Attento visitatore della storia del movimento operaio, dei partiti, gruppi e movimenti della sinistra politica e sociale italiana, Sergio Dalmasso, in questo libro, traccia una brillante biografia politica di Lucio Libertini (1922-1993), collocandola, com’è giusto fare, tra le righe della storia del suo Lungo viaggio nella sinistra italiana (Milano, Edizioni Punto Rosso) dal 1944 al 1993. Mezzo secolo di militanza, quella di una volta, dove si viveva per la politica e non di politica, interrotta bruscamente dalla repentina morte avvenuta nel ferragosto del 1993. Innanzi tutto, assieme a Libertini, si compie un doveroso ripasso di pagine di storia del socialismo italiano, quello che rinasce col Partito socialista di unità proletaria e la vivace corrente interna di Iniziativa socialista alla quale partecipa attivamente. Sono anni convulsi di avvenimenti interni e internazionali, di divisione del socialismo a cominciare dalla scissione del 1947 da cui nasce il Partito socialista dei lavoratori italiani, formazione alla quale aderisce nella convinzione di aver dato vita ad un partito antistalinista, classista e rivoluzionario. È una breve illusione, nel 1949 detto partito tratta con la Democrazia cristiana la sua entrata nel governo e vota a favore del Patto Atlantico. La guerra fredda gela il mondo, si scalda in Corea nel 1950, una piccola crisi interna al Partito comunista, risolta alla maniera di allora con le espulsioni, porta alla costituzione di un piccolo movimento politico denominato Unione dei Socialisti Italiani a cui Libertini, abbandonato il partito di Saragat, aderisce.

Una coerenza esemplare

Fin da questi primi passaggi politici si evidenziano già gli assi del suo percorso nel quale combina un riferimento classista della lotta politica, con una critica allo stalinismo che data in tempi non sospetti, il che non era certo facile nella fase di maggior prestigio dell’Urss e del suo “piccolo padre”. Su queste posizioni, al di là delle vicende contingenti, Libertini è stato coerente sino alla fine della sua esistenza. Questo è uno dei meriti che Dalmasso gli riconosce, e fa bene. La sua costante, scrive è stata, sin dal 1945, quella di un tentativo di uscire dallo stalinismo, ma da sinistra, come sottolinea in un passaggio dedicato al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, quello del disgelo e della denuncia dei crimini di Stalin. Gli errori denunciati dal Congresso, sostiene Libertini, non si correggono con l’adesione alla democrazia parlamentare, l’alternativa allo stalinismo è la democrazia socialista, l’autogoverno dei lavoratori, il deperimento dello Stato. Rientrato nel Partito socialista, collabora con Raniero Panzieri alla stesura delle Sette tesi sul controllo operaio dove si sostiene la concezione del partito come strumento della classe, l’autonomia del sindacato, una politica culturale libera e autonoma, la creazione di organismi di base e di classe, radicati nei luoghi di produzione per controllare il ciclo produttivo.

La parabola socialista

Alle prime avvisaglie di apertura a sinistra della compagine governativa da parte della Democrazia cristiana, Libertini denuncia maneggiamenti e accordi da parte del Psi con la DC che porteranno i socialisti al governo. Quella di Libertini è una presa di posizione politica da parte di un uomo, come scrive Luigi Vinci nella postfazione, dal carattere intransigente e polemico che lo porta a ragionare di politica in termini secchi, taglienti, perentori e, di conseguenza a critiche serrate fino all’allontanamento e alla rottura, in forma sempre civile.

Si forma così il Psiup, un “partito provvisorio” che ebbe vita breve (1964-1972) nel quale Libertini ricopre incarichi di rilievo. La sua parabola socialista, sottolinea l’autore, consente di riaccendere l’attenzione su sensibilità e forze propulsive politiche e culturali provenienti da quell’area, che gettano luce su storie oggi rese opache dal giudizio dato sulla fase finale involutiva del partito negli anni Ottanta. Una storia del socialismo oggi vittima di quella ripulitura del passato condotta a partire da una morale presentista spicciola e fobica che cancella pagine importanti e significative.

Nel comunismo italiano

Dopo il suo scioglimento una buona parte dei socialproletari confluisce nel Partito comunista e tra loro vi è anche Libertini, costretto per il suo passato e per le sue posizioni all’autocritica e a un certo iniziale ostracismo, da parte del lupo “stalinista” che aveva perso il pelo ma non del tutto il vizio. Un partito, rammenta Vinci, ormai composto da più o meno consolidate correnti, nel quale il dibattito negli organismi intermedi e ai vertici è assai libero. È però ancora “reato”, il tentativo di arruolare pezzi di base a frazioni, fatta eccezione naturalmente per quella di maggioranza. Solo alla base si deve continuare a far credere che il partito è monolitico e che ai suoi vertici essa deve recare ferrea obbedienza. L’impegno e l’apporto di competenze, come sempre, coi comunisti è notevole e di rilievo e tale continua ad essere anche in Rifondazione comunista, quando si forma in risposta allo scioglimento del Partito comunista. Libertini è, con Armando Cossutta, Rino Serri, Ersilia Salvato, Sergio Garavini, uno dei fondatori. L’entusiasmo per la rifondazione c’è, ma il momento non è dei più propizi. Le democrazie popolari dell’est Europa si sfaldano una dietro l’altra e l’Urss cessa di esistere nel 1991. Nel novembre di quell’anno, ricordando la Rivoluzione russa, scrive, su Liberazione del 2 novembre, della “tragica vicenda, della progressiva involuzione delle società nate dall’Ottobre: autoritarismo, burocrazia, dittatura, atrocità di massa, rivolte contro gli stessi comunisti, oppressione di altri popoli. Sino a configurare stati dominati da un ceto burocratico-militare che contraddiceva i principi dai quali era sorta la rivoluzione del 1917”. E poco dopo, quando la bandiera rossa viene ammainata sul Cremlino a Mosca, commenta amaramente, sempre su Liberazione del 28 dicembre 1991: “umiliata dapprima da un autoritarismo burocratico e poi resa indecorosa alle forze della destra. Si chiude così una tragedia, si chiude un secolo di storia, si apre un altro ciclo”.