di Nello Scavo e Domenico Gallo

Sulla rotta balcanica delle migrazionI

Nello Scavo, inviato a Trieste

Il viaggio disperato lungo la rotta dei Balcani, tra violenze e torture inaudite da parte della polizia. Centinaia di profughi con diritto alla protezione respinti dall’Italia.

È la schiena curva e livida dei respinti a dire le sprangate. Sono le gambe sanguinanti a raccontare la disperata corsa giù dal valico. A piedi nudi, con le caviglie spezzate dalle bastonate e i cani dell’esercito croato che azzannano gli ultimi della fila. È l’umiliato silenzio di alcuni ragazzi visitati dai medici volontari nel campo bosniaco di Bihac per le cure e il referto: stuprati e seviziati dalla polizia con dei rami raccolti nella boscaglia. I meno sfortunati se la sono cavata con il marchio di una spranga incandescente, a perenne memoria dell’ingresso indesiderato nell’Unione Europea.

Gli orrori avvengono alla luce del sole. Affinché gli altri, i recidivi degli attraversamenti e quelli che dalle retrovie attendono notizie, battano in ritirata. Velika Kladuša e il valico della paura. Di qua è Croazia, Europa. Di la è Bosnia, fuori dalla cortina Ue. Di qua si proclamano i diritti, ma si usa il bastone. Oramai tra i profughi della rotta balcanica lo sanno tutti che con gli agenti sloveni e gli sbirri croati non si scherza.

«Siamo stati consegnati dalla polizia slovena alla polizia croata. Siamo stati picchiati, bastonati, ci hanno tolto le scarpe, preso i soldi e i telefoni. Poi ci hanno spinto fino al confine con la Bosnia, a piedi scalzi. Tanti piangevano per il dolore e per essere stati respinti». Sono le parole di chi aveva finalmente visto i cartelli stradali in italiano, ma è stato rimandato indietro, lungo una filiera del respingimento come non se ne vedeva dalla guerra nella ex Jugoslavia. Certi metodi non sembrano poi cambiati di molto.

Tre Paesi e tre trattamenti. I militari italiani non alzano le mani, ma sono al corrente di cosa accadrà una volta rimandati indietro i migranti intercettati a Trieste come a Gorizia. Più si torna al punto di partenza, e peggio andranno le cose. Le testimonianze consegnate ad Avvenire dai profughi, dalle organizzazioni umanitarie, dai gruppi di avvocati lungo tutta la rotta balcanica, sembrano arrivare da un’altra epoca.

Le foto non mentono. Un uomo si è visto quasi strappare il tendine del ginocchio destro da uno dei mastini delle guardie di confine croate. Quasi tutti hanno il torso attraversato da ematomi, cicatrici, escoriazioni. C’è chi adesso è immobile nella tendopoli di Bihac con la gamba ingessata, chi con il volto completamente bendato, ragazzini con le braccia bloccate dai tutori in attesa che le ossa tornino al loro posto. I segni degli scarponi schiacciati contro la faccia, le costole incrinate, i calci sui genitali. Un ragazzo pachistano mostra una profonda e larga ferita sul naso, il cuoio capelluto malridotto, mentre un infermiere volontario gli pratica le quotidiane medicazioni. Un afghano appena maggiorenne ha l’orecchio destro interamente ricucito con i punti a zigzag. Centinaia raccontano di essere stati allontanati dal suolo italiano.

Una pratica, quella dei respingimenti a ritroso dal confine triestino fino agli accampamenti nel fango della Bosnia, non più episodica. «Solo nei primi otto mesi del 2020 sono state riammesse alla frontiera italo-slovena oltre 900 persone, con una eccezionale impennata nel trimestre estivo, periodo nel quale il fenomeno era già noto al mondo politico che è però rimasto del tutto inerte », lamenta Gianfranco Schiavone, triestino e vicepresidente di Asgi, l’associazione di giuristi specializzati nei diritti umani. «Tra le cittadinanze degli stranieri riammessi in Slovenia il primo posto va agli afghani (811 persone), seguiti da pachistani, iracheni, iraniani, siriani e altre nazionalità, la maggior parte delle quali – precisa Schiavone – relative a Paesi da cui provengono persone con diritto alla protezione ». A ridosso del territorio italiano arriva in realtà solo chi riesce a sfuggire alla caccia all’uomo fino ai tornanti che precedono la prima bandiera tricolore. Per lasciarsi alle spalle quei trecento chilometri da Bihac a Trieste possono volerci due settimane.

Secondo il Danish Refugee Council, che nei Paesi coinvolti ha inviato numerosi osservatori incaricati di raccogliere testimonianze dirette, nel 2019 sono tornate nel solo campo di bosniaco di Bihac 14.444 persone, 1.646 solo nel giugno di quest’anno.

I dati a uso interno del Viminale e visionati da Avvenire confermano l’incremento delle “restituzioni” direttamente alla polizia slovena. Nel secondo semestre del 2019 le riammissioni attive verso Zagabria sono state 107: 39 da Gorizia e 78 da Trieste. Il resto, circa 800 casi, si concentra tutto nel 2020. Il “Border violence monitoring”, una rete che riunisce lungo tutta la dorsale balcanica una dozzina di organizzazioni, tra cui medici legali e avvocati, ha documentato con criteri legali (testimonianze, foto, referti medici) 904 casi di violazione dei diritti umani. Lungo i sentieri sul Carso, tra i cespugli nei fitti boschi in cima ai dirupi, si trovano i tesserini identificativi rilasciati con i timbri dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati o dall’Agenzia Onu per le migrazioni. I migranti li abbandonano lì. Testimoniano di come a decine avessero ottenuto la registrazione nei campi allestiti a ridosso del confine balcanico dell’Unione Europea.

Quel documento, che un tempo sarebbe stato considerato un prezioso salvacondotto per invocare poi la protezione internazionale, oggi può essere una condanna. Perché averlo addosso conferma di provenire dalla Bosnia e dunque facilita la “riconsegna” alla polizia slovena. Anche per questo lo chiamano “game”.

Un “gioco” puoi vincere una domanda d’asilo in Italia o in un’altro Paese dell’Ue, o un’altra tornata nell’inferno dei respingimenti. «Quando eravamo nascosti in mezzo ai boschi, la polizia slovena – racconta un altro dei respinti – era anche accompagnata dai cani. Qualcuno si era accucciato nel bosco e non era stato inizialmente visto, ma quattro o cinque cani li hanno scovati e quando hanno provato a scappare sono stati rincorsi dai cani e catturati».

sabato 5 dicembre 2020

Tratto da: http://www.avvenire.it

Un grido nelle tenebre

di Domenico Gallo

I loose my baby… Il video del drammatico salvataggio con la scena della madre che si dispera per aver perso in mare il proprio bambino, Joseph, di sei mesi, bimbo morto, poche ore dopo fra le braccia dei medici di Emergency, ha squarciato per qualche istante, come un lampo nelle tenebre, il silenzio mediatico sulle tragedie che si consumano ogni giorno nel Mediterraneo centrale a poche miglia dalle nostre coste.

Qualcuno ha fatto finta di indignarsi, qualcuno si è chiesto se vi sono delle responsabilità, la politica ha taciuto e un velo di oblio è calato sulla vicenda della scandalosa omissione di soccorso nei confronti del flusso dei profughi che tentano di arrivare in Europa attraverso il Mediterraneo. Nel corso del 2020 ci sono stati circa 1.000 morti che si aggiungono alle 20.000 persone che hanno perso la vita negli ultimi sei anni.

La rotta più frequentata e più pericolosa è quella che dalla Libia porta verso l’Italia, come ci informa l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (OIM), che stima in 700 i morti/dispersi in mare dall’inizio dell’anno nel Mediterraneo centrale, a fronte dei 92 morti lungo la rotta dell’Egeo e 130 lungo la rotta della Spagna. Lungo questa rotta sono stati ritirati tutti gli assetti navali europei proprio per evitare di effettuare operazioni di soccorso che avrebbero comportato l’esigenza di sbarcare i naufraghi in Italia o in altro paese europeo.

Attualmente l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne Frontex opera solo con assetti aerei segnalando le imbarcazioni in distress alla c.d. Guardia costiera libica, che non sempre è in grado di intervenire. Secondo i dati diffusi dall’OIM, sono 11.000 i profughi recuperati in mare e riportati in Libia dove vengono privati della libertà ed esposti a torture, stupri, uccisioni e riduzione in schiavitù. Attraverso il finanziamento della c.d. Guardia costiera libica e la creazione nel 2018 di una fittizia zona di ricerca e salvataggio (SAR) affidata alla competenza delle autorità libiche, l’Unione Europea  è riuscita a impiantare una forma indiretta di respingimento collettivo del popolo dei migranti che attraversano il Mediterraneo, delegandolo ai libici quello che gli Stati europei non possono fare perché, purtroppo, c’è la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che vieta i respingimenti collettivi e le torture.

Il Mediterraneo centrale dopo il ritiro delle navi delle missioni Triton e Themis di Frontex, è stato svuotato anche delle navi delle ONG che sono state ostacolate in tutti i modi e soggette ad una violenta campagna di criminalizzazione che ha portato a sequestri delle imbarcazioni, incriminazioni degli equipaggi, diffamazioni ripetute di fronte all’opinione pubblica, fino all’emanazione di una normativa d’urgenza nel giugno del 2019 (il secondo decreto Salvini) che puntava ad impedire ogni operazione di salvataggio dei migranti in alto mare, prevedendo l’irrogazione di multe salatissime e la confisca delle navi.

Se la magistratura in Italia ha arginato le spinte alla criminalizzazione delle ONG, tuttavia gli ostacoli posti dalle autorità statali non sono cessati ed in questo momento sei navi sono bloccate nei porti italiani, sottoposte a sequestro amministrativo. Solo la nave della ONG Open Arms ha potuto prendere il mare nel mese di novembre per effettuare operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale, ma subito dopo è stata bloccata per la quarantena.

In questo modo è stata resa ancora più incisiva l’operazione preordinata di omissione di soccorso, destinata a rendere ancora più letale la rotta lungo la quale un flusso di profughi attraversa il Mediterraneo per cercare accoglienza in Europa. Eliminando dalla scena marittima le navi delle ONG, sono stati eliminati i testimoni del dramma dei naufragi che si verificano quasi quotidianamente. Non vedremo più le immagini drammatiche che ci ha trasmesso Open Arms perché non ci sarà più nessuno a raccontarci cosa succede. In questo modo vengono oscurate di fronte all’opinione pubblica le conseguenze delle scelte politiche degli Stati e dell’Unione Europea responsabili di questa preordinata, dolosa e perdurante nel tempo operazione di omissione di soccorso e di respingimento collettivo.

Le condotte, che mirano ad ostacolare il salvataggio in mare attraverso la chiusura dei porti e il blocco delle navi delle ONG, integrano provvedimenti illegali ma, nel momento in cui sono rivendicate come un modello di politiche pubbliche esse generano danno gravissimo ai presupposti morali e culturali della democrazia. Il danno consiste nel crollo del senso morale nella società provocato da queste politiche, dal veleno razzista diffuso dalla propaganda che le accompagna e dall’accettazione o quanto meno dall’indifferenza da esse indotte per le possibili stragi di migranti abbandonati in mare. Quando infatti, la disumanità e l’immoralità vengono esibite e ostentate a livello istituzionale, esse contagiano la società e si trasformano in senso comune.

E’ stato osservato (Luigi Ferrajoli) che: “Queste politiche crudeli hanno avvelenato la società, in Italia e in Europa, ed hanno abbassato lo spirito pubblico e il senso morale nella cultura di massa. Hanno svalutato i normali sentimenti di umanità e solidarietà che si manifestano nel soccorso di chi è in pericolo di vita. Hanno alimentato e legittimato il razzismo, che consiste, essenzialmente, nell’idea che l’umanità è divisa tra chi ha il diritto di vivere e chi non è degno di sopravvivere a causa della sua diversa identità. Hanno infine svalutato il diritto e i diritti in nome del consenso prestato alle loro violazioni. Dobbiamo essere consapevoli che perseguire il consenso tramite l’esibizione istituzionale dell’immoralità e dell’illegalità equivale a deprimere la moralità corrente e ad alterare, nel senso comune, le basi del nostro Stato di diritto: non più la soggezione alla legge e alla Costituzione, ma il consenso elettorale quale fonte di legittimazione di qualunque misura arbitraria, poco importa se immorale o illegale”.

Tratto da: www.domenicogallo.it