Oggi il tribunale di Brescia (sì, quello che condanna per un picchetto di lavoratori, o quello che mi ha condannato per aver scritto “arrogante padroncino” ad uno sfruttatore) ha assolto un uomo di 80 anni per aver assassinato a coltellate sua moglie. A quanto pare il marito in questione, quando uccise la moglie, era “incapace di intendere e volere”, in preda ad un raptus di gelosia. Sembra di essere tornati indietro di mezzo secolo, in quell’Italia bigotta e reazionaria che prevedeva il “delitto d’onore”. Lo stesso “onore” che veniva (e viene) celebrato ogni volta che si ricordano le centinaia di migliaia di poveracci “morti sul campo dell’onore”, quello che ispira, insieme a quell’altro concetto tipico dei cani, quello di “fedeltà”, quella polvere d’umanità fascista che ammorba gli stadi di calcio e le manifestazioni dei “patrioti” tricolorati. Quando ho letto la notizia, mezz’ora fa, su La Repubblica, non ci volevo credere. Non che io sia un amante delle punizioni esemplari, tipo ergastolo (per non parlare della pena capitale) o evocate castrazioni. Non conosco minimamente la vicenda, il “vissuto” del carnefice (che sicuramente del tutto “a cento”, per dirla alla bresciana, non dev’essere), né quello della vittima, e lungi da me voler infierire su chi sta (o meglio stava) in galera. Ma qui non è in gioco la clemenza, la generosità, o una malintesa “comprensione” nei confronti dell’accoltellatore. Qui si ritirano fuori dall’immondezzaio della storia le peggio nefandezze della storia umana. Lo stesso, squallido e meschino concetto di “gelosia”, che rimanda direttamente a quello di proprietà (privata) dovrebbe giustificare, o almeno attenuare, la presunta follia omicida? Tu sei “mia”! Quante volte lo sentiamo nelle canzonette, lo vediamo nei film, lo percepiamo nella pubblicità, lo leggiamo nei romanzi? Questa intossicazione possessiva, frutto della proprietà privata e dello squallore amoroso e sessuale, che permea tuttora questa società patriarcale, è probabilmente una delle malattie più difficili da curare, che nasce ben prima del capitalismo e, temo, durerà ancora a lungo dopo il superamento di questa forma primitiva di organizzazione sociale. Un lotta contro il “fascismo quotidiano” di cui parlava Reich, che si annida in ognuno di noi, maschi (soprattutto), ma anche femmine, sussunte alla dominazione patriarcale. Non ce ne sbarazzeremo facilmente, lo so. Ma che questa peste sia usata come scudo per, se non giustificare, attenuare le responsabilità di un femminicidio, mi sembra veramente osceno. Per questo domattina, alle 11,30, sarò alla manifestazione indetta dalle rete “Non una di meno” davanti al Tribunale di Brescia, in via L. Gambara.

FG