Il cinico quesito che si è posto l’Economist il 2 aprile scorso, cioè “fino a quando potremo permetterci di dire che una vita umana non ha prezzo”, si pone in una linea di diretta continuità col programma nazista di “eutanasia” denominato “Aktion T4”, che, come è noto, portò allo sterminio pianificato di alcune decine di migliaia di disabili (70.000 secondo alcune stime [1] , 200.000, secondo altre [2] ). Al di là delle famigerate teorie sulla purezza della razza, che erano state poste alla base anche dei programmi di sterilizzazione eugenetica, e che implicavano la selezione darwiniana per l’eliminazione degli elementi “negativi” e la riproduzione dei soli “positivi”, l’argomento economico fu largamente impiegato dal nazismo per giustificare il programma. Già nelle scuole venivano proposti agli studenti problemi come i seguenti: “Problema 95. La costruzione di un ospedale psichiatrico costa circa 6 milioni di marchi. Quante case del costo di 15 mila marchi ciascuna si sarebbero potute costruire con la somma in questione? (…) Problema 97 – Un malato di mente costa circa 4 marchi al giorno, un invalido 5,50 marchi, un delinquente 3,50 marchi. In molti casi un funzionario pubblico guadagna al giorno 4 marchi, un impiegato appena 3,50 marchi, un operaio non qualificato neanche 2 marchi per ciascun membro della famiglia. a) Rappresenta graficamente queste cifre. Secondo prudenti valutazioni in Germania ci sono 300 000 malati di mente, epilettici ecc. in case di cura. b) Quanto costano annualmente costoro complessivamente se per ciascuno ci vogliono 4 marchi? c) Quanti prestiti matrimoniali dell’ammontare di 1000 marchi l’uno – con rinuncia a qualsiasi successiva restituzione – si potrebbero stanziare ogni anno con questi soldi?” [3] . Con l’entrata in guerra e l’accrescersi delle necessità economiche ad essa legate, poi, tale argomento divenne più impellente, per cui si legge nelle annotazioni di Joseph Goebbels: “E’ inaccettabile che, durante una guerra, centinaia di migliaia di persone del tutto inadatte alla vita pratica, completamente istupidite e che non potranno mai più essere guarite, vengano trascinate e gravino sullo stato sociale del Paese a tal punto che non rimangono quasi mezzi e possibilità per una costruttiva attività sociale”. Quando ci si chiede se i costi del distanziamento sociale operato per combattere la pandemia non rischi di superare i benefici, si ragiona più o meno con quel metro.

Ma se ciò è vero, bisogna riconoscere che tutto l’Occidente, e particolarmente quello di cultura anglo-sassone e protestante, è impregnato di questo implicito nazismo, evidentemente inscindibile dal neo-liberismo economico. Gli enormi ritardi nel ripercorrere la via del lockdown indicata dall’esempio cinese (e senza nulla togliere al fatto che anche la Cina e la stessa OMS abbiano gravi responsabilità, a loro volta, nell’aver tardato a diffondere la conoscenza del problema e delle sue effettive dimensioni [4] ) dimostrano che solo quando il numero delle vittime ha rischiato di esplodere e mettere a repentaglio la convivenza sociale si è scelto, a malincuore, di accettare tale soluzione, che, se adottata in anticipo, avrebbe risparmiato non solo vite umane, ma anche costi economici (perché sarebbe durata meno, e perché inferiori sarebbero state le spese sanitarie). E ogni paese, uno dopo l’altro (prima l’Italia, poi la Spagna, poi la Francia, poi il Regno Unito, poi gli USA)ha ripetuto gli errori precedenti senza mai mostrare di aver appreso la lezione.  La soluzione squisitamente darwiniana (lasciare che il contagio si diffondesse “naturalmente” – facendo tutti i morti del caso – così da creare l’”immunità di gregge”) è stata anzi apertamente difesa in un primo momento sia da Boris Johnson che da Donald Trump, salvo fare precipitose retromarce quando la situazione si veniva a profilare come insostenibile. Ben diversa è stata la strada percorsa da paesi molto più poveri che, col solo lockdown, almeno finora, sono riusciti a contenere la diffusione del virus in termini accettabili (in proporzione, ovviamente, alle rispettive popolazioni). Già  limitando lo sguardo al solo continente nord-americano, c’è da chiedersi come sia possibile che gli USA totalizzino oltre 1.200.000 casi di contagio (su 329 milioni di abitanti) a fronte di 66 mila del Canada (su 37 milioni di abitanti) e dei 31.000 del Messico (su 127 milioni di abitanti) [5] . Se continua così, tra un po’ saranno i messicani a voler costruire il muro…

Ma alla propensione per il darwinismo, è lecito supporre, non deve essere estranea la tipologia dei soggetti colpiti (e uccisi) dal virus, che sono soprattutto anziani e malati cronici, ossia persone che, come i disabili del Terzo Reich, “costano” molto (in termini di previdenza, assistenza e sanità) agli stati un tempo sociali, ma che ora il neo-liberismo culturalmente egemone vorrebbe che di tali spese si alleggerissero. E quindi è molto probabile che sulla bilancia dei costi e dei benefici abbia pesato non solo la considerazione dei costi che il distanziamento comporta, ma anche quella dei benefici che sarebbero assicurati dalla liberazione  delle inutili “bocche da sfamare”, delle “zavorre” (per il citare il titolo di un recente libro sull’Aktion T4) di “vite indegne di essere vissute”. Quindi non si sarebbe trattato neppure di un vero bilanciamento, perché i costi sarebbero stati tutti da una parte, e i benefici (due piccioni con una fava) tutti dall’altra. Solo così si riesce a spiegare, ad esempio, la contraddizione tra l’attuale titubanza ad adottare le sole misure utili ad evitare lo sterminio, e le pregresse crociate combattute fino a ieri in favore del vaccino (verosimilmente utile, questo sì, a chi lo produce) per una malattia come il morbillo che comporta una mortalità compresa tra lo 0,3 e l’1 per mille (per mille, non per cento) degli infetti [6] , un rischio simile a quello che si corre attraversando la strada sulle strisce pedonali (non si vuole con questo prendere posizione a favore dei “no vax”, sia chiaro, ma solo descrivere il problema nelle sue esatte dimensioni). Da una parte indifferenza totale, dall’altra esagerate e sospette premure.

Tutto ciò potrebbe avere grandi riflessi in termini di quello che nella geopolitica si definisce “soft power”, ossia l’abilità di un potere politico di persuadere, convincere, attrarre e cooptare, tramite risorse intangibili quali “cultura, valori e istituzioni della politica” [7] . Se, a differenza dei paesi “arretrati”, e magari autoritari, l’Occidente liberale e democratico sta ripercorrendo le orme del nazismo e della sua “Aktion T4”, sterminando i propri membri più deboli in nome del profitto  e degli affari che non si possono fermare, non resta che concludere, parafrasando Peppino Impastato, che l’Occidente è una montagna di merda.

Marco Modena