediamo che i musulmani (un miliardo e 850 milioni) sono maggioritari in ben 48 paesi, e principale minoranza in altri 3 (tra i quali l’India). La cosa paradossale è che gli unici paesi (o quasi) in cui la percentuale dei musulmani cala, anche vistosamente, sono quelli della culla dell’Islam, cioè la penisola arabica. Ciò si spiega con la massiccia immigrazione di lavoratori provenienti da paesi non musulmani (come le Filippine, l’India o Sri Lanka) attirati dal boom delle economie del petrolio. Infatti il calo è solo in percentuale, non in numeri assoluti. In ben 20 paesi la percentuale varia tra il 95 e il 99,9% dello Yemen, (guarda caso l’unico paese della penisola arabica privo di petrolio), in altri 7 è tra il 90 e il 95% (tra i quali la “custode della Mecca e di Medina”, l’Arabia Saudita). Tutti i paesi in cui l’Islam è maggioritario sono asiatici o africani, eccetto due paesi europei: l’Albania (56,7%) e la Bosnia-Erzegovina (50,7%). In ben 21 paesi l’Islam è religione di Stato. In altri, come la Siria, pur non essendo formalmente così, ci sono forme ufficiali di “privilegio” per l’Islam (per esempio il capo dello Stato “deve” essere di religione islamica). Da sottolineare, oltre alla “conquista” di molti paesi africani fino a pochi decenni fa legati alle tradizionali religioni locali, la crescita, seppur relativa, delle minoranze musulmane nei paesi europei di tradizione “cristiana” (mediamente oggi tra il 4 e il 5% della popolazione) grazie all’immigrazione asiatica e africana degli ultimi decenni. Come già sottolineato sopra (e nell’articolo del 13 dicembre sulla persecuzione dei non credenti) è proprio in quest’area che la religione appare permeare ogni aspetto della vita sociale, con conseguente violazione di molti diritti civili (non solo dei non credenti, sottoposti a vere e proprie persecuzioni violente), come quelli delle donne, dei gay, ecc. Sono lontani i tempi in cui l’Islam in espansione poteva vantarsi di essere più tollerante se paragonato al fanatismo cristiano dei crociati, permettendo a cristiani, ebrei, zoroastriani, ecc. di mantenere la loro fede. Anche senza arrivare agli estremi degli islamo-fascisti di ISIS o Al-Qaeda, il grosso dell’islamismo politico (per la tipica commistione insita in questa religione) ha dimostrato di aver completamente dimenticato gli Averroè e gli Avicenna. E, sia detto per inciso, sta creando una pericolosa ondata islamofoba, non sempre e non solo strumentale, in quasi tutte le società “occidentali”.

La cosiddetta religione “induista” (che alcuni chiamano brahamanesimo) riguarda oggi quasi un miliardo e duecento milioni di persone, nel subcontinente indiano e dove la migrazione di indiani è significativa. Solo in Nepal (81,3%) e in India (79,8%) è maggioritaria, mentre a Mauritius costituisce la maggioranza relativa (48,5%). Gli altri paesi in cui è una minoranza consistente (tra il 10 e il 25%) sono tutti paesi del subcontinente (come Sri Lanka o Bangladesh) o ex colonie britanniche dove i colonizzatori avevano importato manodopera indiana (i Caraibi, le Figi, ecc.). In nessun paese l’induismo è religione di stato, anche se in India, soprattutto sotto la presidenza dell’integralista Modi (appoggiato entusiasticamente dai gruppi indo-fascisti), la violazione dei diritti civili (soprattutto della minoranza musulmana) è all’ordine del giorno. Questo smentisce, almeno parzialmente, il luogo comune che vede solo nelle religioni monoteistiche il germe dell’intolleranza e del totalitarismo. Ciò è dimostrato anche nel caso del Buddismo, praticato ufficialmente da quasi mezzo miliardo di persone, maggioritario in 7 paesi e minoranza più numerosa in altri tre (tra cui il Giappone). In ben 4 di questi paesi (Bhutan, Cambogia, Thailandia e Sri Lanka) ha uno status ufficiale privilegiato. E in Myanmar (Birmania), pur senza essere religione di stato, la persecuzione contro la minoranza musulmana (i Rohingya) è stata sulle prime pagine di molti giornali. Anche in Thailandia la minoranza musulmana non è trattata troppo bene (anche se sembra si sia lontani dalle violenze sistematiche dei buddisti birmani). Per la “fortuna mediatica” dei buddisti il paese con più seguaci dell’Illuminato è la Cina (254 milioni, il 18% della popolazione), paese laico e piuttosto indifferente alle ideologie religiose, il che fa sì che oltre la metà dei buddisti del mondo si sia guadagnata la fama di tolleranza (o addirittura di minoranza repressa, come in Tibet).

L’ultima religione di cui ci occupiamo è il giudaismo. Qui il problema si fa complesso. Sempre è stato complicato distinguere giudaismo da ebraismo. Moltissimi “ebrei”, soprattutto in Europa e in America (ma anche in Israele) sono atei o agnostici, e comunque non credenti. Ma si considerano (o comunque vengono considerati dagli “altri”, dai “gentili”) come ebrei, per cultura, tradizione, un tempo anche la lingua (yiddish o giudeo-latino, sefardita). In questo senso gli ebrei sono circa 15 milioni, di cui circa la metà vivono oggi in Palestina (nello “stato ebraico”, chiamato Israele, o in Cisgiordania). La pressione delle varie confessioni religiose ebraiche, pur probabilmente minoritarie nello stato sionista (almeno a giudicare dalle elezioni, dove i partiti religiosi non arrivano al 20% dei voti), è andata aumentando nel tempo, e tende sempre più a dettar legge anche agli ebrei laici (per non parlare della minoranza discriminata, gli arabo-palestinesi). La “democrazia” israeliana appare sempre più condizionata dalla situazione di “apartheid” in cui è confinata la popolazione araba, priva per legge di molti diritti. E la recente decisione di proclamare Israele come “stato ebraico” a tutti gli effetti (voluta dalla destra sionista e da molti religiosi) non farà che peggiorare le cose. Dopo il catto-fascismo, l’islamo-fascismo, l’indo-fascismo e il buddo-fascismo avremo pure la sventura di vedere la nascita di un paradossale “giudeo-fascismo”? Mi sa che avevano ragione i miei vecchi quando, parlando delle varie religioni, mi dicevano “stai attento, che il migliore di quelli lì ha la rogna”.

Vittorio Sergi