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Le case automobilistiche occidentali e giapponesi stanno perdendo terreno in Cina — e non di poco. Nel giro di pochi anni, la loro quota di mercato si è dimezzata, travolta dall’ascesa dei produttori locali come BYD, Geely e Xiaomi in un mercato ormai dominato da elettrico e ibrido.

Il punto è che il gioco si è completamente ribaltato: dopo decenni in cui erano i cinesi a imparare dagli occidentali, oggi sono Volkswagen, Toyota e Stellantis a dover rincorrere — affidandosi a tecnologia, software e persino partnership cinesi per restare a galla. Toyota integra HarmonyOS di Huawei, Honda vende auto elettriche prodotte in Cina, Stellantis compra quote di aziende cinesi e valuta di aprire le fabbriche europee ai partner di Pechino.

Il problema non è più costruire auto, ma farle funzionare: il vero tallone d’Achille dell’Occidente è il software. Il caso Volkswagen è emblematico: miliardi bruciati nella divisione Cariad, la divisione software interna di VW, ritardi clamorosi e sistemi inferiori rispetto ai concorrenti cinesi. Risultato? VW è stata costretta a rivolgersi a Xpeng per ottenere tecnologia che non è riuscita a sviluppare da sola.

Nel frattempo, la Cina corre a una velocità che l’industria occidentale fatica anche solo a seguire: nuovi modelli sviluppati in 18-24 mesi, contro tempi molto più lunghi in Europa. Non a caso, i gruppi occidentali stanno aprendo centri R&D direttamente in Cina per accedere a talenti e competenze che non riescono a replicare in casa.

La crisi energetica scatenata dalla guerra tra Stati Uniti e Iran sta contribuendo a spingere mezzo mondo dritto verso la Cina. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas ha reso evidente quanto le economie globali siano vulnerabili, e la risposta dei governi è stata quasi ovunque la stessa: accelerare su rinnovabili, elettrificazione e nucleare.

Ma qui emerge il paradosso: più i paesi cercano di liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili, più finiscono per dipendere da Pechino.

L’Occidente lo sa benissimo e prova a correre ai ripari: dazi, politiche industriali, tentativi di riportare la produzione in casa. Ma la realtà è più brutale: senza la Cina, la transizione semplicemente rallenta o diventa troppo costosa. Ed è per questo che, nonostante la retorica sulla “riduzione della dipendenza”, i leader di mezzo mondo continuano ad andare a Pechino per stringere accordi, attrarre investimenti e garantirsi forniture.

Sul piano geopolitico, la frattura è netta: gli Stati Uniti puntano ancora sui combustibili fossili e sugli accordi energetici tradizionali, rischiando però di lasciare alla Cina la leadership nel settore più strategico del futuro. L’Europa invece prova a barcamenarsi, cercando di ridurre la dipendenza senza rompere davvero con Pechino.

Ma la guerra ha scatenato problematiche non indifferenti anche in Cina: pur avendo contenuto l’impatto della guerra in l’Iran, Pechino sta rafforzando la propria sicurezza energetica puntando su scorte strategiche, nucleare e resilienza interna. 

Ma il punto chiave è geopolitico: Pechino vede un mondo più instabile e competitivo e risponde approfondendo la cooperazione energetica con la Russia, per garantirsi forniture di petrolio e gas e ridurre i rischi legati alle crisi globali.

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