I risultati delle elezioni presidenziali del 3 novembre negli USA, il principale paese capitalista ed imperialista del mondo, avranno una rilevanza politica e sociale estrema all’interno, ma anche una ricaduta non meno profonda sul piano geopolitico internazionale, traversato da profondi contrasti e da una acuta concorrenzialità economica e politica delle diverse potenze capitaliste. 

Quattro elementi principali hanno segnato in questo ultimo anno la situazione politica e la corsa alla casa Bianca:

  • l’esplodere della crisi sanitaria che il governo americano non ha voluto affrontare in modo adeguato e che sta producendo  effetti devastanti;
  • la grande mobilitazione intorno alla candidatura socialista di Bernie Sanders infine interrotta dalla pandemia e dall’azione conservatrice dell’apparato del Partito democratico;
  • la rivolta sociale senza precedenti de Black  LIves Matter con le sue ripercussione nel mondo intero; 
  • infine naturalmente la politica ultrareazionaria, razzista ed autoritaria del presidente Trump e la minaccia di non rispettare il voto del 3 novembre se a lui sfavorevole, ipotizzando una vero e proprio colpo di mano per conservare il potere.

E’ in questo quadro che le forze della sinistra americana, che, se pur minoritaria è però assai attiva socialmente e politicamente e che anzi nel corso degli ultimi anni si è rafforzata grazie alla credibilità sempre maggiore della necessità di una proposta socialista in ampi settori sociali di fronte al congiungersi delle diverse crisi, sono chiamate ad operare. Sul piano sociale il loro impegno è ben definito; sul piano politico ed istituzionale le scelte tattiche non sono facili di fronte al doppio scoglio, il carattere ultrareazionario di destra e di estrema destra di Trump da una parte e le opzioni capitaliste liberiste del candidato democratico Biden dall’altro. 

Senza dimenticarsi che è presente nella corsa presidenziale anche il tandem del Partito verde di Howie Hawkins e Angela Walker. Il partito verde ha ottenuto nell’elezioni del 2016 l’1,1%. E’ un voto però che sottovaluta le sue potenzialità. Il sistema di voto negli USA è molto discutibile ed anche poco democratico. In primo luogo per affrontare una campagna nazionale di quel genere occorre una barca di soldi. Poi, come è noto non sono i voti popolari a decidere l’elezione dei Presidente, ma i voti presidenziali dei singoli stati, per cui, come è avvenuto nelle scorse elezioni, può essere che la candidata Hillary Clinton ottenga 2 milioni e mezzo di voti in più del suo avversario, ma venga sconfitta da Trump che ha vinto, magari di poco, in più stati, ottenendo quindi tutti i voti di quello stato.

Inoltre è molto difficile per i candidati che non siano quelli dei due partiti ufficiali potersi presentare in tutti gli stati. Il Green Party è riuscito a presentarsi 4 anni fa solo in 45 stati e in queste elezioni sarà ancora meno presente, una parte della popolazione americana non avrà quindi la possibilità di votare il suo candidato.

Nello stesso tempo è cominciata nella sinistra e tra le forze sociali una discussione su come costruire le mobilitazioni democratiche nel caso in cui Trump sconfitto, volesse mettere in atto i suoi propositi di colpo di mano.

Per avere qualche elemento di conoscenza del dibattito politico tattico della sinistra, specie di fronte al problema costituito dal Partito democratico e dai meccanismi elettorali penalizzanti pubblichiamo due articoli,  il primo espone le posizioni di Solidarity, una delle organizzazioni che fanno riferimento alla Quarta Internazionale, il secondo illustra la discussione del Democratic Socialist Party, il principale partito di sinistra che oggi conta più di 70 mila iscritti e che  molte volte partecipa alle elezioni nel quadro delle primarie del Partito democratico (è stato uno dei punti di forza della candidatura di Bernie Sanders). La sua esponente più nota è la giovane e combattiva deputata, nata nel Bronx, Alexandria Ocasio-Cortez, eletta per l’appunto nelle liste del Partito Democratico nel distretto 14 di New York  alla Camera dei rappresentanti.


Stati Uniti: quali sono le opzioni di voto della  sinistra socialista?

di David Finkel

Solidarity, l’organizzazione socialista che patrocina la rivista Against the Current, non ha preso nessuna posizione ufficiale rispetto alle elezioni presidenziali americane del 2020. Tenendo presente la complessità dei problemi e l’impossibilità di riunirsi “presenzialmente” durante la pandemia di coronavirus, il Comitato nazionale ha organizzato un sondaggio on line per saggiare le differenti posizioni dei suoi membri a questo proposito. Sono state proposte tre opzioni e i membri sono stati anche invitati ad esprimere i propri commenti.

Opzione 1. Appoggiare la campagna del Partito verde di Howie Hawkins e Angela Walker, vedendo in questa scelta elettorale un’alternativa insieme indipendente, anticapitalista e apertamente ecosocialista alla presidenza repubblicana ultra-reazionaria di Trump e alle false promesse ed alla politica capitalista neoliberista del Partito democratico e di Joe Biden -la stessa politica antioperaia che ha contribuito a mandare Trump alla presidenza. I membri di Solidarity impegnati nel Partito verde hanno formato un gruppo d lavoro per appoggiare la campagna  Hawkins/Walker, così come i candidati verdi nelle campagne locali e nazionali.

Opzione 2. Votare per i Verdi negli Stati in cui i risultati del voto presidenziale appaiano sicuri ma votare per il binomio democratico Biden/Harris negli Stati in cui il rischio di una vittoria di Trump potrebbe decidere sull’esito delle elezioni (gli Stati pivot). Questa tattica esprime il nostro appello a favore dell’urgente necessità di una politica indipendente, facendo però chiaramente capire in seno ai movimenti l’importanza di prevenire la catastrofe di un secondo mandato di Trump.

Opzione 3. “Dump Trump, Fight Biden”, cioè un voto per la candidatura democratica con lo scopo di sbarazzarsi di Trump, precisando però che una presidenza Biden, malgrado le sue posizioni progressiste standard, non rappresenta un’alternativa progressista alle politiche neoliberiste della classe dominante capitalista, all’onnipresente razzismo sistematico o all’imperialismo americano, né una lotta per qualcosa che rassomigli ad una risposta adeguata alla catastrofe ambientale. Si tratta di riconoscere che sconfiggere Trump è l’imperativo immediato ma che la lotta per una politica differente, basata sulle lotte popolari, non è aggiornabile.

I risultati del sondaggio sono stati: opzione 1: 47%, opzione 2: 27%, opzione 3: 21%. Un po’ più del 5% non ha espresso nessun tipo di preferenza ma ha allegato commenti.

Di fronte alle minacce ed alle manovre antidemocratiche di Trump, dovrà essere ugualmente chiaro che in caso di una frode elettorale che conducesse ad una grave crisi politica, la sinistra nel suo insieme dovrà partecipare alle mobilitazioni di massa per difendere il diritto di voto, affinché i voti siano calcolati correttamente ed i risultati rispettati.


Stati Uniti: qual è l’orientamento delle correnti del DSA (Democratic Socialist of America) nei confronti del Partito democratico, in una prospettiva elettorale?

Di Paul D’amato. Autore di  The Meaning of Marxism, è stato il redattore in capo di International Socialist Review. E’ autore di molti articoli su un lungo elenco di temi.

Molti membri della sinistra negli Stati Uniti, compresi alcuni vecchi partitari di una politica indipendente rispetto ai democratici ed ai repubblicani, hanno adottato l’idea che dei socialisti possano presentarsi nelle liste del Partito democratico (alcuni si sono addirittura spinti più in là, pronunciandosi per un voto a favore di Joe Biden). L’argomento è stato che ciò darebbe alla nostra corrente il tempo di rafforzarsi affinché in futuro possa rompere con successo col Partito democratico per formare un terzo partito.

Affermano, come molti portavoce del DSA (Democratic Socialist of America), che il fatto di funzionare indipendentemente dal Partito democratico condanna ormai i socialisti all’isolamento e che l’utilizzazione delle liste del Partito democratico è l’unico modo di vincere le elezioni, di riunire forze e di preparare il terreno per una futura rottura.

La maggior parte dei partitari di questa strategia, definita come “dirty break” [“rottura rinviata” o “rottura sporca”], insiste sul fatto che la loro comprensione del ruolo che svolge il Partito democratico nella società americana non è cambiata. Continuano a considerarlo come il partito delle grandi imprese che non può essere cambiato dall’interno. Ma la differenza, questa volta, dicono, è che dopo il 2016 si è sviluppato un movimento socialista, in buona parte grazie alla popolarità di Bernie Sanders (senatore indipendente del Vermont) che si è presentato come candidato democratico alla presidenza.

Tempestmag, un sito web recentemente creato da vecchi membri dell’Organizzazione Socialista Internazionale (ISO) e molti altri, ha pubblicato un articolo di Joe Evica e Andrew Sernatinger, “Taking the dirty break seriosusly” (Prendere sul serio la dirty break), che insiste su questo tema. L’articolo contiene una critica convincente e potente di quello che alcuni settori del DSA hanno proposto, usando l’espressione coniata dal vecchio membro dell’ISO Eric Blanc, la “strategia della dirty break”, dimostrando in modo persuasivo che la pratica reale del DSA nella presentazione (o nell’appoggio) dei candidati che usano le liste del Partito democratico finisce con l’essere “simile al riallineamento” (cioè a cambiare il partito dall’interno) piuttosto che ad una dinamica per una qualsiasi rottura. Scrivono:

“La posizione di Alexandria Ocasio-Cortez (eletta nel novembre 2018 alla Camera dei rappresentanti per il 14° Distretto di New York) e di altri militanti, pone un problema piuttosto grande a coloro che sono favorevoli alla CSE (Class Struggle Elections) o alla “dirty break”, così come la descrive Eric Blanc. Se la maggior parte dei candidati si collocano saldamente all’interno del Partito democratico e non hanno intenzione di uscirne, cosa può far pensare che questi sforzi ci preparino ad una rottura?”

Aggiungono: “I candidati appoggiati dal DSA non devono generalmente rendere conto all’organizzazione né lavorano direttamente alla sua costruzione ed ancor meno ad una rottura politica con il Partito democratico”.

“Non esiste nessuna prova”, concludono, che questo approccio “abbia fatto qualcosa per preparare l’indipendenza politica: d’altra parte, sono state poche le campagne sostenute dal DSA che non siano dipese dal Partito democratico. In effetti, c’è stato più il controllo del desiderio di presentarsi fuori dal Partito democratico che l’incoraggiamento della necessità di rompere con esso. Scegliere di non creare un’organizzazione indipendente ma di utilizzare le liste del Partito democratico esclude la possibilità di creare una comunità di persone capace di staccarsene. Invece di essere un mezzo efficace, anche se “sporco”, per creare un terreno più favorevole alla rottura, questa strategia ci mantiene all’interno del Partito democratico.”

E’ un argomento convincente, che molti fra di noi hanno usato in questi ultimi anni.

Ma l’articolo se la cava poi accettando il postulato di base della strategia della “dirty break”, secondo cui la sinistra dovrebbe utilizzare le liste elettorali del Partito democratico (cioè lavorare all’interno del partito) ma farlo in modo più efficace. “Dobbiamo aver la certezza che, sporcandoci, non si finisca per legittimare il Partito democratico invece di indebolirlo”, scrivono.

Gli autori dell’articolo citato propongono la seguente strategia per i candidasti del DSA che si presentano nelle liste del Partito democratico, per mettere in pratica efficacemente la “dirty break”. Essi devono:

  • Essere chiari sulla loro politica nelle campagne elettorali -cosa che ci deve far apparire diversi.
  • Astenersi dal promuovere il Partito democratico, di definirsi “fieri di essere democratici” o, in un altro modo, di voler “aggiustare” o “riconquistare” il partito.
  • Propugnare le riforme che rendono le candidature indipendenti più attraenti, più realizzabili e più competitive.
  • Non nuocere all’interesse per le iniziative indipendenti (terzo partito)
  • Astenersi dall’occupare posti nelle strutture del Partito democratico.
  • Non appoggiare altri democratici, specialmente dopo aver perso delle primarie, a meno che questi rispettino anch’essi i criteri prima menzionati.

Questi sei criteri per una “ dirty break” più efficace costituiscono una versione edulcorata delle proposte fatte da Joe Evica qualche anno fa, quando era membro dell’ISO. All’epoca, proponeva una strategia di “rottura pulita e sporca” con i seguenti criteri. Il candidato deve: descriversi come un socialista ed un anticapitalista che rifiuta l’appoggio dei grandi capitali; dichiarare apertamente che non è democratico e dichiarare che i democratici sono un partito capitalista; rifiutarsi di appoggiare qualsiasi altro democratico che non abbia la stessa posizione dichiarata; spiegare che che solo utilizza la lista elettorale democratica -dato che i terzi partiti sono bloccati dal sistema- per creare delle aperture per un terzo partito; e, infine, presentarsi come indipendente se perde nel corso delle primarie democratiche (che selezionano i candidati).

Questa proposta, enunciando in modo semplice e audace ciò che una “dirty break” dovrebbe contenere per essere considerata tale, espone immediatamente la propria decisiva debolezza. Il Partito democratico non permetterebbe in nessun caso ai candidati di promuovere politiche e  proposte che ad esso si oppongano apertamente. Hanno appena tollerato Bernie Sanders  -che ha dichiarato la propria lealtà al partito ed ha promesso di sostenere i due candidati democratici di centro quando ha perso le primarie nel 2016 (Hillary Clinton) e nel 2020 (Joe Biden). In effetti, l’apparato democratico ha lavorato per garantirsi che Sanders non vincesse mai le primarie.

Se non hanno accettato Sanders, mobiliteranno certamente ancor di più tutte le risorse del partito, addirittura riscrivendone, se fosse necessario, le regole, per impedire ai candidasti di presentarsi alle primarie in quanto democratici che volessero apertamente sabotare il partito sottraendone voti a favore d’un terzo partito. In realtà, l’hanno già fatto: nel 2019, il DNC (Democratic National Commitee) aveva preteso che tutti i candidati alla presidenza firmassero un accordo (che Bernie ha firmato) che stabiliva che “sono democratici… sono membri del Partito democratico, accetteranno la nomination democratica e si presenteranno e serviranno in qualità di membri del Partito democratico”.

Una “autentica” politica di “dirty break”, quindi, sarebbe morta in partenza.

Poco importa fino a che punto un candidato o un’organizzazione pretendano realizzare una “dirty break”, saranno immediatamente costretti a sottoscrivere seri compromessi politici anche solo per potersi presentare come democratici. Utilizzare una lista elettorale “efficacemente” significa quindi essere in qualche modo sulla via della riconciliazione col partito. Oltretutto, esiste una pressione naturale, oltre alle misure disciplinari che potrebbero essere applicate a chiunque si presenti come democratico, affinché si solidarizzi col partito, anche se in modo critico.

C’è stata un’evoluzione fra la vecchia proposta e quella del nuovo articolo citato (pubblicato su Tempestmag), che impone delle esigenze molto più tenui ai potenziali candidati di DSA ed usa un linguaggio molto più vago. Il candidato deve “essere chiaro sulla politica”, non “promuovere il Partito democratico”, non sabotare l’interesse per le iniziative dei terzi partiti e non accettare un posto nel partito o appoggiare dei democratici non appoggiati da DSA. La posizione degli autori rappresenta forse un riconoscimento indiretto dell’impossibilità pratica della strategia della “dirty break” in qualsiasi forma. Il fatto che nessun candidato appoggiato da DSA si sia presentato sulla base della strategia della “dirty break” non è forse la prova che tale concetto è solo una copertura per rimanere nel partito e nulla più? Non è ugualmente rivelatore che Eric Blanc, che inizialmente aveva inventato il termine “dirty break”, richieda adesso ai membri di DSA di votare per Joe Biden?

La seconda parte dell’articolo citato, che spiega come fare meglio la “dirty break”, annulla nei fatti la prima parte. Gli autori non traggono le conclusioni logiche della loro analisi. Se la “dirty break” è una foglia di fico per restare legati al Partito democratico, allora a cosa serve nel concreto ai socialisti?

(articolo pubblicato sul sito di International Socialism Project l’8 ottobre 2020)

Dal sito di Antonio Moscato