Colin Coulter John Reynolds

Grazie all’emergenza Covid-19 e a una spolverata di verde, i neoliberisti irlandesi si aggrappano al governo. Nonostante una società che si sposta a sinistra e numerosi movimenti sociali

All’inizio di quest’anno, quando la pandemia di Coronavirus ha cominciato a entrare nella fase più letale, l’Irish Times ha pubblicato uno dei suoi articoli «dietro le quinte della politica» per eccellenza. Il redattore politico del giornale, Pat Leahy, ha riportato il tipo di battute che circolavano all’interno del partito conservatore Fine Gael, allora principale del governo custode dell’Irlanda:

«Dopo aver praticamente abolito la sanità privata, Simon Harris si chiede perché [lui] non sia un eroe per People Before Profit. . . I suoi colleghi ribattono a Leo Varadkar di essere ora il leader di un governo di sinistra più di quanto Jeremy Corbyn abbia mai potuto immaginare».

Varadkar, il Taoiseach uscente (primo ministro), è un thatcheriano ardente come possono esistere nella politica irlandese, quindi possiamo solo immaginare le scene di ilarità all’interno di Fine Gael di fronte a gag di questo tipo.

È accaduto il 28 marzo, giorno in cui sono entrate in vigore le principali misure di lockdown a sud del confine irlandese. Il Dáil, il parlamento irlandese, ha approvato una legislazione di emergenza per i sussidi salariali, un regime di disoccupazione pandemica e l’incorporazione temporanea degli ospedali privati ​​nel sistema pubblico.

L’idea che un «keynesismo di destra» di questo tipo sia paragonabile al progetto Corbyn in Gran Bretagna, o che sia stata davvero «abolita la sanità privata» è inverosimile. La definizione stessa, tuttavia, è indicativa della trasformazione che Fine Gael ha cercato di portare nel corso della pandemia, rilanciata subito dai media principali dell’Irlanda. L’immagine che si sono cuciti addosso loro stessi adesso è quella di un partito più compassionevole e umano, eppure – a differenza dei suoi avversari – sufficientemente spassionato da gestire il capitalismo irlandese in modo responsabile.

La sconfitta

In tutto questo c’è un’ironia piuttosto amara. La confluenza della costante tendenza a sinistra nelle preferenze di voto degli irlandesi – che era già in corso prima del crollo finanziario del 2008, ma da allora ha accelerato – con una serie di misure di sostegno indotte dalla pandemia ha permesso a Fine Gael di riposizionarsi e mettere qualcosa al riparo dopo il magro risultato elettorale di febbraio. Il partito ha sfruttato la crisi del Coronavirus per ottenere il terzo mandato di governo, nonostante gli elettori l’avessero ripudiato. Un aiuto inestimabile è arrivato dall’Irish Green Party, che ha fornito un sostegno vitale per la nuova coalizione di centrodestra, il cui leader ha descritto il programma per il governo come un «documento di sinistra».

Fine Gael è tornato al potere nel 2011 con il 36% dei voti e 76 seggi nel Dáil, la sua più grande truppa parlamentare di sempre. Dopo che per nove anni il partito ha gestito l’austerità brutale e le crisi croniche nelle politiche abitative e sanitarie, è crollato al 21% e 35 seggi. Gli esperti si aspettavano che Fianna Fáil, l’altro partito di centrodestra, prosperasse sulle sventure dei rivali. Ma nonostante abbia ottenuto il maggior numero di seggi, il voto per Fianna Fàil è in realtà sceso dal 24 al 22%.

Invece, la notizia delle elezioni è stata l’ascesa del partito nazionalista di sinistra «flessibile» Sinn Féin, che è salito dal 13% al 25% fino vincere nel voto popolare e interrompere il duopolio conservatore. Il programma per un «solido centro-sinistra» ha risuonato durante una campagna elettorale in cui la crisi sanitaria e quella abitativa sono emerse come le due principali priorità per gli elettori. Le varie formazioni socialiste – People Before Profit, Solidarity, Rise – sono state le principali beneficiarie dei trasferimenti di voti in eccesso dal Sinn Féin.

Anche il partito verde di sinistra moderata ha conosciuto una crescita elettorale, sebbene partisse da una base estremamente bassa dopo aver pagato un prezzo pesante per il suo ruolo nel governo durante la recessione post 2008. I risultati del Green party sono stati meno straordinari di quanto ci si potesse aspettare dopo gli eccellenti risultati del partito nelle elezioni locali ed europee dell’anno scorso. Il suo nucleo tradizionale prevalentemente medio-borghese, ambientalista ma pro-business, è stato sostenuto da elettori della nuova generazione irlandese di movimenti di sinistra per il clima e la giustizia socioeconomica. Nel complesso, il nodo politico di queste elezioni è stato la domanda di cambiamento.

Rimbalzare indietro

Cinque mesi e una pandemia globale dopo, si è arrivati all’accordo per la formazione del governo. Il suo programma non prevede nulla che assomigli a un cambiamento sistemico, ma piuttosto un consolidamento dello status quo con una spruzzata superficiale di verde. Lo Sinn Féin a febbraio non è stato in grado di mettere insieme una coalizione di minoranza di sinistra e quindi si è ritrovato bloccato con relativa facilità dai partiti dell’establishment. Fianna Fáil e Fine Gael presiederanno il nuovo esecutivo, con i Verdi a fornire la zavorra vitale. Anche con questi tre partiti alleati, il governo si basa su una maggioranza piuttosto striminzita e precaria. Per rafforzare la sua stabilità, ha anche assicurato il sostegno ad hoc di un numero considerevole di indipendenti – almeno per ora – tra cui alcuni dei parlamentari di destra più reazionari.

Dopo avere ammesso la sconfitta alle elezioni e espresso l’intenzione di tornare ai banchi dell’opposizione per fare i conti con la disfatta, Fine Gael è tornato indietro, grazie a un imponente 37% delle preferenze degli elettori secondo un recente sondaggio. Il grado di fiducia personale di Leo Varadkar è passato dal 30% al 75%. Il partito e la sua dirigenza hanno beneficiato di un clima mediatico favorevole che elogiato la «leadership sicura» di Varadkar durante la pandemia, in contrasto con quella di Boris Johnson e Donald Trump.

Di questi tempi, nell’anglosfera dell’Atlantico settentrionale, basta semplicemente allontanarsi dalle fantasie eugenetiche e dalle teorie del complotto per ottenere consensi. Persino un politico leggero come Varadkar può essere scelto come leader forte, nonostante i suoi sforzi per banalizzare sia sé stesso che la pandemia: il leader di Fine Gael ha preso l’abitudine di far scivolare citazioni di film nei suoi messaggi televisivi alla nazione, da Il Signore degli Anelli a Terminator 2 fino a Mean Girls.

In realtà, il governo di Varadkar ha trascorso il periodo cruciale di epidemia in febbraio e all’inizio di marzo sottolineando l’importanza delle libertà liberali e dell’attività economica – insistendo sul fatto che i pub dovessero rimanere aperti e la festa di San Patrizio dovesse essere festeggiata – prima che la pressione pubblica lo spingesse all’azione tardiva di dare la priorità alla salute collettiva rispetto al business-as-usual.

Con tutte le dichiarazioni di non responsabilità necessarie circa l’accuratezza dei dati e le molteplici variabili che vi convergono, la realtà in Irlanda non è all’altezza dell’hype mediatico. Anche lo scorso mese, quando Fine Gael ha revocato le restrizioni prima del previsto e accelerato la riapertura dei pub, l’Irlanda si trovava ancora all’undicesimo posto per il tasso di morti da Covid-19 per abitante in tutto il mondo, un livello molto simile a quello degli Stati uniti di Trump.

«Il vecchio modo di fare le cose»

Non è neanche colpa della reazione tardiva. Vi sono stati gravi difetti nella gestione della pandemia da parte di Varadkar, come riguardo i lavoratori della sanità e le persone ricoverate in alloggi residenziali. L’Irish Nurses and Midwives Organization ha recentemente diffuso cifre che suggeriscono che gli operatori sanitari dell’Irlanda hanno avuto il più alto tasso di infezione da Covid-19 al mondo. Quei lavoratori hanno affrontato problemi logistici e di sicurezza sistemici: gli infermieri sono stati disciplinati nell’indossare dispositivi di protezione individuale, anche se le autorità non sono riuscite a fornire tali dispositivi o renderli obbligatori.

Mentre gli operatori sanitari del paese sono stati giustamente celebrati per il loro straordinario lavoro durante la pandemia, vale la pena ricordare che solo l’anno scorso, l’ostinazione di Fine Gael per la scarsa retribuzione e le condizioni di lavoro degli infermieri li ha costretti a scioperare. C’è poco da sperare che ai gesti simbolici di apprezzamento seguirà il miglioramento materiale delle retribuzioni o delle condizioni di lavoro sotto il nuovo governo.

La cattiva gestione delle case di cura è uno scandalo in corso. Sebbene questo sia stato un problema nella maggior parte dei paesi, l’Organizzazione mondiale della sanità pone l’Irlanda «all’estremità superiore dello spettro» per i decessi nelle case di cura in tutto il mondo. L’indignazione aperta di Fine Gael per coloro che hanno aderito al sistema di «Direct Provision» – l’arcipelago irlandese di «prigioni per immigrati» in attesa di asilo – ha rappresentato durante la pandemia una «risposta spaventosa», come ha costantemente denunciato il Movimento dei richiedenti asilo in Irlanda (e anche particolarmente stonata rispetto al panorama globale delle rivolte antirazziste).

La ricaduta di Fine Gael nel caratteristico pregiudizio di classecontro i lavoratori a basso reddito e precari ha rappresentato un’ulteriore conferma della sua vera natura. Leo Varadkar ha sostenuto che se qualcuno aveva una retribuzione bassa prima della pandemia, non era «giusto» che adesso poteva starsene meglio a causa del sussidio di emergenza, e ha continuato a tagliare di conseguenza il supporto disponibile per i lavoratori part-time. Quanto alla presunta abolizione della sanità privata, ciò ha significato semplicemente che lo stato pagasse tariffe esorbitanti per l’uso temporaneo agli ospedali ​​di proprietà di alcuni degli elementi più riprovevoli delle classi di investitori irlandesi e transnazionali.

Eppure i ritratti positivi e le percezioni della risposta alla pandemia di Fine Gael hanno avuto la meglio. Grazie a questi aiuti ingiustificati all’immagine del partito, sono stati in grado di arrivare ai colloqui per la coalizione da una posizione di considerevole forza e influenza, nonostante i pessimi risultati delle elezioni. Ad aprile, Fine Gael e Fianna Fáil hanno pubblicato un documento comune, in cui la vecchia guardia irlandese rivendicava il timone del cambiamento:

«Siamo consapevoli del fatto che non si può tornare al vecchio modo di fare le cose. Sono state intraprese azioni radicali per proteggere quante più persone possibile e sono stati trovati nuovi modi di fare le cose in un momento di crisi».

Greenwashing

Il programma di governo concordato tra Fine Gael, Fianna Fáil e i Verdi non è un progetto per «un’azione radicale». I media hanno parlato di un «programma fortemente influenzato dal Green Party» e presentato i Verdi come i «grande vincitori» di questi negoziati, ma l’accordo sui cambiamenti climatici è molto meno ambizioso di quanto suggerisca questa narrazione.

Il Green Party ha sperimentato la propria versione della «battaglia per l’anima» tra un’ala centrista, una pragmatica a favore della coalizione e una corrente più radicale che crede che il partito debba offrire qualcosa di più audace di un debole business as usual più verde e di  un compromesso liberale con forze conservatrici. Gli iscritti hanno votato in modo schiacciante per approvare l’accordo di coalizione e la battaglia si è risolta in modo decisivo a favore dell’ala centrista raggruppata attorno al leader del partito Eamon Ryan.

L’Irlanda è uno dei principali produttori di carbonio in Europa. Un governo guidato da Gael ha sottoscritto l’Accordo sul clima di Parigi del 2015, che richiede almeno il 7,6% di riduzioni annuali delle emissioni, con l’onere dei paesi ricchi di lottare per tagli più vicini al 10%. Ma lo stesso Fine Gael ha mirato a riduzioni molto più basse nei suoi piani d’azione per il clima, in pratica non avvicinandosi «affatto» neanche ai parametri meno ambiziosi.

Nel corso dei colloqui il Green Party ha posto la riduzione del 7% delle emissioni come condizione decisiva. La copertura mediatica ha quasi uniformemente presentato questa richiesta come rigida e massimalista, ma si tratta di una cifra leggermente inferiore al requisito minimo a cui lo stato si era già impegnato. Fine Gael ha proposto una percentuale ancora più bassa: una delle figure di spicco del partito ha suggerito che i Green Party potrebbe «dimenticare la sua richiesta di riduzione delle emissioni del 7% se questa comportasse la decimazione dell’agricoltura e dell’Irlanda rurale».

Il disegno per far salire i Verdi a bordo della maggioranza consiste in un impegno per l’Irlanda affinché riduca del 7% le emissioni annuali in media tra oggi e il 2030. Ciò essenzialmente rimanda le decisioni significative alla seconda metà del decennio, ben dopo che questo governo avrà finito il suo mandato. Anche Fine Gael lo ha ammesso, con Varadkar che ha chiarito che «la maggior parte delle riduzioni avverrà nel secondo quinquennio».

I leader dei Green descrivono l’accordo come «il miglior accordo verde nella storia del paese», ma la soglia è bassa, facilmente ridimensionabile, dal momento che sarebbe stato difficile fare molto peggio di prima. Ma si tratta di una scommessa speculativa sul fatto che una futura amministrazione sia disposta ad attuare il tipo di riduzioni che i nuovi partner della coalizione del partito non sono disposti a mettere in atto da soli.

Inoltre, come hanno osservato i dissidenti rappresentanti dei Green, l’obiettivo del 7%, calcolato in media su dieci anni, «non è scritto da nessuna parte, non prevede scadenze, obiettivi annuali, obiettivi di bilancio del carbonio o obiettivi di settore». Inoltre, «dà alle emissioni del bestiame nel settore agricolo un trattamento diverso e preferenziale», punto cruciale nel contesto irlandese.

Vi sono altri elementi dell’accordo che promettono azioni sui cambiamenti climatici, ma gran parte di questi riproducesemplicemente un progetto di legge sul clima già approvato dal governo precedente. Alcuni impegni – un’importante ricalibrazione dei budget e delle infrastrutture dei trasporti, l’interruzione di particolari progetti ed esplorazioni di combustibili fossili – rappresenterebbero tuttavia progressi se perseguiti (sebbene Fine Gael abbia già iniziato a suggerire che alcuni di loro non lo saranno).

Nel complesso, tuttavia, l’ambiguità del documento e la mancanza di urgenza si fanno beffe dell’etichetta di Green New Deal che è stata conferita all’agenda ambientale del governo. La sua impronta è del tutto sorda alle richieste eco-socialiste di «cambiamento di sistema, non cambiamento climatico» all’ordine del giorno negli ultimi anni. Il gruppo irlandese di Extinction Rebellion ha definito il programma come «non ambizioso e inaccettabile». Nonostante gli apparenti progressi, c’è motivo di temere che con questo governo il contributo dell’Irlanda alla devastazione climatica si approfondirà piuttosto che diminuire.

La crisi sociale

Naturalmente, i guardiani dello status quo hanno denunciato tali argomenti, insistendo sul fatto che gli ambientalisti dovrebbero accettare le briciole offerte. L’Irish Times ha agito a sostegno del nuovo governo, sollecitando gli iscritti al Green Party a sostenere l’accordo e quindi a evitare una «crisi politica». Il giornale ha anche pubblicato sondaggi che sembrano formulati per dare l’impressione che gli elettori non si preoccupino dei cambiamenti climatici.

Guardando oltre le questioni ambientali, da qualsiasi prospettiva di sinistra, il programma dà risposte angoscianti alle domande che avevano caratterizzato le elezioni politiche. Nonostante il suo uso del termine, è ignaro dell’intera premessa del concetto di Green New Deal: l’idea che affrontare la disuguaglianza sistemica – in materia di occupazione, alloggio, sanità e cura, uso del territorio e strutture fiscali – è essa stessa parte integrante della giustizia ambientale. Non vi è alcuna discussione significativa sui diritti dei lavoratori, né sulla creazione di posti di lavoro verdi nel settore pubblico su larga scala.

Quanto alla salute, non ci sono praticamente piani concreti. La promessa di un accesso «più equo» e persino «universale» alle cure sanitarie è smentita dall’impegno a proteggere il settore privato e mantenere l’accesso ai servizi sanitari privati. L’attuale sistema a due livelli continuerà a separare l’assistenza sanitaria in base alla capacità di pagamento. Il programma suggerisce anche che ci saranno più accordi di «partenariato» che coinvolgono lo stato pagando ospedali privati, molto lontano dalla finestra verso la nazionalizzazione che la pandemia pareva avere aperto.

In un momento in cui la profondità della crisi dell’edilizia abitativa irlandese richiede il più grande programma di edilizia residenziale pubblica da generazioni, l’agenda del nuovo governo è dolorosamente inadeguata. Gli affitti a Dublino sono più che raddoppiati dal 2010, mentre i salari sono aumentati solo marginalmente. In tutto il paese, decine di migliaia di famiglie sono bloccate in liste di attesa a lungo termine per l’edilizia pubblica. Il piano di edilizia popolare del Sinn Féin – una parte fondamentale della sua campagna elettorale – era quello di costruire centomila nuove case e persino Fine Gael ne aveva promesso sessantamila. Eppure la coalizione si è impegnata ad «aumentare il patrimonio immobiliare sociale» di cinquantamila abitazioni nei prossimi cinque anni. Questa sembra essere la cifra già stabilita nel piano di sviluppo nazionale.

Inoltre, il programma per il governo suggerisce che gli sviluppatori privati ​​possono fornire fino a venticinquemila di queste nuove case, alcune delle quali sotto forma di contratti di locazione su alloggi esistenti piuttosto che nuove costruzioni. I negoziatori del Green Party hanno ammesso di non essere riusciti a raggiungere un accordo su eventuali obiettivi per l’edilizia pubblica su terreni pubblici. Né sono riusciti a ottenere alcun impegno che potesse limitare i profitti dei costruttori o limitare i trasferimenti di terreni pubblici a interessi privati, e ancora meno per qualsiasi modello di controllo dell’affitto o divieto di sfratto significativo.

La spinta generale della politica riflette la convinzione che l’edilizia abitativa debba essere in gran parte affidata all’iniziativa privata attraverso il mercato. Ciò significa che le crisi abitative e dei senzatetto in Irlanda potranno soltanto peggiorare.

Austerità con un altro nome

In termini di economia politica, ci sono promesse tra i discorsi generali in Europa che questa crisi non vedrà la riproposizione dell’austerità vista in occasione di quella precedente. Ma il nuovo governo manterrà lo status dell’Irlanda come avamposto high-tech, a bassa tassazione – nei fatti, elusione fiscale – per il capitale multinazionale, in cui un numero abbastanza piccolo di persone con alti salari aumenta il costo della vita per la maggior parte dei lavoratori di un’economia a basso salario.

Il programma appare fermamente fedele a questo modello di crescita «Leprechaun Economics» guidato dagli Ide, promettendo di «sostenere il ruolo che il capitale di rischio può svolgere nel favorire la crescita». Afferma che non vi sarà alcun aumento dell’aliquota d’imposta notoriamente bassa in Irlanda sulle aziende, né dell’imposta progressiva sul reddito, e non fa menzione dell’ampliamento della base imponibile attraverso altre voci ovvie, come le tasse sulla ricchezza, le aziende aeree o i data center. Il documento offre «grandi agevolazioni fiscali per i redditi medi e ad alto reddito», come sottolinea uno dei negoziatori verdi, insieme a una politica regressiva sulla tassazione del carbonio che «protegge i redditi più alti» e caricherà l’onere in modo sproporzionato sulla classe lavoratrice.

Come si concilia tutto ciò con i piani ambiziosi ma sospettosamente vaghi di pacchetti di stimolo per investimenti pubblici e azioni per il clima? Invece di ridistribuire la ricchezza, lo stato prevede di differire l’onere del pagamento prendendo a prestito sui mercati obbligazionari internazionali ai bassi tassi attualmente disponibili, almeno per i prossimi due anni. Negli anni successivi, tuttavia, i tassi potrebbero non essere così favorevoli come lo sono oggi.

Entro il 2022, l’impatto della recessione del Coronavirus e il rafforzamento delle norme fiscali dell’Ue potrebbero iniziare davvero a mordere. L’impronta dell’ideologia fiscale di Fine Gael è evidente nei ripetuti riferimenti ai tagli annuali del disavanzo e ai bilanci in pareggio. Qui, lo spettro dell’austerità – con quello o con qualsiasi altro nome – incombe, per quanto Eamon Ryan o l’Irish Times protestino.

In effetti, il portavoce finanziario del Green Party, Neasa Hourigan, che ha finito per votare contro l’accordo, ha avvertito che la nuova coalizione potrebbe rivelarsi «il governo più fiscalmente conservatore di questa generazione». L’eco dell’umore proveniente dagli organismi ufficiali supporta l’analisi di Hourigan. Dopo aver concesso un periodo iniziale di luna di miele per l’intervento dello stato di emergenza per mitigare la pandemia, l’Irish Fiscal Advisory Council (Ifac) ha iniziato a preparare il terreno per «scelte difficili» a venire.

Il governo irlandese ha istituito l’Ifac durante l’ultima recessione come condizione del salvataggio Ue-Bce-Fmi, presumibilmente con un mandato di fornire consulenza imparziale, ma in pratica con una forte propensione all’agenda neoliberista. Il suo rapportorecente suggerisce che l’onere del debito pubblico «potrebbe essere vicino ai massimi storici» entro la fine del 2021. Dunque, ciò imporrà «una politica fiscale prudente» e sostanziali «aggiustamenti fiscali» dal 2022 in poi.

Non vi è alcuna necessità oggettiva per tali tagli, ovviamente, non più di quanto non esistesse dopo il 2008. Ma questo è esattamente il tipo di consulenza macroeconomica che Fine Gael e Fianna Fàil finiranno per ascoltare. Dal momento che non si sono impegnati a incrementare le imposte sul reddito o quelle sulle aziende, i servizi pubblici sono fortemente minacciati.

Spiragli di luce

Tuttavia, ci sono crepe di opportunità politiche che potrebbero derivare dalla coalizione dei due partiti dell’establishment irlandese, una dinamica generazionale che vede un crescente spostamento a sinistra degli elettori più giovani e la forte influenza dei movimenti sociali degli ultimi dieci anni.

Lo storico capo di Fianna Fáil, Micheál Martin, avrà finalmente la sua possibilità di guidare un governo, succedendo a Leo Varadkar sulla poltrona di primo ministro, in un momento in cui la stella di Fianna Fáil sembra essere irreversibilmente in declino. Già nel 1998, Martin attirò l’attenzione come «il prossimo Taoiseach» quando Fianna Fáil era ancora considerata una delle forze di maggior successo in Europa. Più di due decenni dopo, il partito si sta aggrappando a malapena alla sua posizione di terza forza più popolare dell’Irlanda, con solo il 14% nei sondaggi, e Martin potrebbe essere l’ultimo primo ministro del Fianna Fáil per molto tempo.

Fianna Fàil non sembra più in grado di mantenere l’ampia base sociale interclassista alla base del suo lungo successo. Lo Sinn Féin ha decisamente conquistato il voto urbano, della classe operaia; sul lato opposto, il partito non è ideologicamente abbastanza risoluto da scalzare Fine Gael come rappresentante delle grandi imprese e della grande agricoltura, dei proprietari terrieri e dei ceti medio-alti. Il panorama politico è pieno di notizie negative per Fianna Fáil: ci sono seri motivi per cui l’Irlanda del ventunesimo secolo avrà spazio solo per un grande partito di centrodestra, completando il passaggio dalle diverse fazioni radicate nella divisione dell’isola e nella guerra civile irlandese a una distinzione tra sinistra e destra più convenzionale.

Questa prospettiva apre spazi a sinistra, sebbene quest’opportunità sia complicata dalle frammentazioni e dallo spazio particolare che lo Sinn Féin occupa. Sebbene lo Sinn Féin si descriva come «un partito di sinistra, progressista e socialista» e certamente contenga molti socialisti nei suoi ranghi, in realtà non è un partito socialista. Ogni volta che ci sono state scelte immediate da fare, il partito ha dato la priorità alla riunificazione dell’Irlanda – «la questione nazionale» – rispetto all’uguaglianza sociale e la ridistribuzione economica. L’equilibrio della configurazione ideologica nazionalista di sinistra del partito si inclina verso il nazionalismo – del tipo antimperialista e internazionalista, ma comunque il nazionalismo.

La disponibilità del Sinn Féin a mettere da parte le sue inclinazioni socialiste pur di arrivare al potere è stata evidente nel suo ruolo di governo nell’Irlanda del Nord (sebbene ciò si sia svolto entro i limiti costituzionali dello stato britannico e dentro una coalizione obbligatoria con i partiti unionisti). Si è spostato in un territorio esplicitamente neoliberista su questioni di partenariati pubblico-privato, tassazione delle aziende e «riforma» del welfare. Molto dipenderà dalla capacità di importanti voci socialiste all’interno del partito come Eoin Ó Broin di spingerlo nel medio termine in una direzione diversa a sud del confine.

Una generazione in movimento

Anche la relazione del Sinn Féin con i movimenti sociali mette in dubbio le sue credenziali ideologiche. Negli ultimi anni, molti dei cambiamenti più progressivi nello stato irlandese sono stati il ​​risultato della politicizzazione di base dal basso. Vi sono state importanti mobilitazioni popolari per garantire l’uguaglianza matrimoniale e i diritti di aborto, nelle lotte per impedire la mercificazione e la privatizzazione dell’acqua e per difendere i diritti di manifestare.

Durante la pandemia, come ha scritto Laurence Cox, i movimenti sociali sono stati ancora una volta centrali nello «spingere lo stato ad agire – e poi hanno dovuto spingere di nuovo per farlo agire in modi che investono realtà sociali diverse da quelle dei ricchi, dei potenti e dei culturalmente privilegiati». Sulla scia di Black Lives Matter, gruppi auto-organizzati (e anticapitalisti) come il Movimento dei richiedenti asilo e Migranti e minoranze etniche per la giustizia riproduttiva hanno da tempo svolto il duro lavoro di costruzione del movimento e ora stanno avendo un impatto significativo sulla coscienza politica e culturale.

I movimenti sociali dovranno assumere un ruolo cruciale nelle lotte dell’Irlanda post-pandemica – dalla giustizia abitativa, l’azione per il clima e la proprietà pubblica dell’acqua all’antirazzismo, l’abolizione del Direct Provision e la solidarietà con la Palestina – sia all’interno che al di fuori della politica parlamentare. Eppure la risposta del Sinn Féin a questa ondata generazionale è stata troppo spesso «evasiva ed equivoca», spesso in attesa di vedere da che parte soffia il vento prima di schierarsi.

Al contrario, i gruppi più piccoli della sinistra radicale hanno generalmente sostenuto questi movimenti della classe operaia, femminista e antirazzista per il cambiamento sociale in linea di principio, prima che diventasse facile farlo. I politici conservatori irlandesi denigrano il loro impegno per cause che considerano «estremiste». Leo Varadkar ha recentemente mostrato quanto sia lontano dalla realtà della vita dei richiedenti asilo difendendo il Direct Provision in quanto buon «servizio» e divagando nel territorio della teoria degli estremi che si toccano, dicendo a Richard Boyd Barrett di People Before Profit: «L’estrema destra e il l’estrema sinistra non mi sembrano molto diverse». Per non dimenticare, sono stati gli eurodeputati di Fine Gael che hanno recentemente votato con l’estrema destra per bloccare le operazioni di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo.

La prontezza dei Verdi e Fianna Fáil nel capitolare a favore del Fine Gael sulla procrastinazione del divieto di importazione di beni dagli insediamenti israeliani non ispira fiducia nel nuovo governo. È anche un promemoria per i movimenti sociali delle insidie ​​connesse alla dipendenza dai partiti politici – progressisti o meno – come canale per iniziative radicali. Lo Sinn Féin avrà molto da fare per dimostrarsi diverso.

Quando tutta l’Irlanda era ancora governata dall’Impero britannico, James Connolly osservò notoriamente che non aveva senso alzare la bandiera verde di un nuovo stato nazionale irlandese a meno che non si decidesse allo stesso tempo di creare una repubblica socialista. Lo Sinn Féin farebbe bene a ricordare quel consiglio quando arriverà il suo giorno anche a sud del confine. Nel frattempo, ci sono poche sicurezze in mezzo al tumulto di «questi tempi incerti». Ma se i socialisti irlandesi sono in grado di affrontare le battaglie «retrograde e brutte» dettate dalla congiuntura del Coronavirus, con una formazione politica ampliata e i movimenti sociali rafforzati, per le tendenze a sinistra del paese c’è spazio per continuare e consolidarsi.

*John Reynolds insegna alla National University of Ireland, Maynooth. Ha scritto Empire, Emergency and International LawColin Coulter insegna alla National University of Ireland, Maynooth. Il suo ultimo libro è Working for the Clampdown: The Clash, the Dawn of Neoliberalism and the Political Promise of PunkQuesto articolo è uscito du jacobinmag. La traduzione è di Giuliano Santoro.