……In realtà fu, nei primi tempi, un interesse poco coltivato. Dopo essermi letto per tre anni un sacco di libri di Marx, di Engels, di Lenin (capendoci abbastanza poco, ad esser sincero), a 17 anni preferivo di gran lunga le manifestazioni, le assemblee tumultuose, gli scontri con fascisti e polizia, agli approfondimenti teorici. Ogni tanto qualche “scazzo” fisico con gli “stalinisti” del PCI, del MS, ecc. mi “ricordava” che per loro ero un “trotskista”, e cominciai a sentirmi quasi fiero di questo appellativo: in fin dei conti voleva dire che ero un “estremista”, un “duro”, rispetto ai “mollaccioni” moderati stalinisti (picisti o maoisti era più o meno lo stesso, per me). Il 12 maggio del ’73, a Milano, alla manifestazione internazionale per il Vietnam, vidi per la prima volta i “trotskisti” veri, quelli della Quarta Internazionale. Non tanto gli italiani, non molto numerosi, quanto i francesi della mitica Ligue Communiste di Krivine, protagonisti (non da soli, ovviamente) del famoso maggio 1968. Furono aggrediti dai maoisti di Servire il Popolo (PCML), ma respinsero agevolmente al mittente l’aggressione. Urlavano “C’est ne qu’un debout, continuons le combat“, avevano centinaia di bandiere rosse con la falce e il martello neri e il Quattro incrociati e ritratti di Trotsky. Mi avevano colpito molto e, pur senza averne chiare le motivazioni, mi piacevano. Nell’anno successivo due film colpirono la mia immaginazione, dando un’ulteriore, piccola spinta, al mio progressivo avvicinamento al cosiddetto trotskismo. Uno era “L’Assassinio di Trotsky” di Joseph Losey e l’altro Sweet Movie, di Dushan Makevev. Senza aver (ancora) letto nulla di lui, cominciai a sentirmi sempre più attirato dalla sua figura. Nel ’75 viaggio in Portogallo, in piena crisi “rivoluzionaria”: migliaia di “turisti della rivoluzione” affollavano Lisbona, nell’estate di quell’anno. Tra questi molti erano delle varie sezioni della Quarta Internazionale (francesi in testa, ça va sans dire) a portare solidarietà ai compagni portoghesi. Io, militante di AO, mi sentivo in un certo senso un po’ orfano: loro avevano “sezioni” in ogni paese, organizzazioni “sorelle” (tra cui gli spagnoli della mitica ETA-VI, fusisi con la LCR da poco) mentre noi, pur essendo in Italia ben più forti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (così si chiamava la sezione italiana della Quarta) eravamo in un certo senso dei “provinciali”, privi di una dimensione autenticamente internazionalista. Tornai dal Portogallo ancor più “freddo” nei confronti di AO e sempre più attirato dal “trotskismo”. Anche perché AO aveva intrapreso un cammino di avvicinamento al PdUP-Manifesto (che a me sembrava un’organizzazione ben poco rivoluzionaria, una specie di PCI in sedicesimo), mentre i trotskisti, insieme a Lotta Continua, mi sembravano ben più radicali. Nel frattempo era nato anche a Brescia un piccolo gruppo trotskista, il Gruppo Marxista Rivoluzionario, che proprio nel ’75 aveva aderito alla Quarta Internazionale. Cominciai quindi a leggere Trotsky (Storia della Rivoluzione Russa, La Mia Vita, La Rivoluzione Tradita, ecc.) e, tra la fine del ’75 e gli inizi del ’76, abbandonai AO per aderire, pochi mesi dopo, ai GCR. E d’allora in poi ho continuato il percorso di quella corrente politica che ancor oggi si a chiamare Quarta Internazionale, richiamandosi (non da sola) a quella fondata da Trotsky nel settembre del 1938. Certo, il mio “trotskismo” di oggi è molto diverso da quello degli anni Settanta ed Ottanta. Molta acqua è passata sotto i ponti, da Managua a Praga, da Mosca a Pechino, da Porto Alegre a Genova, dal Chiapas al Rojava. Il “mio” Trotsky di oggi assomiglia sempre meno alla caricatura del “bolscevico d’acciaio” che mi affascinava a 20 anni. Varie figure lo hanno “contaminato” col passare degli anni, a cominciare da Rosa Luxemburg, e poi di molti anarchici e libertari (che non avevano tutti i torti nel criticare il fondatore dell’Armata Rossa), Camillo Berneri in primis. Resta intatto il mio affetto per colui che più di chiunque altro (e ce ne furono moltissimi, per fortuna), nonostante gli inevitabili errori (ed anche di quelli evitabili) si batté coraggiosamente fino in fondo per impedire che la bandiera del comunismo fosse trascinata nel fango dall’orribile dittatura stalinista, pagando con la vita la sua coerenza rivoluzionaria. Il fascino del “perdente”? Forse. Un’utopia, un sogno? Forse. Sempre meglio dei vostri incubi, padroni e burocrati di tutto il mondo.

Flavio Guidi