(Gianni Sartori)

Ormai manca poco. L’anno prossimo cadrà il 40° anniversario della morte atroce- in sciopero della fame – di Bobby Sands e altri nove prigionieri repubblicani irlandesi. Contemporaneamente perdeva la vita in una prigione spagnola il militante dei Grapo Juan José Crespo Galende, basco.

E vorrei qui ricordare un altro triste anniversario. Quello della morte di Barry Horne, anarchico e antispecista, militante dell’ALF. Morto venti anni fa nel novembre 2001 sempre per le conseguenze di alcuni lunghi scioperi della fame contro la vivisezione. Un riferimento non casuale in quanto il compagno Barry Horne (un lavoratore – spazzino – padre di sue figli) aveva iniziato il suo impegno politico, oltre che nei movimenti antifascisti, proprio nei comitati di sostegno (sorti anche in Gran Bretagna) alla causa irlandese e agli hunger strikers del 1981 (a cui si richiamerà esplicitamente durante le sue proteste in carcere).

Prima e dopo di loro – e via via fino ai nostri giorni –  tanti altri prigionieri politici si sono incamminati – immolandosi – su quel sentiero senza ritorno. 

Niente di nuovo per l’Eire dato che l’intera storia delle rivolte irlandesi era già costellata di scioperi della fame fino alle estreme conseguenze. Invece negli anni successivi il maggior numero di vittime sarà costituito da esponenti della sinistra rivoluzionaria turca e curda. Senza dimenticare tutti quei prigionieri baschi (etarras ma non solo) e dei Grapo che – sottoposti all’alimentazione forzata – sopravvissero, ma rimanendone devastati fisicamente e psicologicamente. 

Per la mia generazione il primo caso eclatante (ben oltre i digiuni, più che altro simbolici, di qualche pacifista o radicale) era stato quello di Holger Meins, morto a 33 anni nel carcere di Wittlich.

Il militante della Raf tedesca (nome di battaglia Starbuck) era già noto e apprezzato come artista, fotografo e cineoperatore. Arrestato nel giugno del 1972,  al momento del decesso (9 novembre 1974) pesava meno di 45 chili (misurava un metro e novanta di altezza). Era in sciopero della fame da circa due mesi per protestare contro le condizioni in cui versavano i detenuti politici e la morte sarebbe dovuta alle lesioni interne provocate dall’uso di una cannula per l’alimentazione forzata con le stesse dimensioni del tubo digerente.

Ma torniamo a Bobby Sands.

Raramente – penso – la tragica morte di un rivoluzionario è stata altrettanto “spettacolarizzata”, mercificata, strumentalizzata.

Più di lui, soltanto Ernesto Guevara de la Serna.

Tentativi di strumentalizzazione a volte ignobili (vedi il “sidro Bobby Sands” commercializzato da Casa Pound di Bozen), a volte solamente squallidi. Come un ambiguo sito  dove gli articoli sull’Irlanda e sul Movimento repubblicano si mischiavano con interventi – maleodoranti perché  compiacenti – su e di personaggi come Giusva Fioravanti (interviste e lettere comprese). Alimentando quella sovrapposizione tra destra e sinistra già propagandata dai “nazi-maoisti” (uso il termine, un’aporia mediatica, per comodità –  di  Lotta di popolo e da Terza Posizione. In questo caso, tra l’ esaltata “azione” dei NAR – sostanzialmente una squadra della morte analoga a quelle lealiste UVF e UFF o a quelle antibasche, parastatali, tipo BVE e GAL – e la lotta di liberazione dei Repubblicani irlandesi. Ma su questi tentativi di mistificazione da parte della Destra (compresa quella rosso-bruna) sono già intervenuto fin troppo direi. * 

Ammetto invece di aver sottovalutato un altro genere di strumentalizzazione. Anzi, di appropriazione indebita. Da parte di qualche intellettuale di estrazione borghese che – mentre beatificava Sands e compagni – contemporaneamente di fatto ne mascherava (tradiva?)  l’identità sociale. Come lo stesso Sands ricordava, gli hunger strikers del 1981 provenivano tutti dalla working class. In senso lato ovviamente: anche un giovane disoccupato del Bogside o di Falls road resta comunque “classe operaia”. Proletariato diciamo. 

Ma questo non emerge quasi mai (se non in forma di compiacente, aristocratico paternalismo) dagli articoli e dai volumi prodotti – a  scadenza regolare, praticamente ad ogni anniversario –  da tali personaggi. I quali, per inciso, magari in contemporanea ci riservano entusiastiche recensioni di libri come il fuorviante “Patria” di Fernando Aramburu, oggetto di elogi e sproporzionati. Qualcuno si era spinto fino al punto di definirlo la “versione basca di Delitto e castigo”. Direi piuttosto che ricorda – per metodo e stile – quella miriade di  romanzetti gialli, di produzione inglese, dove i militanti dell’Ira venivano rappresentati come frustrati e psicopatici.

Capisco che scrivere sulla stampa cattolica (comunque ben disposta, comprensiva verso i correligionari irlandesi) o “revisionista” (in senso lato) implica qualche compromesso e qualche rimozione. Ma – sinceramente – non comprendo come si possa  accettare senza una piega la totale criminalizzazione degli etarras, dei prigionieri politici baschi dopo aver santificato i provisionals, i prigionieri repubblicani. Misteri della fede? O mi ero perso qualcosa?

Una precisazione. Ovviamente occorre distinguere. Ci sono borghesi e borghesi. Da un lato i Giampaolo Pansa, dall’altro, per citarne un paio, i fratelli Rosselli.

Per esempio. Nonostante abbia preso qualche cantonata (presumo per ingenuità) consentendo a una ex esponente di Terza Posizione in carriera di presentare – pubblicamente e in sede prestigiosa – la biografia di Bobby Sands, una brava giornalista e scrittrice vicentina si era già guadagnata i galloni sul campo. Sia andando a indagare sulle violazioni dei Diritti umani in Irlanda in tempi non sospetti (ancora nel 1982), sia – per dirne una – partecipando alla manifestazione del 1984 in cui venne ucciso Sean Downes (e continuando a fotografare anche durante il micidiale assalto della RUC).

Ma ricordando lo sciopero del 1981, ormai non è più possibile ignorare (o fingere di ignorare) quanto emerso nel frattempo. Il lato oscuro dei tragici eventi del 1981.

Mi riferisco – ovviamente – alle trattative segrete (a questo punto sarebbe ipocrita definirle “presunte”) tra Sinn Fein e governo inglese.

Sotto accusa – sia da parte di qualche  ex prigioniero, sia da alcuni familiari degli hunger strikers – proprio Gerry Adams. 

Stando a quanto si poteva leggere nel libro Blanketmen  di Richard O’Rawe (pubblicato nel 2008 e ampliato nel 2010 con Afterlives), ancora all’inizio di luglio (1981) il governo inglese avrebbe offerto agli hunger strikers una soluzione onorevole: l’accettazione di quattro delle cinque richieste. Una proposta che consentiva la sospensione dello sciopero e quindi la salvezza di almeno sei di loro (già troppo tardi per Patsy O’ Hara, la quarta vittima). Ma tale opportunità non sarebbe stata colta da Adams e dagli altri dirigenti del Sinn Féin (già ben avviati sul percorso elettoralistico) e nemmeno ne vennero informati i prigionieri.

Significativa la testimonianza di un ex POW e HS, Gerard Hodgins.

Due particolari circostanze – aveva dichiarato Hodgins in un’intervista – mi hanno spinto ad accorgermi finalmente dell’inganno che Adams aveva tessuto. La prima, uno sciopero dei locali collaboratori scolastici per i salari e le condizioni lavorative, che lo Sinn Féin sostenne finché non riuscì ad ottenere la carica al ministero dell’educazione e di conseguenza la responsabilità di risolvere la questione; ma proprio allora i lavoratori in sciopero furono abbandonati e denunciati dallo Sinn Féin.
In secondo luogo, la morte, nello stesso periodo, di una delle più grandi personalità che l’umanità abbia conosciuto: Brendan Hughes.
Ho assistito allo show di Gerry Adams che sputava menzogne su Brendan Hughes per la gioia dei media, e sfruttava la sua morte per costruire la propria immagine e il proprio profilo mentre le oscure voci della sua propaganda bombardavano con vili chiacchiere e pettegolezzi la memoria e l’integrità di ‘The Dark
(in riferimento alla controversa questione dell’uccisione da parte dell’IRA, su ordine – questo sì solo presunto – di Gerry Adams, di una vedova madre di dieci figli, eliminata in quanto ritenuta un’informatrice della polizia nda).

“Inoltre-  aggiungeva Hodgins – ho osservato come alcuni miei ex-compagni provenienti dalla mia stessa classe socio-economica (sempre la working class di cui si diceva nda) sono diventati in breve tempo altamente benestanti, in grado di permettersi automobili da 60.000 sterline e numerose proprietà in giro per l’Europa (qualche anno fa un compagno irlandese mi parlava della “Armani Brigade” nda) mentre le nostre aree sono rimaste i ghetti di povertà che erano durante la guerra; ogni pretesa di Socialismo è stata abbandonata da una leadership che non ha esitato a saltare nel letto di una Tigre Celtica che presto avrebbe esaurito le forze. Il fascino e gli status symbol del potere divennero, ai piani alti dello Sinn Féin, più importanti dell’utilizzare quello stesso potere per il bene del popolo. Alla fine, non aspiravano che a diventare i nuovi esponenti di una classe media attenta a mantenere inalterate le istituzioni e a collezionare premi per i suoi servigi allo stato.
Forse, l’esempio più lampante di quanto Adams e i suoi si siano ormai discostati dalle loro origini repubblicane è la loro sconcertante mancata azione per rimediare alla crisi irrisolta nella prigione di Maghaberry, dove i prigionieri Repubblicani sono vittime di brutalità e di umiliazioni in scenari che hanno troppo dei giorni più bui della Blanket Protest negli H-Blocks”.

Per inciso, ricorda in parte quanto è avvenuto, se pure con modalità diverse, in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid. Una fetta consistente della dirigenza dell’ANC si è imborghesita (assimilandosi al ceto medio) mentre gran parte dei militanti di base è rimasta a vivere – da diseredati – nei ghetti. Come era accaduto – tra le mie conoscenze – anche a militanti vittime di dure carcerazioni e di torture (oltre che sfuggiti per un pelo alla forca) come i “Sei di Sharpeville”. 

Nella stessa intervista Gerard Hodgins sosteneva che le rivelazioni sulle trattative clandestine fra Gerry Adams e il governo inglese “sono un argomento che richiederebbe di essere trattato con maggior franchezza e profondità; ma si tratta di un segreto strettamente protetto di cui né Adams né gli inglesi sembrano avere molta intenzione di discutere. No – precisava – non sapevo di questi colloqui durante lo sciopero della fame, e nessuno degli hunger strikers venne informato sull’estensione delle offerte britanniche. Le notizie si diffusero soltanto all’interno di una ristrettissima cerchia di persone; essenzialmente, Adams condusse l’hunger strike per giovare al suo personale obiettivo politico, e questo è reso indiscutibilmente palese non solo dal fatto che abbia rifiutato l’offerta del 5 luglio, ma anche che abbia evitato di informare gli hunger strikers del contenuto dei suoi colloqui con gli inglesi e della natura delle loro offerte”.

Ovviamente, tale imborghesimento “elettoralistico” (alla Andrea Costa per intenderci) della leadership repubblicana non avrà turbato più di tanto gli “addetti ai lavori” di estrazione borghese che da anni, a ogni scadenza e anniversario, ci riversano l’ennesima strenna sull’Irlanda e gli irlandesi. Del resto forse non sono nemmeno attrezzati per cogliere questo aspetto della faccenda. Ossia della riproduzione e riproposizione, anche all’interno delle organizzazioni un tempo rivoluzionarie, di rapporti sociali borghesi e gerarchici. 

Sulla delicata questione della morte di McConville e sulla polemica con Brendan Hughes è comunque doveroso riportare anche la versione di Gerry Adams. Quel Gerry Adams che avevo visto invecchiare – nelle foto – funerale dopo funerale e solo intravisto di persona a Belfast. Ma con cui ho avuto modo di trascorrere praticamente un’intera giornata. A Venezia il 20 maggio 1994 dove presentava il suo libro “Strade di Belfast” (ed. Gamberetti)**. Insieme ai compianti Stefano Chiarini e Terence “Tarloc” Clarke, all’amica Orsola Casagrande e a Ronan Bennet.  

Tra l’altro, una coincidenza, proprio quel giorno – grazie al fax messo a disposizione da un quotidiano veneziano – Adams si era visto recapitare ventun pagine di chiarimenti in merito alle precisazioni richieste dal Sinn Fèin (tramite il premier irlandese Albert Reynolds, ancora prima del Natale 1993) sulla famosa “Dichiarazione di Downing Street”. Fino a quel momento la risposta di Londra era stata lapidaria: “Non c’era bisogno di alcuna precisazione”. Poi, inaspettatamente – e mentre Adams si trovava all’estero – ben 21 pagine di chiarimenti. “Niente male – aveva commentato con noi a pranzo – se pensiamo che non c’era bisogno di alcuna precisazione”.

Conoscevo bene Brendan Hughes – ha dichiarato Adams – meglio di Ed Moloney o Anthony McIntyre (rispettivamente autore e collaboratore del libro Voices from the Grave in cui veniva riportata la testimonianza di Hughes nda). Lui non stava bene e non lo è stato per un periodo molto lungo, anche durante il lasso di tempo in cui ha rilasciato queste interviste. Brendan era contrario anche alla cessazione della lotta armata dell’ IRA e al processo di pace. Questo era un suo diritto (…). 

Respingo assolutamente ogni accusa secondo cui io abbia avuto mano o o preso parte, nell’uccisione e nella scomparsa di Jean McConville o in una qualsiasi delle altre accuse che vengono promosse da Ed Moloney”.***

Pervase di amarezza le dichiarazioni rese nel 2012 al Sunday World da Louise Devine, figlia di Mickey Devine (militante dell’Irish NationalLiberation Army) la decima e ultima vittima dello sciopero:

“Esiste ormai una montagna di prove sull’esistenza di un’offerta degli inglesi, che fu accettata dalla direzione carceraria dell’IRA, ma venne respinta dalla dirigenza esterna (tra l’altro par di capire che l’INLA, nonostante la partecipazione dei suoi militanti allo sciopero, venne tenuta completamente all’oscuro anche solo dell’esistenza di trattative nda). Se mio padre avesse saputo di quella proposta, avrebbe terminato il suo sciopero. Era un uomo giovane con due figli che adorava e meno di due anni ancora da scontare in prigione. Aveva tutte le ragioni per continuare a vivere. Invece ha trascorso sessanta giorni d’agonia ed è morto per niente, perché gli inglesi erano già disposti a soddisfare quasi tutte le richieste dei prigionieri (…). Voglio delle risposte. Avevo solo cinque anni quando ho visto mio padre agonizzare e poi morire in quel campo di concentramento che era la prigione di Long Kesh. Mi sono seduta sul suo letto e lui non riusciva neanche a vedere me e mio fratello perché era cieco. Mi ricordo le lacrime che gli colavano sul viso quando l’abbiamo lasciato per l’ultima volta”.

Fin da bambino Micki Devine era vissuto in condizioni di estrema povertà a Derry. Raccontava di aver spesso patito la fame e come queste esperienze lo avessero indotto a militare in un’organizzazione della sinistra rivoluzionaria. Come appunto l’INLA di cui fu uno dei primi membri a Derry. Iniziò lo sciopero della fame a metà giugno e morì il 20 agosto 1981, all’età di 27 anni. 

Un altro hungher striker dell’INLA di Derry fu Patsy O’Hara. Ho conosciuto i suoi genitori, visitato in più di un’occasione la loro casa  e posso testimoniare sull’indubbia condizione proletaria di tale famiglia. Nel 1975 O’Hara si era staccato dall’IRA per unirsi all’INLA. Stando a quanto mi raccontava lo scrittore  Ronan Bennet (che per un periodo ne condivise la cella) Patsy venne arrestato una prima volta per una sorta di “vendetta” da parte di un membro degli Officials – un’iniziativa personale, sottolineava – che nascose delle armi nella sua cantina per poi denunciarlo alla Ruc. Arrestato nuovamente per la sua militanza, in carcere subì ogni tipo di violenza fisica e psichica. Morì il 21 maggio all’età di 24 anni. Nel 2015 anche sua madre, Peggy O’Hara, se n’era andata per sempre. Come ho detto, l’avevo conosciuta e visitata a casa sua, a Derry, in varie occasioni. Mi ha lasciato, oltre a una drammatica intervista dove raccontava quei giorni di immenso dolore, anche alcune foto del figlio e una toccante dedica sul libro che mi aveva regalato (“The irish Hunger Strike” di T. Collins).

Contemporaneamente a quelli degli irlandesi negli H Block, proteste analoghe si svolgevano nelle prigioni spagnole.

Allo sciopero della fame dell’inverno e della primavera del 1981 (contro i maltrattamenti, le torture e il regime di isolamento totale – incomunicacion absoluta – utilizzato nel carcere di massima sicurezza di Herrera de la Mancha) aderirono inizialmente diversi detenuti, sia di ETA che dei Grapo. Nonostante in seguito alcuni avessero via via rinunciato (anche, va detto, per non subire l’alimentazione forzata e questo spiega in parte la differenza di comportamento con i prigionieri irlandesi) verso la metà di maggio 1981 i detenuti in huelga de hambre erano ancora circa una sessantina.

Crespo, un comunista basco originario Las Karreras (Bizkaia), era stato arrestato nel settembre del 1979 e condannato a 37 anni di carcere. Detenuto inizialmente a Carabanchel (Madrid), venne trasferito prima a Zamora e infine a Herrera (a causa sia della spettacolare evasione di cinque Grapo nel dicembre 1979, sia delle sue azioni di protesta). 

La situazione dei prigionieri (già molto dura in quelle che venivano dette “carceri si sterminio”) diventava insostenibile dopo il tentato golpe del febbraio 1981 (sembra che il generale Pardo avesse dato ordine di fucilare immediatamente i detenuti appartenenti a ETA e ai Grapo).

Di fronte agli ulteriori inasprimenti dopo qualche giorno nelle carceri spagnole riprendevano le proteste (altri scioperi della fame della durata di circa sessanta giorni si erano svolti in precedenza).

Del resto i baschi abertzale lo hanno sempre detto e sostenuto. In realtàil tentato golpe del febbraio 1981 era in parte riuscito. O almeno la sua rappresentazione spettacolare. E ovviamente pensavano sia al peggioramento della condizione dei detenuti, sia al Piano Zen e alla ricostituzione delle squadre della morte (vedi il GAL che riciclava i mercenari del BVE). 

Crespo aveva iniziato a rifiutare il cibo 14 marzo, sopravvivendo poi per altri 96 giorni. 

Dal 27 aprile, insieme ad altri tre militanti della stessa organizzazione, venne portato nell’ospedale penitenziario di Carambachel. Ufficialmente per “precauzione medico-sanitaria”.

Ai primi di giugno l’amministrazione carceraria – tramite gli avvocati – proponeva un compromesso: la sospensione della protesta in cambio di un miglioramento – definito “sustancial” – della situazione carceraria. In particolare la riduzione del tempo (fino ad allora di 23 ore al giorno) in cui i prigionieri rimanevano chiusi in cella. Avrebbe riguardato soltanto le ore notturne, mentre durante il giorno potevano aver accesso al cortile e alla sala della televisione.  Proposta rifiutata in quanto i prigionieri, per lunga esperienza, non si fidavano di promesse verbali, ma pretendevano un accordo scritto. Il 24 maggio 1981 sul quotidiano basco Egin veniva pubblicato un articolo sulla situazione di Crespo (ormai quasi cieco e senza voce) giunto al sessantesimo giorno di digiuno totale. La morte sopraggiungeva il 19 giugno. Una dozzina di altri militanti riporteranno danni irreparabili.****

*nota 1:   http://csaarcadia.org/fascisti-tenete-giu-le-mani-dallirlanda/

**nota 2: https://centrostudidialogo.com/2017/01/30/memoria-storica-strade-di-belfast-unintervista-a-gerry-adams-di-gianni-sartori-1994/

***nota 3: Per la cronaca, ricordo che ancora nel 1986, proprio in polemica con la rinuncia all’astensionismo elettorale del Sinn Féin di Adams e Mc Guinnes venne fondato da Ruari O’Bradaigh il Republican Sinn Féin (Sinn Féin Poblachtach). E’ opinione diffusa che la  Continuity Irish Republican Army (CIRA) – contraria agli Accordi di pace – abbia rappresentato l’ala militare del Republican Sinn Fein.

**** nota 4: Il 25 maggio 1990 moriva all’Hospital Gregorio Maranon di Madrid José Manuel Sevillano Martin, un altro esponente dei Grapo. In huelga de hambre da 175 giorni contro la dispersione e dopo essere stato alimentato a forza.  Studente-lavoratore, prima di aderire ai Grapo Sevillano Martin aveva fatto parte del Sindicato Obreros del Campo, del Colectivo Cultural de Marchena e del Comité Anti-Otan. Un proletario, un comunista. Uno che difficilmente verrà mai ricordato da quei borghesi che da anni sfornano libri a manetta, tipo strenne, sugli scioperi della fame del 1981 in Irlanda e su Bobby Sands in particolare. Personaggi che su queste tematiche si sono costruiti talvolta una vera e propria carriera, acquistando comunque credenziali e riconoscimenti pubblici.