È venuto a mancare oggi lo scrittore cileno di fama mondiale Luis Sepùlveda, autore tra gli altri del celeberrimo “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Esiliato politico a seguito del golpe di Pinochet in Cile nel 1972, Sepùlveda si era ammalato in febbraio di covid-19.


Nato nell’ottobre del 1949 ad Ovalle, Cile, Luis Sepùlveda viene subito influenzato dalla lunga tradizione anarchica della sua famiglia: il nonno paterno con cui crebbe a Valparaìso fu esiliato e poi condannato a morte per motivi politici. Così, ben presto la sua vita prese la strada dell’attivismo politico che gli costò nel ‘73, a seguito del colpo di Stato del generale Augusto Pinochet contro il governo di Salvador Allende, sette mesi di torture chiuso in uno sgabuzzino così stretto da obbligarlo a rimanere costantemente alzato: Sepùlveda era colpevole di far parte della guardia personale di Salvador Allende. Un’ondata di solidarietà internazionale partita dal mondo letterario gli permise di prendere la via dell’esilio.
Da allora si è dedicato alla collaborazione con associazioni in difesa dei diritti umani e alla stesura di alcuni dei suoi più famosi lavori letterari: come “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” cui cui ha raggiunto il culmine del successo.
Il suo attivismo politico non ha condizionato solo la sua vita, costringendolo ad affrontare situazioni drammatiche, ma anche tutte le sue opere, colme di storie metaforiche che, con una disarmantesemplicità, puntano a rompere tutti i pregiudizi culturali e sociali che sorreggono fondano la nostra società. Utilizzando storie fantastiche ambientate nel mondo animale come metafore delle varie facce della società e di un umanità che sempre più si stava – e si sta – allontanando dalla sua genuinità e naturalezza. Un umanità sempre più corrosa dall’individualismo, dal razzismo e che non ha scrupoli nella continua devastazione ambientale. Non è un caso che proprio in “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” il racconto si apre con la morte del gabbiano a causa del contatto in mare con delle macchie di petrolio; l’opera, scritta nel 1996, cerca di dare una risposta in direzione contraria a quella della società del tempo, che era ben lontana da quella per cui Sepùlveda aveva lottato per tutta la vita e in cui sperava dopo aver vissuto lo sconvolgimento sociale causato dai movimenti rivoluzionari degli anni ‘70.
È emblematica la risposta di Zorba, il gatto che promette alla gabbiana morta di prendersi cura della sua prole, davanti al problema delle cure di questa nuova creatura, per quanto diversa da tutti loro, ricerca la collettività: subito chiede aiuto al suo gruppo di amici per capire come mantenere fede alla sua promessa, come poter procurare del cibo e dove poterla far crescere al sicuro per poi poterla far vivere libera come un gabbiano quale è.
Oggi che la pandemia del Coronavirus ha bloccato non solo la vita di tutti ma anche gran parte della macchina economica su cui si basa il capitalismo, in cui siamo tutti costretti all’isolazionismo e sentiamo sempre più forte la paura del futuro che ci porta ad alimentare il nostro individualismo e la paura del diverso, Sepùlveda ci lascia un messaggio attualismo: quello di ritornare a un rapporto armonico con la natura e tutto ciò che ci circonda, rompendo con la monotonia, l’egoismo e la paura per aprirci alla collettività, alla crescita comune e a un legame con ciò e chi ci circonda che ci farebbe sicuramente nascere in noi un senso di ribellione contro un sistema che lucra sulla vita delle persone e distrugge l’ambiente in nome del profitto; affinché proprio come la gabbianella anche noi impariamo a volare fino alla libertà.

Scilla Di Pietro