Stimolato dai commenti ricevuti al mio articolo di stanotte (tra i quali anche quello di un lettore del blog) e da uno scambio di idee con un mio amico avvocato durante il presidio di “Non una di meno” davanti al tribunale, torno sulla sentenza di ieri sul femminicidio di due anni fa. Ribadisco due concetti che avevo già sottolineato nel precedente articolo: 1) Non mi interessano gli aspetti “punitivi” e vendicativi del processo. Sono contrario non solo alla pena di morte e all’ergastolo, ma in generale sono poco propenso a giustificare il carcere come istituzione; 2) Bisogna aspettare le motivazioni della sentenza per poter valutare seriamente ciò che è accaduto. Detto questo, devo accettare una serie di critiche al mio articolo, che è stato scritto a caldo, sull’onda dell’indignazione suscitata in me dalla versione del processo pubblicata su vari organi di stampa. D’altra parte non sono un leguleio, e gli aspetti prettamente giuridici li lascio a chi ne sa più di me. Il mio amico avvocato mi diceva che il proscioglimento dell’assassino non comporta la libertà dell’imputato, bensì il suo internamento in una struttura che può essere definita, più o meno, una specie di manicomio criminale. Se ho ben capito il senso, vuol dire che il personaggio in questione sarebbe stato definito “pazzo” in seguito ad un “delirio di gelosia”, quindi non meritevole di galera (riservata alla gente “normale”), ma di una struttura adatta alla sua pazzia. Quindi la sentenza stabilisce un’equazione tra “gelosia” (per lo meno quella estrema, paranoica) e “pazzia”? Se le cose stanno così, quasi quasi sottoscrivo. E che un tribunale sancisca questa equazione dovrebbe farmi piacere. Considero la gelosia uno dei sentimenti più meschini, egoisti e pericolosi dell’essere umano (il che non vuol dire che neghi l’esistenza di questo basso sentimento). Gli esseri umani sono pure questo: egoisti, meschini, approfittatori, avari, paurosi, limitati: quindi gelosi. E una società basata sull’individualismo, sulla concorrenza, sulla proprietà privata (e sulla miseria affettiva e sessuale, figlia anche della sessuofobia insita nelle religioni, in particolare quelle monoteiste, ben più antiche del capitalismo) non può che produrre gelosie a non finire. Inoltre, come ho già detto nel precedente articolo, questo squallido sentimento viene continuamente esaltato ovunque. Quanti di noi non hanno mai sentito nella loro vita la frase “Se non è geloso è perché non la ama”? Non si chiede, persino nel contratto matrimoniale laico, la “fedeltà reciproca”? Esiste qualcosa di meno riprovevole, nel sentire “popolare”, del “tradimento” (si badi bene alle parole, che sono come pietre che cadono in testa all’adultera – un po’ meno all’adultero -)? Non importa se due “coniugi” si ignorano, passano la maggior parte del tempo a litigare, si disprezzano mutuamente, ecc. ecc. Questa è la vita di coppia, si sa, “coi suoi alti e bassi”. Ma scatta subito la riprovazione di massa verso “l’adulterio” (soprattutto femminile, che guarda caso era sancito penalmente fino a pochi decenni fa, e lo è ancora nei paesi più barbari e arretrati). Nei testi “sacri” di ebrei, cristiani e musulmani veniva punito con la lapidazione, ricordate? E qualche imbecille continua a farlo, dal Sudan all’Afghanistan. Allora siamo d’accordo con i giudici? Sei geloso, quindi sei un coglione. Sei un geloso violento, quindi sei un pazzo. Perfetto. Solo che non è così semplice. Appunto perché viviamo in una società che fa della monogamia (reciproca, ma in particolare femminile) uno dei pilastri fondamentali della sua “morale” (e poco importa di quanta ipocrisia ci sia in questo “credo”) e della rottura di questo tabù il “tradimento” per antonomasia, citare in un proscioglimento la gelosia come movente principale, se non unico, ha oggettivamente l’effetto di rafforzare l’ideologia sessuofobica e liberticida che si nutre di questa paranoia possessiva. Le mani potenzialmente assassine dei molti maschi violenti (e delle poche femmine che li imitano) si sentiranno meno “autorizzate” da sentenze come questa? Mi permetto di dubitarlo.

Flavio Guidi