Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa prima riflessione scritta a caldo dai compagni del Laboratorio politico Iskra su una settimana di continue mobilitazioni nella città di Napoli – che ha visto anche la animata protesta degli operai della Whirpool contro la chiusura della fabbrica. I temi toccati (o soltanto sfiorati) in questo testo sono molteplici, complicati e intrecciati. Andranno discussi in profondità, con il massimo impegno comune per approssimarci il più possibile alla realtà e alle dinamiche delle diverse classi sociali, dei diversi strati sociali e delle ancor più diverse forze politiche che si sono poste in movimento in quest’ultimo periodo. Per intanto, mettendo in fila lo sciopero dei facchini e dei driver della logistica del 23 ottobre, l’iniziativa del Patto d’azione di sabato 24 ottobre con la messa al centro delle necessità proletarie più urgenti, e le successive manifestazioni di piazza di Napoli, Roma (ieri) e altre città, possiamo registrare che le cose cominciano a muoversiMa è soltanto l’inizio. Un pungolo per il grosso del nostro esercito di classe che è ancora fermo, e sul quale – con un misto di brutalità e di abilità – operano governo e Confindustria.

Negli ultimi giorni, a partire dalla sera di venerdì 23, è finalmente esplosa la protesta attorno alle misure relative al contenimento del contagio da Coronavirus. Non usiamo a caso queste parole: è da tempo che diciamo e crediamo che un malessere diffuso era dilagato in diversi settori della nostra società, e finalmente è esploso. Un malessere che viene da lontano: la situazione economico-sociale del nostro paese è devastante da anni a questa parte. La zoppicante ripresa dell’economia avuta nell’arco di questi anni non solo non ha rimediato ai danni della crisi del 2008, ma ne ha accentuato problemi irrisolti. In particolar modo l’aumento del mondo del lavoro non garantito: un esercito di precari, inoccupati, disoccupati, lavoratori a nero o a contratto a termine, che durante questa emergenza ha visto arrivare al capolinea la propria condizione di povertà, finora aggrappata ad espedienti di vario tipo. Non è un caso, infatti, che dopo le ondate di scioperi lanciate da lavoratori metalmeccanici e facchini nei mesi di lockdown che hanno caratterizzato i primi mesi della pandemia (non siamo carne da macello, la salute prima del profitto, astensione al lavoro), queste proteste nascano proprio nei corpi sociali caratterizzati da questa condizione.

CLASSE MEDIA, MEZZE CLASSI, CETI IMPOVERITI: COSA IMPORTA A NOI?

Non vogliamo metterci a fare quel che, come hanno detto in tanti, è poco utile fare, ovvero l’analisi sociale della composizione delle attuali piazze. Anche se sembra superfluo, è giusto sempre rispedire al mittente le costruzioni fatte da stampa e media rispetto a presunte infiltrazioni all’interno di queste manifestazioni, è la logica solita del potere a cui siamo abituati. Anzi: la serata di venerdì ha alzato il livello dello scontro su un piano più conflittuale ed ha garantito una maggiore visibilità alle piazze successive, creando inoltre un’eco nelle piazze di tutta Italia. La cosa che ci fa riflettere è osservare alcune dinamiche che si sono ripresentate anche nei momenti di piazza successivi: c’è chi in piazza, come si suol dire, non ne voleva e non ne vuole sapere niente. Arrivati allo stremo, al limite finanziario e dei pochi risparmi accumulati in vite di espedienti, l’assenza di prospettive di un settore importante (soprattutto nella nostra città, a Napoli), quello dei non garantiti, è andato contro tutto e tutti al primo momento in cui un aggregato vasto ha deciso di prendersi la piazza. Contemporaneamente, però, non si può rimanere ciechi di fronte alla presenza di tantissimi imprenditori che hanno composto la parte più dialogante (con la controparte) prima della piazza di Santa Lucia e Plebiscito, e poi della quasi totalità di quella del Vomero. Quindi, per questo, bisogna prendere in qualche modo le distanze? Siamo ancora chiusi dentro un ambito di giudizio alla purezza di questo o quell’altro? Crediamo che il problema sia più complesso, e la soluzione forse più semplice.

Che un pezzo di società sia storicamente barcollante tra benessere e precarietà, e che questa sia da individuare in particolare tra i piccoli proprietari e commercianti e tra alcune figure del mondo delle partite IVA (liberi professionisti), è ormai in questi anni acclarato. Che in tempi di crisi, quella di lungo termine del 2008 e questa legata alla pandemia, questo pezzo di società, questo ceto medio impoverito, è pronto a spostarsi da posizione di mantenimento della propria condizione ad altre, è anch’esso risaputo. Dove si possano spostare questi pezzi è anch’esso stato detto più volte: o dal lato della reazione o da quello della rivoluzione (nel senso di superamento dell’attuale sistema di relazioni sociali ed economiche). Per questo crediamo che più che il giudizio di valore (quello è uno sfruttatore, quello è mezzo fascio, quello è un pezzo di merda) bisogna capire chi, anche dentro questo enorme calderone, voglia scegliere rispetto al tornare indietro, a quella normalità che tanto abbiamo individuato come problema, o voglia andare avanti; tra chi vuole perseguire interessi collettivi anche se di categoria, o chi vuole perseguirne di personali.

I problemi (non limitanti, ma da affrontare e sciogliere) di tali mobilitazioni sono sia ideologici che pratici. Potrebbero bastare pochi spicci da parte del governo per far sparire tutta questa fetta di popolazione dalle piazze, che tornerà a tutelare i propri piccoli patrimoni e a sfruttare i giovani lavoratori precari a 30 euro al giorno? È possibile. Non dimentichiamoci però che siamo solo all’inizio di una grossa fase di instabilità, l’inizio di una probabile guerra di lunga durata, dove gli attori in campo si scambieranno e saranno molteplici, e dove avanzamenti e arretramenti, così come gli accorgimenti della controparte, saranno tanti. Molte contraddizioni ancora devono esplodere (sblocco licenziamenti, fine cassa integrazione ecc.) aprendo scenari del tutto nuovi sul territorio nazionale, mobilitando categorie del tutto differenti da quelle di oggi. Scenari a cui lo Stato sta già cominciando a prepararsi: non dimentichiamo mai cosa è lo Stato italiano e cosa può fare per preservare la propria integrità. Potrebbero arrivare momenti difficili anche solo per la sopravvivenza della nostra agibilità democratica, e a questi bisogna arrivare preparati e non solo. Tutto ciò vuol dire esserci oggi ma con un occhio complessivo.

DA RIVOLTA A CAMBIAMENTO DELL’ESISTENTE: SENZA ABBAGLI E SENZA PAURE

Proprio per questo dobbiamo essere cauti dall’innamorarci di queste piazze e capire bene dove ci sono dei margini di avanzamento: come invertire e ribaltare gli attuali rapporti di forza.

Come fare allora a interfacciarsi con questo marasma? Crediamo si possa con un punto di vista chiaro! Quando abbiamo lanciato il percorso del Patto d’azione per il fronte unico, abbiamo lanciato un progetto che non voleva essere né il centro di qualunque percorso di attivazione politica, né il punto di arrivo di questi. Abbiamo costruito questo percorso perché pensavamo potessero darsi momenti di mobilitazione popolare e collettiva ampi come questo, e a questi bisognava parlare con un fronte ampio ma dagli obiettivi chiari, con un insieme di soggetti diversi ma uniti da rivendicazioni comuni e che si basasse su un baricentro di classe. Non il fronte, ma il ragionamento alla sua base, crediamo possano e debbano essere i riferimenti da utilizzare in questa fase.

Con il fronte unico abbiamo prodotto un manifesto-programma di 12 (13) punti, il nostro piano per la ripresa. Le Reti sociali napoletane hanno prodotto un nuovo manifesto guida, specifico per le contraddizioni della nostra città e dei nostri territori. Perché una ripresa è necessaria (e non da marzo) e deve affrontare i problemi sociali del nostro paese e del nostro mondo. Dei programmi chiari devono essere uno strumento centrale per parlare alla società, alla città, a queste mobilitazioni, costruendo alternativa sociale e politica e non rincorrendo le scadenze per paura di uscire fuori da scenari che si ribaltano da un momento all’altro.

Crediamo che al centro di questi programmi sia di fondamentale importanza agitare la necessità della patrimoniale per i più ricchi del paese: perché esacerba il conflitto di classe in atto; perché può essere accolta anche dai soggetti “di mezzo” che hanno attraversato queste mobilitazioni (e quelle che verranno); perché al netto delle formule di spesa (politiche attive sul lavoro, sostegno al reddito, welfare, sanità, ecc.) dei nostri “mondo che vorrei” il tema delle risorse è centrale in questa fase storica e non può essere evaso; perché questo conflitto va spostato verso l’alto o continuerà a rimanere nelle forme di interclassismo che osserviamo oggi.

UN PROBLEMA IMMEDIATO: LOCKDOWN O LIBERTÀ

Un altro problema, che al momento affrontiamo in forme agitatorie compatibili ma che dev’essere affrontato nell’immediato, rischia di essere ancor più dirimente e divisivo. Per mesi abbiamo supportato lavoratori della sanità e della economia cosiddetta essenziale nel loro rifiuto di recarsi sul posto di lavoro. Oggi sosteniamo indirettamente anche chi, di fronte alle minacce di lockdown, vorrebbe invece andare al lavoro nonostante tutto e nonostante la situazione pandemica (a Napoli in particolare) sia incredibilmente più grave di quanto lo poteva essere a marzo. Una contraddizione da cui dover uscire, ma come?

Il successivo ritiro del lockdown da parte di De Luca non è assolutamente una vittoria per noi. Un contentino necessario per spegnere un pezzo di chi si è mobilitato fino ad ora, ovvero tutto un pezzo di commercianti (grandi e piccoli) che rischiavano di essere duramente colpiti da questa misura. Dobbiamo necessariamente andare oltre, anche perché l’apertura fino alle 18.00 per tantissimi è ugualmente un problema.

La diatriba dicotomica tra lockdown si o lockdown no (che ripropone il tema di scuole aperte o scuole chiuse portando contraddizioni anche dentro la stessa genuina platea studentesca) rischia di essere un boomerang in ogni caso. Il lockdown è stata la misura che ha permesso di affrontare la pandemia in gran parte delle regioni d’Italia e del Mondo (dove non è stata presa in considerazione, il disastro è stato enorme come in Inghilterra, Brasile o USA), ma è ora riproponibile? E come? Dobbiamo uscire da questo limbo trovando delle formule che ci permettano di parlare anche a chi il lockdown non lo vuole al più presto perché ha aspettato l’estate solo per poter tornare alla sua normalità. Dobbiamo per questo lottare per avere le strutture (sanitarie, infrastrutturali) per poter non fare il lockdown e convivere in sicurezza con il virus, o avere le risorse (economiche) adeguate per poterlo affrontare. Invece che lockdown si o lockdown no, dire in lockdown ci andiamo solo se nell’arco di un mese fate quello che avreste dovuto fare in 8 mesi, e nel frattempo in questo mese andare anche in lockdown ma con le risorse necessarie ad affrontarlo. Una proposta, senza l’altra, rischia di essere ulteriormente divisiva.

Necessitiamo di costruire un discorso complessivo per tutti i nostri: i proletari, gli sfruttati e i dannati della terra, gli uomini e le donne libere di questo mondo, che finalmente possono prendere potere e parola e far tremare il germe del capitale.

Da Il pungolo rosso