In piazza per dare priorità alla scuola, il 25 giugno e oltre: per riaprire in sicurezza, per difendere una scuola pubblica e unitaria.

La scuola è stata una delle prime attività a rispondere all’emergenza sanitaria. Non ha chiuso, ma tra la fine di febbraio e la prima settimana di marzo ha sospeso le attività in presenza, costruendo con uno sforzo straordinario una didattica di emergenza più che una didattica a distanza. In questo modo si è chiuso, più di tre mesi dopo, l’anno scolastico.

In questi mesi abbiamo sentito voci di ogni parte che hanno chiesto attenzione per la scuola: famiglie, insegnanti, personale, studenti, editorialisti, esponenti politici e di governo, la radio di Confindustria ed i sindacati. Tutti sembravano sottolineare la necessità di riaprire la scuola in sicurezza, i limiti di questa didattica di emergenza, i ritardi negli apprendimenti e l’importanza di un tempo scuola, il peso emotivo e sociale di questi mesi su un‘intera generazione di studentesse e studenti.

Oggi vediamo che dietro queste parole c’erano diversi obbiettivi. Per alcuni la riapertura della scuola era ed è solo la leva per sostenere il riavvio delle fabbriche e della produzione. Per alcuni la scuola è solo una struttura al servizio di questo sistema produttivo, a cui deve sostanzialmente subordinarsi anche nei suoi obbiettivi formativi oltre che nella sua organizzazione. Per alcuni, l’emergenza è quindi solo l’occasione per rilanciare processi neoliberisti di cambiamento e stravolgimento della scuola pubblica italiana.

Riaprire le scuole in sicurezza, infatti, vuol dire investire sulla scuola pubblica. Dopo anni di chiusure e aggregazioni insensate delle istituzioni scolastiche, dopo decenni di degrado delle strutture, riattivare e costruire nuovi spazi e nuovi istituti. Investire sugli organici, insegnanti e personale ATA, per garantire le distanze di sicurezza, le sanificazioni, una riorganizzazione della didattica in gruppi più piccoli delle attuali classi. Riaprire in sicurezza le scuole vuol dire cioè invertire le politiche degli ultimi vent’anni, che hanno tagliato risorse e subordinato l’istruzione alle esigenze del sistema produttivo.

Per questo si è rimandato per mesi le scelteE quando il tempo delle scelte è arrivato, i soldi per la scuola non sono stati trovati. Nonostante la più grande manovra economica della storia della Repubblica (oltre 70 miliardi di euro), non ci sono risorse per spazi ed organici rafforzati. Non c’è più neanche il tempo per approntarli. In questi mesi infatti il Ministero dell’Istruzione ha lavorato soprattutto per non prevederli. Ha confermato classi ed organici di quest’anno scolastico, non ha voluto stabilizzare i precari (così non solo non ci saranno risorse e organici aggiuntivi, ma al primo di settembre ci saranno 200mila posti scoperti), non ha previsto e richiesto nessun piano straordinario di intervento. Contro questo attendismo, contro questa scelta di mantenere il precariato e di non destinare risorse alla scuola, lo scorso 8 giugno è stato indetto uno sciopero nazionale da parte di tutte le principali organizzazioni di categoria (FLC, CISL, UIL, SNALS e GILDA). Uno sciopero arrivato troppo tardi, a DL scuolaoramai approvato, a scuola conclusa: proprio l’emergenza e la chiara risposta del ministero, avrebbero reso necessario convocare lo sciopero ben prima e soprattutto a costruirlo con ben altra convinzione e determinazione (come abbiamo segnalato sia alla precedente AG della FLC di aprile che al successivo direttivo di giugno).

Senza soldi e risorse, la scuola si deve arrangiare. Ed allora l’atteso piano della ministra Azzolina serve solo ad organizzare…questo arrangiamento. La bozza circolata proprio in questi giorni, infatti, valorizza le forme di flessibilità derivanti da autonomia scolastica: cioè, permette ad ogni istituzione scolastica, in piena autonomia sulla base delle [poche] risorse che ha, di organizzare diversamente i gruppi classe, gli orari, l’organizzazione e la didattica, un diverso frazionamento del tempo di insegnamento. Riducendo anche, se necessario, il tempo scuola o prevedendo di nuovo forme di didattica a distanza. Aumentando il carico di lavoro per docenti e personale ATA, a danno dei lavoratori e della didattica.
Non solo, il piano da indicazione di realizzare patti educativi di comunità: cioè permette di gestire la scuola anche attraverso accordi territoriali con enti pubblici e privati, non solo per reperire gli spazi necessari, ma anche per trovare personale educativo integrativo. Il piano cioè, non avendo il personale scolastico a disposizione per gestire le scuole in sicurezza, dividendo le classi, permette di organizzare didattiche integrative e parallele, in cui educatori, animatori e gente di spettacolo sostituiranno il personale scolastico mancante [sic: associazioni musicale, teatrali ed artistiche, che avranno compiti non solo nei contenuti di queste attività, ma anche sorveglianza e vigilanza alunni].

Tutto questo, distrugge la scuola e distrugge la scuola pubblica. Dopo mesi che hanno segnato la comunità scolastica con crescenti disuguaglianze, con una didattica di emergenza che ha escluso proprio chi più aveva bisogno della scuola e del suo tempo, questa soluzione rilancia sperequazioni e divisioni, rilancia le autonomie e le autonomie differenziate tra territori, dando ad ogni scuola organizzazioni e didattiche diverse (incentivando così le differenze sociali e territoriali): la scuola diventa cioè un amplificatore delle differenze di classe, invece che un suo riduttore. Come se non bastasse, in ogni istituzione si destruttura il tempo scuola, inserendo soggetti privati e personale non scolastico in questo spazio educativo: si declassa cioè strutturalmente la scuola a centro aggregativo, per permettere ai genitori di poter lavorare (quelli che un lavoro l’avranno). Altro che recupero degli apprendimenti o dello spazio educativo della scuola.

Contro tutto questo, il 25 giugno in sessanta piazze italiane sono organizzate delle mobilitazioni e dei presidi. Priorità alla scuola, un comitato nazionale di cittadini, studenti, lavoratori e lavoratrici della scuola, ha indetto queste mobilitazioni per chiedere la ripartenza delle attività didattiche in presenza a settembre, salvaguardando salute, sicurezza e diritto allo studio. Per chiedere in primo luogo risorse straordinarie, personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola; assunzione dei docenti precari dalle graduatorie; investimenti strutturali per l’edilizia scolastica; prevenzione sanitaria nelle scuole, senza che si sia costretti alla riduzione del tempo scuola; ad esternalizzazioni (tutto lavoro precario) per completare il tempo scuola; alle ore di 40 min; alla DAD come parte strutturale dell’orario di scuola. La stessa FLC nazionale ha aderito ed in alcuni territori sta materialmente organizzando questa partecipazione.

Come RiconquistiamoTutto saremo in queste piazze, per vera riapertura della scuola.Consapevoli che si sarebbe dovuto sviluppare prima ben altra mobilitazione, contro le scelte e le politiche del Ministero dell’Istruzione e di questo governo. Consapevoli che oggi, a fronte di queste bozze e di queste proposte, sarebbe necessaria ben altro impegno e ben altra mobilitazione da parte della FLC e del sindacato tutto. Consapevoli che quindi bisognerà continuare questa lotta durante l’estate. E soprattutto, che sarà in ogni caso necessario riprenderla con ancor più forza e determinazione all’apertura delle scuole, dove in questa situazione disastrosa sarà necessario lo sciopero generale, per contrastare questa deriva ed impedire che questo salto in avanti nell’autonomia scolastica e questa disarticolazione della scuola pubblica diventino strutturali. Si dovrà lottare cioè per impedire che l’emergenza sia usata per stravolgere definitivamente la scuola pubblica, riprendendo e radicalizzando quei progetti neoliberali sempre più dominanti negli ultimi decenni (dalla Gelmini alla Buonascuola). Oggi, e questo autunno, sarà proprio il tempo del conflitto!

#RiconquistiamoTutto