Marco Siragusa

Pubblichiamo questo interessante articolo sulla politica e società della vicina Croazia. Molte affermazioni e alcune impostazioni sono poco condivisibili, ma è senz’altro uno degli articoli più esaurienti sulla Croazia spesso poco conosciuta.

Sauro

Il 5 luglio si vota nel paese dell’ex Jugoslavia. La novità è rappresentata da una forza rosso-verde, che prende spunto dai movimenti post-socialisti contro la gentrificazione e il diritto alla città. Una sfida difficile ma necessaria

Il prossimo 5 luglio si svolgeranno in Croazia le decime elezioni parlamentari dal 1990, anno della prima competizione multipartitica. All’epoca il paese apparteneva ancora alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, anche se le guerre fratricide che avrebbero portato alla fine dell’unica esperienza socialista non sovietica d’Europa erano ormai alle porte.

In questi trent’anni si è assistito a profondi cambiamenti nella scena politica croata. A un decennio (gli anni Novanta) caratterizzato dallo strapotere della destra radicale incarnata dall’Unione democratica croata (Hdz), hanno fatto da contraltare vent’anni (dal 2000 a oggi) di bipolarismo quasi perfetto con la presenza di uno schieramento socialdemocratico. Un bipolarismo che, però, si è concretizzato solo in termini elettorali e non di discontinuità nelle scelte politiche ed economiche. L’unica vera grande differenza tra Hdz e Partito socialdemocratico (Sdp) ha riguardato, e non sempre, la retorica sulla guerra nazionale. Su tutto il resto si è verificata una convergenza verso il centro di entrambi gli schieramenti che, in base ai risultati delle elezioni di luglio, potrebbe portare per la prima volta alla nascita di una «grande coalizione». Grande assente, una forza della sinistra radicale come valida alternativa ai socialdemocratici. Ma questa caratteristica potrebbe  interrompersi il prossimo 5 luglio. 

Il decennio della destra 

A partire dalla morte del Maresciallo Josip Broz Tito nel maggio 1980, la trasformazione ideologica e le lotte interne alla Lega dei Comunisti di Jugoslavia raggiunsero il punto di non ritorno. Esattamente un decennio dopo, nel 1990, la Lega cessava formalmente di esistere perdendo il monopolio del potere e aprendo la strada ai partiti nazionalisti.

In Croazia, repubblica che si era resa protagonista di una dura critica all’intero sistema jugoslavo, le elezioni furono vinte dall’Unione democratica croata, partito della destra conservatrice guidato dal fervente nazionalista e anticomunista Franjo Tuđman.

I primi dieci anni d’indipendenza furono caratterizzati dalla guerra e da un alto livello di ideologizzazione, volto a eliminare qualsiasi eredità del recente passato socialista. Durante l’era Tuđman, presidente della Repubblica dal 1992 fino alla morte nel 1999, il discorso politico era impregnato di retorica nazionalista fondata sull’esaltazione del mito della nazione, della creazione di uno stato indipendente e soprattutto etnicamente omogeneo. Poco importa se questo implicava «ripulire» il paese dall’ingombrante presenza serba. Lo stesso Tuđman si presentava agli occhi dei propri cittadini come il «padre della nazione», capace di tenere insieme la fascinazione per gli Ustaša (movimento fascista croato al potere durante la Seconda guerra mondiale) e un acceso cattolicesimo.

In un tale contesto, chiunque provasse a mettere in discussione la mitizzazione della battaglia del popolo croato veniva immediatamente identificato come nemico della patria. Per l’Sdp, erede naturale della Lega dei Comunisti, il margine di agibilità politica era piuttosto ristretto, come dimostrato dai risultati delle elezioni del 1992 (5,5%) e del 1995 (8,9%).

Bipolarismo e convergenza al centro

La morte di Tuđman e gli scarsi risultati economici raggiunti dall’Hdz aprirono le porte per un rinnovamento dello scenario politico. Nelle elezioni del 2000 un’alleanza guidata dall’Sdp ottenne la maggioranza dei seggi, dando vita al primo governo di centrosinistra dall’indipendenza raggiunta nel 1991. Dal punto di vista politico il cambio di rotta fu repentino. Il nuovo esecutivo presieduto da Ivica Račan, già presidente della Lega dei Comunisti croata, si contraddistinse per un allentamento del semi-presidenzialismo voluto da Tuđman e soprattutto per il suo aperto europeismo, avviando il processo di integrazione europea con la firma nel 2001 dell’Accordo di stabilizzazione e associazione. L’Sdp si inseriva perfettamente nel filone dei partiti socialdemocratici europei, sempre più lontani da qualsiasi eredità socialista e sempre più vicini a posizioni liberiste – esattamente come teorizzato dalla terza via di Tony Blair.

Quello che non cambiò tra l’era Tuđman e l’esperienza socialdemocratica fu la linea economica dei governi. Entrambi gli schieramenti sostennero un massiccio programma di privatizzazioni e svendita dei più importanti asset statali. L’unica differenza, semmai, furono i beneficiari: una rete imprenditoriale autoctona cooptata dal potere politico, negli anni novanta; investitori stranieri e grandi corporations, con i socialdemocratici.

La sconfitta del 2000 costrinse anche l’Hdz ad avviare una trasformazione interna in modo da poter competere per la conquista dell’elettorato moderato. Non era più tempo della retorica radicale di Tuđman. Il nuovo leader, Ivo Sanader, riuscì a spostare il partito su posizioni più vicine al centrodestra cattolico, anche grazie alle espulsioni degli esponenti dell’ala più oltranzista. Questo gli permise di approfittare delle difficoltà del governo socialdemocratico e di vincere le elezioni del 2003. Il mantenimento del potere fine a sé stesso rappresentò però l’unico vero obiettivo di Sanader, la cui carriera si concluse in maniera ingloriosa: dimessosi nel 2009, venne arrestato l’anno dopo. Nel 2014 venne condannato a nove anni per corruzione e appropriazione indebita di denaro pubblico.

Dopo la breve esperienza di Jadranka Kosor, prima donna premier passata alla storia per le misure di austerità adottate, le elezioni del 2011 videro la vittoria della coalizione di centrosinistra Kukuriku, anticipata un anno prima dal successo alle elezioni presidenziali del candidato socialdemocratico Ivo Josipović. L’esecutivo di Zoran Milanović, nominato primo ministro, si distinse per il suo spiccato europeismo che portò il paese a diventare, nel 2013, il ventottesimo membro dell’Unione europea.

Sul piano dei diritti civili emanò una legge in favore della fecondazione assistita e, nonostante la contrarietà di buona parte della società, una sul riconoscimento delle coppie omosessuali. In campo economico la crisi globale scoppiata nel 2008 venne gestita esattamente come nel resto d’Europa: tagli alla spesa pubblica, incapacità di contrastare la galoppante disoccupazione (che nel 2014 raggiunse il 17,4%) e misure di austerità.

La pessima gestione della crisi favorì l’ennesimo cambio di governo che – dopo la breve parentesi del governo di Tihomir Orešković, rimasto in carica solo dal gennaio all’ottobre 2016 – passò nuovamente all’Hdz guidato da Andrej Plenković. L’attuale primo ministro ha tentato di ripulire il partito dall’ala più oltranzista e radicale, completando in questo modo il passaggio verso un centrodestra moderato già avviato vent’anni prima e confermato dall’appartenenza al Partito popolare europeo (Ppe) nel 2014. La spaccatura interna provocata da questa scelta è stata alla base della sconfitta alle elezioni presidenziali dello scorso gennaio della candidata, sostenuta dall’Hdz e presidente in carica, Kolinda Grabar-Kitarović in favore del redivivo Zoran Milanović. A decretarne la disfatta è stata soprattutto la candidatura del cantante ultra-nazionalista e rappresentante della destra radicale Miroslav Škoro. Il suo Movimento per la patria ottenne al primo turno il 24% dei voti mentre al secondo turno molti suoi elettori, soprattutto in Slavonia, preferirono boicottare le urne favorendo così la vittoria dei socialdemocratici.

L’embrione di un’alternativa 

In Croazia l’esperienza jugoslava viene spesso associata, soprattutto dalle generazioni più giovani, alla guerra, al centralismo serbo e a un periodo di oppressione politica ed economica. Il richiamo al socialismo, seppur con un’elaborazione in grado di fare i conti con i limiti del sistema jugoslavo, non ha mai pagato in termini di consenso elettorale. L’acuirsi della crisi economica e la convergenza dei due partiti principali hanno però creato le basi per la nascita di movimenti capaci di aprire una nuova stagione di lotta.

Motore di questa rinascita della sinistra è stata senza dubbio la battaglia contro i progetti di riqualificazione urbana voluti dal sindaco di Zagabria Milan Bandić, al potere dal 2000. La prima forma di opposizione organizzata contro il processo di gentrificazione della capitale croata risale già al 2006: in quell’anno nacque il movimento Pravo na grad (Diritto alla città), che si batteva contro il tentativo di costruzione di un grande centro commerciale e di un parcheggio sotterraneo nella centralissima piazza del Mercato dei fiori e a Varsavska Ulica. La mobilitazione, andata avanti per quattro anni, vide l’organizzazione di manifestazioni pubbliche, petizioni e l’occupazione permanente della strada. L’inizio dei lavori, avvenuto il 15 luglio 2010, fu caratterizzato da scontri tra manifestanti e polizia che portarono all’arresto di circa 150 dimostranti in quello che è stato considerato come il più grande arresto di massa nella storia del paese. Lo stesso movimento, nel suo sito ufficiale, considera quella battaglia come «un successo nella creazione di una coalizione della società civile e di un’ampia rete». Il ritorno di un’opposizione di piazza in grado di mobilitare i cittadini fu quindi sostenuta dalla volontà di organizzazioni e cittadinanza di opporsi alla messa a valore e privatizzazione dello spazio pubblico. Il movimento comprese che senza un’alleanza con altre anime della società civile non avrebbe avuto lunga vita. Per questo tentò sin da subito di aprirsi ai sindacati e di inserire la mobilitazione in un più ampio contesto internazionale nella lotta sul diritto alla città. Le proteste del 2010 ebbero come risultato quello di preparare il terreno alle mobilitazioni del 2011 contro le misure di austerità introdotte dal governo Kosor.

Nel 2013, la volontà del governo socialdemocratico di privatizzare le autostrade alimentò l’alleanza tra sindacati e movimenti civici, riuscendo a raccogliere oltre 500 mila firme per la convocazione di un referendum popolare, poi respinta dalla Corte Suprema.

La spinta della mobilitazione e il diffuso malcontento verso il governo socialdemocratico di Milanović crearono i presupposti per avviare un percorso che potesse dare rappresentanza politica a quanto rivendicato dalle piazze. A dire il vero, già nel 2011 c’era stato un tentativo di creare un polo alternativo all’Sdp con la nascita dei Laburisti croati, che alle elezioni ottennero ben 6 parlamentari. L’operazione, tutta interna al ceto politico, non riuscì a ottenere i risultati sperati e già alle prime elezioni europee del 2013 il partito ridusse di quasi un terzo i suoi voti, pur riuscendo a eleggere un parlamentare nel gruppo Gue/Ngl; nel 2015 i Laburisti vennero definitivamente cooptati da una nuova coalizione socialdemocratica.

Le seconde elezioni europee – svoltesi nel 2014, appena un anno dopo quelle precedenti – videro la forte affermazione di un nuovo soggetto politico nato pochi mesi prima: il Partito per lo Sviluppo sostenibile della Croazia (ORaH), soggetto ambientalista fondato dall’ex ministra per l’ambiente dell’Sdp Mirela Holy e dal suo vice Davor Škrlec che alle urne raggiunse addirittura il 9% (anche se con un’affluenza di appena il 25%). La mancanza di una presenza reale sui territori e di un’organizzazione valida provocò una rapida battuta d’arresto, spingendo il partito al di sotto dell’1%.

Tutti questi esperimenti si dimostrarono poco più che delle meteore, ma la loro esistenza non può essere considerata del tutto fallimentare: l’aver posto la questione di uno spostamento a sinistra del dibattito politico e l’essere riusciti ad attrarre i voti di quell’elettorato insoddisfatto dall’Sdp ha contribuito ad aprire uno spazio fino a pochi anni fa inimmaginabile; ne è dimostrazione la nascita, tra il 2014 e il 2017, di movimenti e partiti sempre più dichiaratamente di sinistra come il Radnička Fronta (Fronte dei Lavoratori) fondato nel 2014, Nova Ljevica (Nuova Sinistra) nata nel 2016 e Zagreb je Naš (Zagabria è nostra) nel 2017. Furono proprio queste realtà, a cui si unì ORaH, che nel 2017 diedero vita al Blocco della Sinistra. La coalizione nacque attorno alle lotte urbanistiche di Zagabria, specialmente contro il progetto di Manhattan Zagreb e l’adozione del Piano Urbano Generale (Gup), e si poneva come obiettivo principale quello di dotare i movimenti civici di una rappresentanza politica in grado di portare anche nelle istituzioni le rivendicazioni dei cittadini. Alle elezioni locali, svolte tra maggio e giugno 2017, il candidato sindaco del Blocco Tomislav Tomašević ottenne appena il 3,9%; ben oltre le aspettative fu invece il risultato complessivo della lista, che con il 7,6% riuscì ad eleggere all’assemblea cittadina 4 rappresentanti e ben 68 tra consiglieri di distretto e commissioni locali.

La doppia presenza, istituzionale e di piazza, ha permesso a questa nuova esperienza di ottenere una prima importantissima vittoria: grazie al lavoro costante dei movimenti e dei rappresentanti in consiglio comunale, lo scorso 11 febbraio l’Assemblea di Zagabria ha respinto il Gup. A votare negativamente non è stata solo l’opposizione ma anche i membri dell’Hdz, alleati del sindaco Bandić sia a livello comunale che a livello nazionale. Le proteste contro il Piano regolatore hanno percorso due strade parallele: da un lato la presentazione alle autorità di proposte formali di modifica, ben 31 mila; dall’altro il ricorso a manifestazioni di piazza lanciate tramite la pagina facebook del gruppo Zagreb te zove(Zagabria ti chiama). Tra il dicembre 2019 e il febbraio 2020, in pieno periodo elettorale per le presidenziali, si sono svolte tre manifestazioni contro il governo cittadino che hanno visto la partecipazione di migliaia di persone. Nel frattempo Katarina Peović, leader del Radnička Fronta, aveva partecipato al primo turno delle elezioni presidenziali ottenendo però solo l’1,1% dei voti, anche a causa dello scarso sostegno ricevuto dal resto dei membri della coalizione.

Ma il risultato non ha bloccato il processo di consolidamento di un blocco di sinistra. La capacità di trasformare una sempre più ampia partecipazione alle proteste in proposta politica rappresenta la vittoria più importante dei movimenti legati al diritto alla città; d’altro canto, le difficoltà a creare una presenza capillare su tutto il territorio nazionale, come dimostrato dal risultato della Peović alle presidenziali, segna forse il limite più grande di questa esperienza.

La coalizione Možemo alla prova del nove

I risultati raggiunti hanno spinto le forze politiche a perseverare nella costruzione di un’alternativa che, per quanto ancora elettoralmente piccola, ha davanti a sé ampi margini di crescita. Per questo i partiti della sinistra ecologista hanno deciso di dar vita alla Coalizione Verde-Sinistra, che comprende quattro partiti presenti a livello nazionale – Nova Ljevica, Radnička Fronta, ORaH, la piattaforma Možemo (Possiamo), che funge da aggregatore di tutte le forze, e due partiti che operano a livello comunale, Zagreb je Naš e Za Grad (Per la città). I sondaggi per le prossime elezioni danno la coalizione vicino al 2,5% a livello nazionale. Il sistema elettorale croato prevede la divisione del territorio in dodici distretti, di cui uno per i residenti all’estero e uno dedicato alle minoranze nazionali. La soglia di sbarramento del 5% viene calcolata su base distrettuale. Il forte radicamento nel distretto di Zagabria e il lungo lavoro territoriale portato avanti in questi anni rende più che probabile la possibilità di conquistare un posto nel prossimo parlamento.

Uno degli elementi più significativi della campagna elettorale è stato senza dubbio la diversa sensibilità mostrata nei confronti della parità di genere: per la prima volta, ben sei capilista su undici sono infatti donne (contro una dell’Hdz e della coalizione Restart, capeggiata dall’Sdp); una presenza femminile che va ben oltre le semplici quote rosa e che riconosce il protagonismo di donne che lavorano da anni nei loro territori.

Qaunto al programma, i membri della piattaforma Možemo spiegano che l’intento è «offrire a tutti gli elettori un’opportunità, i cui punti di vista politici sono alla sinistra dei tradizionali partiti socialdemocratici. Un’opzione contemporanea di sinistra-verde». La Coalizione rimprovera al Partito socialdemocratico di aver declassato i diritti dei lavoratori e aver implementato progetti ecologicamente devastanti come il prolungamento delle centrali elettriche a carbone.

Il programma si basa su tre pilastri. Il primo riguarda un’economia verde, resiliente e un lavoro dignitoso: la Croazia, sin dai tempi della fine della Jugoslavia, ha vissuto un continuo processo di deindustrializzazione in favore del terzo settore e del turismo, equivalente a circa il 20% del Pil. La crisi legata al Covid-19 ha messo in luce tutti i limiti dell’economia croata che secondo la Commissione europea rischia di registrare quest’anno un calo del 9%. In campo economico la Coalizione propone una reindustrializzazione verde «il cui obiettivo principale è creare posti di lavoro sicuri», introducendo un sistema di tassazione che colpisca maggiormente il capitale e non il lavoro e sostenendo un più generale rafforzamento del potere negoziale dei lavoratori.

Il secondo pilastro è dedicato al tema dell’uguaglianza sociale e sull’accesso equo e universale ai servizi pubblici come istruzione, sanità e sistemi di previdenza sociale, che devono esser sempre più liberi dalla logica del profitto.

Infine, il terzo nodo programmatico si concentra sulla democratizzazione e sulla lotta alla corruzione, con particolare riferimento alla partecipazione politica e al controllo democratico esercitato dai cittadini, dai media e dall’intera società civile sulle decisioni che li riguardano direttamente.

Una delle più importanti questioni sociali del paese, al centro del dibattito politico già da tempo, è il costante calo demografico provocato dall’alto tasso di emigrazione dei giovani, solo in parte registrato dalle statistiche ufficiali. Anche in questo campo la Coalizione promette di «creare e mantenere le condizioni per il ritorno di coloro che hanno lasciato il paese e lavorare per rendere la Croazia un luogo desiderabile in cui vivere, economicamente, politicamente e socialmente».

Al momento, i sondaggi danno in leggero vantaggio la coalizione Restart, guidata dai socialdemocratici, che tuttavia non dovrebbe riuscire a ottenere la maggioranza; dall’altro lato solo un’alleanza con l’estrema destra, rappresentata dal Movimento Patriottico di Miroslav Škoro, e altri partiti minori potrebbe garantire la vittoria all’Hdz. Una soluzione che, visti i toni della campagna elettorale e gli strascichi delle elezioni presidenziali di gennaio, sembra al momento solo una possibilità remota. Alla domanda su una possibile grande coalizione tra Sdp e Hdz, che certificherebbe anche sul piano elettorale la convergenza al centro dei due partiti, i membri di Možemo rispondono che «la mano invisibile del mercato politico fa miracoli in Croazia». Pur rimarcando la loro differenza con l’Sdp, il primo obiettivo per la Coalizione sembra essere quella di impedire a tutti i costi un governo di destra. Per questo non escludono a priori un possibile sostegno esterno a un governo socialdemocratico. Una decisione che andrebbe votata tra i membri e solo a patto che vengano accettate precise condizioni programmatiche.

Un altro significativo punto di rottura con l’attuale governo riguarda la gestione delle frontiere: ormai da anni la Croazia è al centro di denunce sulle violenze perpetrate dalla polizia di frontiera contro i migranti che provano ad attraversare il confine. In tal senso il programma elettorale di Možemo sostiene la politica dei confini aperti sostenuta da maggiori investimenti nel sistema di accoglienza e nella lotta all’estremismo, in controtendenza con le politiche anti-immigrazione portate avanti in questi anni; questo andrebbe affiancato da «una politica di sviluppo internazionale dell’Ue più efficiente e giusta».

Proprio in riferimento al piano internazionale, l’Unione europea viene considerata come un’organizzazione che «necessita di riforme democratiche volte a ridurre l’influenza delle lobby e capaci di offrire maggiori opportunità ai cittadini e alle iniziative locali». Per riformare l’Ue è necessario, secondo la Coalizione, un programma europeo coordinato che abbandoni le ricette neoliberiste e che punti su sostenibilità ed equità; il Recovery Fund dovrebbe dare priorità a temi come la disoccupazione, la povertà e le diseguaglianze sociali.

Infine, il tema delle delicate relazioni con gli ex compagni jugoslavi. La Coalizione ritiene necessario adottare un nuovo approccio basato sulla solidarietà tra i popoli e sul reciproco sostegno delle società civili alla lotta per la democrazia, la giustizia sociale e contro corruzione e conflitti nazionalistici.

È difficile che la Coalizione Verde-Sinistra riesca a superare la soglia di sbarramento nei restanti dieci distretti, il risultato che otterrà in quello di Zagabria potrebbe giocare un ruolo importante per la nascita di un nuovo governo. Al di là di ciò, l’elemento più importante di questo tentativo è legato alla capacità e alla volontà dimostrata da parte di tutti i soggetti coinvolti di voler ricreare una piattaforma comune. Un’unità di intenti che non parte, come purtroppo spesso siamo abituati a vedere in Italia, da calcoli elettorali o opportunistici ma dal corpo vivo della società, dalle piazze e dalle lotte avviate negli ultimi quindici anni. Una strada complicata in un contesto fortemente nazionalista e assoggettato al dominio neoliberista.

Ma forse proprio per questo sempre più necessaria.

*Marco Siragusa, Dottore in Studi Internazionali all’Università L’Orientale di Napoli e collaboratore di Nena News e East Journal per i Balcani.

Da Jacobin Italia