Le elezioni anticipate del 1921 vedono una situazione notevolmente cambiata, in Italia come nel resto d’Europa. L’ondata “rossa” scatenata dalla rivoluzione russa è in riflusso. Sconfitte sanguinosamente le rivoluzioni in Baviera e in Ungheria, “addomesticate” quelle di Berlino e di Vienna, il movimento operaio è ormai passato sulla difensiva (anche se non in modo lineare, come dimostrerà la situazione tedesca, almeno fino al 1923). In Italia il riflusso del “Biennio Rosso” lascerà due strascichi importanti. Da un lato la definitiva rottura nel campo del socialismo tra il vecchio PSI e la sua nuova costola di sinistra, il Partito Comunista d’Italia, fondato a Livorno proprio nel gennaio di quell’anno. Dall’altro l’ascesa del nuovo movimento piccolo-borghese fondato due anni prima da Mussolini, il fascismo, che proprio durante quest’anno cruciale cambierà nome, simbolo e programma, trasformandosi nel Partito Nazionale Fascista, ed ottenendo, grazie all’alleanza con varie componenti liberali, conservatrici e nazionaliste all’interno del “Blocco Nazionale”, una prima, seppur limitata (poco più del 6%) rappresentanza parlamentare. I risultati elettorali mostrano i primi sintomi di arretramento delle sinistre: la divisione da un lato, la violenza fascista dall’altro demoralizzano settori importanti del movimento operaio. Non è un caso che il voto “rosso” entri in crisi proprio nelle tradizionali “fortezze” socialiste della pianura padana, dove si sta assistendo ad un vero e proprio assedio (con espugnazioni violente, manu militari) di Camere del Lavoro, sedi socialiste (e comuniste), cooperative, ecc.

Il risultato complessivo in termini di voti è analogo (poco più di 2 milioni), ma in percentuale si perdono quasi 5 punti. La differenza è dovuta all’aumento degli elettori, sia in seguito all’incremento della partecipazione, sia in seguito al fatto che voteranno anche le regioni annesse all’Italia in seguito alla pace di Versailles (Trentino, Sud Tirolo, Venezia Giulia, Istria), regioni che, come vedremo (a parte la zona di Trieste e Monfalcone) non sono particolarmente generose con la sinistra. Rispetto a due anni prima, da notare la scomparsa del Partito Socialista Riformista di Bonomi, ormai integrato nella coalizione liberale “progressista” (la prima delle “digestioni” da parte dello schieramento borghese di cui parlavo nell’introduzione di due giorni fa). Eccovi i dati nazionali:

  • Partito Socialista Italiano                            24,7% (-7,6%)
  • Partito Comunista d’Italia                             4,6% (+4,6%)
  • Partito Repubblicano                                      1,9% (+1,0%)
  • Altri (socialisti indipendenti)                       0,6% (-1,5%)
  • TOTALE                                                             31,8% (-4,7%)

Se diamo un’occhiata al voto su base regionale, notiamo subito dove la violenza fascista ha aperto delle vere e proprie voragini.

  1. Toscana                                    46,8%
  2.  Emilia-Romagna                    46,2%, rispetto al 60% ottenuto dal solo PSI nel ’19.
  3.  Lombardia                              44,6%
  4.  Sardegna*                               41,3%*
  5.  Liguria                                     40,4%
  6.  Piemonte                                  37,0%
  7.  Marche                                     35,3%
  8.  Friuli e Bellunese                   34,3%
  9.  Lazio                                         33,3%
  10.  Veneto                                       31,6%
  11.  Umbria                                      29,8%, rispetto al 46,9 del solo PSI due anni prima
  12.  Puglia                                         21,4%
  13.  Trentino-Sud Tirolo                20,5%
  14.  Abruzzo                                     17,1%
  15.  Venezia Giulia                          13,3%
  16.  Calabria                                     11,3%
  17.  Basilicata                                   10,0%
  18.  Campania                                    6,9%
  19.  Sicilia                                            5,8%

*Il risultato della Sardegna è dovuto per i due terzi all’affermazione del neonato Partito Sardo d’Azione, indipendentista e di sinistra, fondato dal compagno Emilio Lussu.

Come si vede, mentre c’è una tenuta nel Sud ed in genere nelle zone bianche e conservatrici, dove l’azione delle squadre fasciste era stata scarsa o nulla, sono proprio le zone rosse (con la parziale eccezione di Toscana e Lombardia) a soffrire di più gli arretramenti. Se infatti entriamo nell’analisi nelle sub-regioni, il fenomeno risulta ancor più visibile. L’area di Bologna, Ferrara e Romagna resta sì la più “rossa” d’Italia, col 55,7% dei voti, ma ben lontana da quell’80% di due anni prima. E l’Emilia occidentale, tra Modena e Piacenza, crolla dal 57,9% del 1919 al 38,6% del ’21. Ciò fa sì che “L’Emilia rossa” perda per la prima volta il primato in Italia, superata dalla Toscana che, pur perdendo terreno, effettua un “sorpasso in retromarcia”.  Anche la Toscana rossa, infatti, perde terreno, ma in modo molto più contenuto: il collegio più rosso, quello meridionale (Siena-Grosseto-Arezzo), perde solo 4 punti (dal 50 al 46%), mentre gli altri due arretrano di circa 10 punti (Firenze-Pistoia passa dal 57,1 al 45, e Pisa-Livorno-Lucca-Massa Carrara dal 55 al 47,4). Quella che era la seconda regione rossa nel ’19, il Piemonte, scende al 6° posto, grazie alla perdita di quasi 18 punti nel Torinese (dal 58 al 41%), di venti nel Novarese-Vercellese (dal 75 al 54,6%), di 12 nell’Alessandrino-Astigiano (dal 55,7 al 43,6%). Anche la provincia bianca, il Cuneese, vede quasi dimezzare il voto rosso, dal 28,6 al 15,2. L’Umbria e la Lombardia, che avevano ottenuto quasi il 47% dei voti rossi nel ’19, si comportano in modo diversificato. L’Umbria crolla dal 47 al 30 (e passa dal terzo all’undicesimo posto), mentre la Lombardia sembra tenere, perdendo solo l’1,6%, diventando la terza regione rossa (nel ’19 era al quarto posto) d’Italia, subito dopo Toscana ed Emilia. Ma, mentre la zona rossa per eccellenza, il Mantovano-Cremonese, teatro delle scorribande delle squadracce in camicia nera, perde circa il 30% (dall’80 al 50%),  il Milanese e il Pavese perdono molto meno, da poco meno del 60 al 54,8%, situandosi al secondo posto in Italia, dopo la Romagna. E le zone bianche, quelle dell’Alta Lombardia, addirittura vedono una crescita, seppur limitata, del voto rosso: il nord-ovest passa dal 36,4 al 39,8%, e il Bresciano e la Bergamasca dal 25 al 26,2. Un caso a parte è la Sardegna che, come dicevamo in nota, passa da un misero 8,3% del 1919 (13° posto) al 41,3% (quarto posto), grazie soprattutto all’exploit del neonato partito sardista di sinistra fondato da Lussu (28,6%), ma anche grazie ad un discreto aumento dell’area socialista, che sale dall’8 al 13%. In controtendenza rispetto al resto del Nord, la Liguria passa dal 9° al 5° posto (dal 31,5 al 40,4%), soprattutto grazie all’area rossa che va da Savona a La Spezia, passando per la capitale proletaria Genova. Un’altra regione “rosa” (frutto del “rosso” di Ancona e Pesaro e del “bianco” delle province meridionali), le Marche, vedono una tenuta (dal 33,6 al 35,3%), mentre va peggio per l’area friulano-bellunese (che al giorno d’oggi sembrerebbe bianca da sempre), che passa dal 41,7% (6°posto) del ’19 al 34,3 (8°posto) del ’21. Il Veneto, storica regione conservatrice e cattolica (con l’eccezione, come dicevamo nella prima parte, di Venezia), passa dall’8° (33,5%) al 10° (31,6%), con ai due estremi Venezia (con oltre il 40% dei voti a sinistra) e Treviso (meno del 15%), col Veronese-Vicentino (il secondo già bianco nel 19) che scendono da oltre il 40 al 33,8%, mentre Padovano e Polesine (quest’ultimo in particolare colpito dalle violenze fasciste) perdono circa 10 punti (dal 43 al 33,4%). Le altre due regioni del Nord, strappate all’Impero Austro-Ungarico nel 1918, partecipano per la prima volta alle elezioni italiane. Il Trentino, pur essendo zona cattolica e conservatrice, aveva una certa tradizione socialista (basti pensare al deputato irredentista Cesare Battisti), seppur minoritaria. Infatti alle elezioni il voto “rosso” raggiunge il 28,5% (percentuale, sia detto per inciso, mai più raggiunta in seguito). Ben diverso il caso tirolese: in provincia di Bolzano la socialdemocrazia ex austriaca ottiene solo il 9,8%, una delle percentuali più basse d’Italia. Per quanto riguarda la Venezia Giulia, mentre a Trieste città il voto rosso (in questo caso soprattutto comunista) è di tutto rispetto (46%), nel resto della regione si va dal 27% del Goriziano al 19% dell’Istria vera e propria. Nel centro-sud peninsulare non si assiste all’arretramento più o meno generalizzato di cui abbiamo parlato sopra. Certo, sono zone ancora in gran parte molto arretrate, con un proletariato agricolo debole e disorganizzato, in cui l’attivismo violento degli squadristi si è fatto sentire relativamente poco, rispetto alla Val Padana o a città operaie come Torino. Il Lazio mantiene più o meno un terzo dei voti rossi, poco più che due anni prima. Le altre zone del Sud mantengono le stesse percentuali di due anni prima, o addirittura le migliorano leggermente, dal collegio Bari-Foggia (28%, cifra analoga a quella del ’19), al Napoletano (18,6 rispetto al 17,6 di due anni prima). Solo negli Abruzzi c’è un certo ridimensionamento (dal 25 al 17%), mentre nel resto del Sud si viaggia intorno al 10% dei voti, con percentuali ancora più basse nella Campania al di fuori dell’area napoletana (addirittura il 2,7% nell’Irpinia e nel Sannio) e nella Sicilia settentrionale (5% nel Palermitano, meno dell’8% raccolto due anni prima).

Queste saranno le ultime elezioni “democratiche” del Regno d’Italia. Tre anni dopo le nuove elezioni, tenute col nuovo metodo iper-maggioritario (vi ricorda qualcosa?) creato dalla famigerata legge Acerbo e ostacolate da innumerevoli violenze fasciste (come denuncerà il deputato Matteotti in Parlamento), pur non essendo ancora del tutto prive di senso per la misurazione sufficientemente credibile degli “umori” popolari (che è lo scopo di questi articoli), saranno troppo poco affidabili per rientrare in un’analisi obiettiva. E la notte del ventennio fascista costituirà una rottura fondamentale, che rende necessario il passaggio a nuovi strumenti d’analisi nel prossimo capitolo.

[continua….]

Flavio Guidi