di Checchino Antonini/ Ci siamo sempre andati. E per questo per una volta lo racconto in prima persona. A Ponte Garibaldi, ogni 12 maggio da 47 anni. In corteo, alla spicciolata negli anni di “bassa”, o ancora incordonati e minacciati – se solo avessimo esposto striscioni contro Kossiga – negli anni in cui era salito al Quirinale quello che armò la mano che l’uccise. Che uccise Giorgiana Masi, 19 anni, compagna femminista, di movimento, come si diceva allora. Era il 12 maggio del 77  e tre anni prima c’era stata una grande vittoria referendaria sul divorzio, una sconfitta storica di chiesa, democrazia cristiana e fascisti che aveva annunciato una avanzata elettorale delle sinistre e con loro della speranza di un mondo più giusto. Non fu così. Pci e sindacato si confinarono nella disastrosa idea di un compromesso storico con il blocco politico e mafioso che aveva governato il Paese da dopo la Liberazione e questo mise fine a una stagione di avanzamenti e riforme che potevano essere fatti meglio ma erano il segno dell’offensiva di lavoratori e lavoratrici in carne e sangue. La linea delle compatibilità, mai più abbandonata dai due pachidermi politici della sinistra politica e sindacale, invece spaccò le classi subalterne in garantiti e non garantiti, un’intera generazione si mise in movimento contro le politiche dei sacrifici e dell’austerità e decise di disobbedire festosamente al divieto del ministro dell’Interno di manifestare a Roma. E quel giorno venne ammazzata una ragazza. Era uno dei tanti episodi di guerra sporca del lungo dopoguerra italiano. Quel ministro degli Interni gestì in maniera disastrosa anche il sequestro Moro e pochi anni dopo ascese al Quirinale, succedendo a Pertini. Da un presidente partigiano a un presidente picconatore.

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E anche quest’anno ci siamo tornati, su quel ponte, di fronte a quella lapide. Ci siamo incontrati con alcuni al fioraio vicino, riconosciuti sotto le mascherine, ci siamo mandati baci da almeno un metro, toccati con i gomiti e con i piedi. Abbiamo lasciato fiori, biglietti, una cartolina con un disegno di Biani dedicato a Federico Aldrovandi. Una bandiera rossa del Prc legata al palo lì vicino fin dalle prime ore del mattino e lo storico ritratto di Giorgiana, “dall’album dei ricordi di Francesco Kossiga”, realizzato dal nostro Fabio Ferri.

Non c’è stata una chiamata, anche per non allertare apparati di sicurezza fin troppo eccitati dal clima di emergenza permanente e dal governo manettaro. Ma un tam-tam informale quello sì. E’ un pezzo della nostra storia – chi scrive non riuscì a scendere in piazza quel giorno ma dalle compagne e i compagni un po’ più grandi, il giorno dopo in un liceo romano, imparò lo strazio e la rabbia – ed è un frammento che si incastra in una contingenza inedita.

Tra noi c’è Tano D’Amico, fotoreporter che fu l’occhio di quello e dei movimenti a venire. Sarà lui a firmare la foto di uno dei poliziotti in borghese con la pistola pronta a fare fuoco: «Quella foto non ebbe successo – considera con amarezza – sembrava che quel governo dovesse almeno cadere perché aveva mentito (ovvio che all’epoca furono avanzate le solite versioni del fuoco dei manifestanti o del colpo in aria rimbalzato e la consueta colpevolizzazione della vittima, ndr)… è finita invece che sono stato io dimesso da tutto, autore di quell’immagine. Ora che vengono fuori le carte devo dire che si dissociarono da me anche i miei compagni del giornale, la cosa era così grossa che o stavi di qua o stavi di là. Giorgiana è morta e ci penso ancora tantissimo». Tano continua a stare dalla parte giusta.

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Mai come adesso non è stata una questione di nostalgia, di memoria dovuta. Un fiore per Giorgiana e per una nuova stagione di lotte. Siamo militanti sociali, politici, sindacali di diverse generazioni, ho riconosciuto attiviste di Non Una di Meno e di altre assemblee femministe e lesbiche, ex dell’area di Lotta continua e dell’autonomia, militanti di Sinistra Anticapitalista e di Rifondazione comunista impegnanti anche nei percorsi contro la repressione e lo stato penale. Alcuni di noi erano qui il 12 maggio 77, altri e altre ne hanno seguito o intercettato le orme e i segnali. Il lockdown che impedisce ogni tipo di manifestazione ha reso il ricordo ancora più necessario e urgente. E il bisogno di riconquistare l’agibilità democratica è imprescindibile da quello di conquistare sicurezza per i lavoratori e una nuova centralità del servizio pubblico – sanità, scuola, trasporti.

Perché le crisi vengono usate da chi governa per riscrivere i rapporti di forza.  E allora solo il popolo salva il popolo e a noi servono luoghi e pratiche per conquistare reddito, diritto all’abitare, per far pagare la crisi a chi sfrutta e ai ricchi, per elaborare piattaforme condivise. Ci serve la sicurezza di poter cambiare il mondo. Ci è sembrato di essere così sulla scia degli scioperi nelle fabbriche lombarde all’inizio di questa emergenza, del lavoro di mutualismo conflittuale nelle periferie più colpite, delle tante passeggiate “clandestine” per portare un fiore sulle lapidi dei partigiani il 28 aprile o per rivendicare reddito con le lenzuolate del primo maggio e gli “assembramenti” illegali delle ultime settimane. Il 28 maggio, a Brescia, si proverà a tenere alto il ricordo scottante della strage fascista della Loggia.

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«La polizia sparò alle spalle – ricorda accanto a me Giovanni Russo Spena, giurista, ex parlamentare per Dp e poi Prc, attivo nell’Osservatorio Repressione – Giorgiana, militante di sinistra che voleva cambiare il mondo fu colpita da una polizia che era una polizia clandestina, parallela a quella dello Stato, quella della Gladio di Cossiga che scendeva in campo, sparava e uccideva. Anche noi oggi vogliamo cambiare il mondo, contro il divieto di manifestare e contro l’autoritarismo e per la libertà costituzionale. Da qui lanciamo l’appello che lo stato d’emergenza dovuto alla pandemia non diventi una crisi della democrazia istituzionale, un vero e proprio stato di eccezione. Lo stato di eccezione nasce quando non si può più manifestare, non ci si può più organizzare e pretendere che i propri diritti vengano rispettatiin nome di una real-politilk. Accettiamo il rigore che la pandemia ci impone ma vogliamo essere cittadine e cittadini che vogliono cambiare il mondo».

«No, non c’ero nel ’77 ma ne ho memoria collettiva – spiega Cristina Tuteri, di Sinistra Anticapitalista Roma, organizzazione femminista, rivoluzionaria ed ecosocialista  – me l’hanno raccontato tante compagne e compagni. Giorgiana Masi parla ancora e a tutte noi. Quest’anno è particolarmente importante perché la quarantena ha dato massima libertà alla violenza sulle donne e in quarantena abbiamo vissuto senza libertà individuali e collettive, libertà che ci dobbiamo riprendere, col conflitto, nelle piazze. Siamo qui per ricordare a noi che dopo la quarantena dobbiamo riprendere il conflitto per i posti di lavoro persi, per i diritti negati, perché la sinistra ci manca… dobbiamo assolutamente riconquistare il futuro».

Sindacalista della scuola e ora segretario romano del Prc, anche Vito Miloni prende parte all’occasionale manifestazione dell’epoca covid, alcune decine di persone attentissime a non avvicinarsi più di tanto, in fila come fosse una farmacia: «Siamo pronti a mobilitarci in ogni momento contro la repressione e per riconquistare degli spazi di agibilità nel rispetto delle regole, senza esporci a dei rischi, appunto per dire che il conflitto sociale non può subire limiti». Dopo aver sistemato il foulard sulla lapide, Graziella Bastelli, una compagna di Non una di meno spiega che «Il tempo ci ha insegnato che non si può dare niente di scontato e che le conquiste e i diritti, l’autodeterminazione delle donne e la libertà di tutte e di tutti vanno continuamente conquistati. Quello che ci si chiede oggi è di essere creativi ma sapere determinarsi nelle nostre scelte». Dice ancora che c’è molto di partriarcale nelle modalità del lockdown e che i centri anti-violenza hanno visto aumentare del 75% le richieste di aiuto da parte delle donne: «il concetto di colpa in una società capitalista e patriarcale non si poteva agire se non in questi modi. L’importante è non farsi annullare la nostra capacità di immaginazione trasformativa perché non di dovrà tornare come prima: vogliamo molto di più, vogliamo tutto, diritti, bisogni e desideri concretizzati».

Alterego, Fabbrica dei Diritti che vuole proporre un nuovo metodo di lotta contro le disuguaglianze e le violazioni dei diritti umani (da tempo in rete con Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, e RadioSonar) invia in diretta un messaggio visto che, in questa fase, si sta occupando degli abusi di polizia contro cittadini accusati di presunte violazioni del dpcm: «Giustizia e legalità sono concetti che spesso si scontrano. Quando la legalità prevale sulla giustizia, ecco che il conflitto sociale diventa lo strumento di riequilibrio. Non esiste legge senza un valore di giustizia che assurge a suo fondamento, così come non esiste giustizia senza un conflitto che ne alimenti la realizzazione. Amiamo la luce, ma è il devastante ardere del sole che ci consente di goderne».

Una iniziativa che serve a dimostrare che è possibile tirare i fili della memoria per ricominciare a riprenderci la strade, le piazze, i corpi. Infine come organizzazione crediamo sia ora che la lotta alla repressione, nelle sue forme più varie – dalle torture in carcere alla violenze di piazza passando per le forme della malapolizia quotidiana – debba essere parte integrante di ogni altra piattaforma vertenziale per inceppare il terribile laboratorio di normalizzazione e passività che rischia di costruirsi nella gestione di una crisi che la pandemia ha solo accelerato: il liberismo faceva schifo e uccideva anche prima e ora è un re più nudo che mai. Costruendo connessioni fra temi, pratiche e soggettività, invece, potrebbe aprirsi una fase nuova di lotte e conquiste.