Per questo, la pessima gestione dell’epidemia a bordo della portaerei Uss Theodore Roosevelt è probabilmente il fatto più strategico capitato sin qui agli Stati Uniti nella crisi del virus. Perché investe direttamente uno dei pilastri su cui si fonda il loro potere nel mondo, sul mondo.


Prima gli eventi. Il 17 gennaio la Roosevelt salpa dalla sua casa di San Diego, California, alla volta dell’Asia. Non va alla guerra. È una missione di routine: gli Stati Uniti fanno d’abitudine circolare le loro navi per ricordare a tutti chi comanda. Il 5-9 marzo fa visita al porto di Danang, Vietnam, per poi riprendere il mare. Il 22 dello stesso mese si registra il primo caso della malattia. Il 26 la Marina annuncia che sta tornando alla base di Guam, nelle Marianne, fondamentale avamposto a stelle e strisce a poche ore di navigazione dal continente asiatico.


Mentre la Roosevelt attracca, succede il fattaccio. Il comandante della nave, capitano Brett E. Crozier, scrive una lettera chiedendo di evacuare più marinai possibili. Richiesta ineccepibile: a bordo ci sono 4.865 persone e le portaerei non sono esattamente il posto migliore dove praticare il distanziamento sociale. L’ufficiale però non la manda ai suoi superiori, ossia il capo della Flotta del Pacifico e il comandante del gruppo da battaglia della Roosevelt. Questi due ufficiali si trovano a bordo con lui e gli hanno già detto che non concordano sull’urgenza. Crozier aggira la catena di comando, la spedisce ad altri ufficiali della Marina, non la cataloga come riservata. Risultato: la lettera finisce sul San Francisco Chronicle. Il capitano viene immediatamente sollevato dall’incarico.


Carta di Laura Canali.

Carta di Laura Canali.


Non è finita. Fra i vertici della Marina serpeggia il malumore. Contro il licenziamento si scagliano diversi ammiragli in pensione – che poi se sei ammiraglio (o generale) in pensione non ci vai davvero mai perché gli ufficiali in carriera ti affidano il compito di diffondere ai media ciò che pensano ma non vogliono dire. Ma come? − è il ragionamento − Crozier è stato cacciato ancora prima di aprire un’inchiesta. Negli anni scorsi, erano passate settimane prima di rimuovere i capitani delle portaerei che avevano subìto incidenti mortali. E allora erano morte decine di marinai. Qui invece il comandante aveva agito per trarre in salvo i suoi.


La rabbia si sfoga contro un politico, il segretario della Marina, Thomas Modly, peraltro facente funzione, in attesa di un nuovo capo. È lui ad aver deciso di rimuovere Crozier, pare per evitare che a farlo fosse Donald Trump – il quale come sempre a buoi scappati nega ogni coinvolgimento. Ed è lui stesso a tirarsi la zappa sui piedi. Il 5 aprile è costretto a volare a Guam per spiegare all’equipaggio della Roosevelt perché ha cacciato il loro capitano. Lo fa come peggio non potrebbe, suonando arrogante: “Se non pensava che quelle informazioni sarebbero diventate pubbliche allora è troppo ingenuo o troppo stupido per comandare una nave come questa, oppure lo ha fatto di proposito”. È la goccia che fa traboccare il vaso. Come perfido contrappasso, l’audio arriva ai media. Due giorni dopo, Modly si dimette. La Marina ne ha ottenuto la testa, i conti sono pari.


Dal punto di vista umano, Crozier è stato coraggioso. Si è consapevolmente consegnato alla gogna e il suo equipaggio glielo ha riconosciuto, tributandogli ovazioni mentre lasciava la nave al grido di Cap-tain Cro-zier, Cap-tain Cro-zier. Ciò non rende il suo gesto meno grave dal punto di vista strategico. Non tanto per l’insubordinazione – vista l’emergenza sarebbe pure potuta passare, se fosse rimasta avvolta nel segreto di corpo. Soprattutto perché ha fatto trapelare informazioni sensibili utilissime per gli avversari. Per il mezzo che aveva per le mani, per il suo significato strategico, per il luogo in cui si trovava.


Primo, una portaerei non è una nave. È un pezzo galleggiante di sovranità statunitense, come amano definirla gli ammiragli. Gli Stati Uniti non ne hanno a bizzeffe: sono 11, comunque molte più di chiunque altro. Sono così importanti che solo da come vengono schierate in giro per il globo si colgono le priorità di Washington. Per esempio, se in Medio Oriente ce ne sono due, come fino a pochi giorni fa, si capisce che la superpotenza ritiene molto alto il rischio di un conflitto con l’Iran. Averle in un teatro consente di muovere fino a 8 mila militari, di essere ambigui, imprevedibili agli occhi del nemico. Bloccarne una vuol dire sospendere le operazioni di contenimento dei rivali.


Carta di Laura Canali - 2020

Carta di Laura Canali – 2020


Secondo, gli Stati Uniti sono una talassocrazia perché sono in grado di arrivare ovunque e di farlo sempre. Hanno una fitta rete di basi che lo permette, da Napoli nel Mediterraneo al Bahrein nel Golfo, da Diego Garcia nel mezzo dell’Oceano Indiano all’appoggio a Singapore, da Yokosuka in Giappone fino a Guam e Pearl Harbor nel mezzo del Pacifico. Ogni giorno nel mondo circolano decine di navi da guerra americane. A fine marzo nei mari ne circolavano 94. Spostarne così tante di continuo serve a rivendicare di possedere l’unica Marina capace di tenere aperte e libere le rotte commerciali, su cui viaggia il 90% delle merci. Avendone la forza, concedono al resto del mondo il lusso di dedicarsi agli affari invece che alla sicurezza degli approvvigionamenti. In questo senso la globalizzazione è il marchio economico del primato americano.


Perdere anche momentaneamente uno degli ingranaggi fondamentali di questo processo continuo e incessante è un bel colpo, per ora solo d’immagine. Ma non isolato: a oggi il virus si è diffuso su ben quattro portaerei, anche se la Roosevelt è l’unica che stava svolgendo compiti operativi. C’è materialmente il rischio di inceppare lo strumento principale con cui la superpotenza esercita quotidianamente il proprio primato.


Terzo, se il contagio fosse esploso con la Roosevelt attraccata in California, in Europa o in Medio Oriente, l’impatto non sarebbe stato lo stesso. In quel caso, gli Stati Uniti non avrebbero temuto che un rivale approfittasse di una portaerei fuori gioco per condurre qualche colpo di mano. Nel nostro continente è l’Esercito, tutt’al più l’Aeronautica, a svolgere compiti di deterrenza, di contenimento e di intimidazione del rivale regionale, ossia la Russia. E l’Iran è ben bloccato entro casa da uno schieramento che gli arriva a ridosso dei confini – si pensi alle basi in Turchia, Iraq, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Oman e Afghanistan.


Nel Pacifico asiatico, invece, le posizioni degli Stati Uniti sono molto più distanti fra loro. La rete ha maglie più larghe che altrove. Ci sono più militari, ma il fronte è assai più ampio. Sono le portaerei e il loro continuo andirivieni tra Singapore e il Giappone a tessere, come ragni d’acqua, la tela che tiene la Cina costretta entro le proprie coste. Ma la tela è fragile. Come quella di Penelope, per essere credibile deve essere rifatta quasi ogni notte.


Carta di Laura Canali - 2019

Carta di Laura Canali – 2019


Il buco nella rete si era già creato con la diffusione del virus a bordo. Ma non si sarebbero dovute dare a Pechino informazioni sull’andamento del contagio. Non in un momento in cui la Repubblica Popolare aumenta le attività nel Mar Cinese Meridionale, schiera mezzi militari nelle isolette contese, conduce esercitazioni più audaci nei pressi di Taiwan, affonda un’imbarcazione vietnamita accusata di pescare in acque non sue. E in cui soprattutto non segnala alcun caso di Covid-19 fra le sue Forze armate.


Che la Cina dica o no la verità conta meno dell’impressione che intende dare: approfittare del momento. Non per stravolgere gli equilibri: non sta per riprendere Formosa o per sottomettere il Vietnam o le Filippine soltanto per il forfait della Roosevelt. Può però irrobustire le sue posizioni. Lo avrebbe fatto lo stesso sfruttando la distrazione mondiale; ora agisce più indisturbata. Non è un caso che in settimana Washington si sia scagliata duramente contro i gesti di Pechino e abbia fatto trapelare il lancio di una Pacific Deterrence Initiative senza che sia ancora ufficiale. Sente che la coperta si è accorciata. Essendo in vetta, gli Stati Uniti sono quelli che più hanno da perdere. Il controllo sui mari è tanto più efficace quanto meno lo si mette alla prova. Anche il mito della U.S. Navy durerà più della sua effettiva superiorità.


La vicenda ha messo in luce anche la confusione burocratica statunitense − genetica, ma aumentata sotto Trump e con il virus. Ha evidenziato inoltre la forte spaccatura tra la Marina e i vertici dell’esecutivo. Neanche questa è una novità. Quello navale è il corpo più autonomo delle Forze armate, dotato di una propria cultura e mentalità strategica. Ha anche una tradizione di non mandarle a dire. L’ammiraglio Harry Harris, a capo del Comando del Pacifico sotto Barack Obama, era famoso per fare di testa sua con la Cina nonostante le cautele del suo commander-in-chief. E un giorno, esasperato dalle critiche (anche pubbliche) di Mike Mullen e William Fallon su Iran e Iraq, George W. Bush si voltò verso il suo segretario della Difesa Robert Gates e gli chiese: “Cos’hanno questi ammiragli?”.


Osservare la reazione delle potenze al virus è un utile indicatore su quanta sofferenza siano disposte a sopportare. Si può dunque sostenere che quella dei militari americani sia diminuita? Sì, ma con un grano di sale. Questa pandemia ha manifestato quanto la soglia del dolore delle nostre società si sia abbassata. E le Forze armate non esistono nel vuoto: della società sono lo specchio, anche se la leva è stata abolita.


Eppure, la soglia non è calata ovunque allo stesso modo. Negli Stati Uniti meno che in Europa, e in particolare nell’entroterra meno che sulle coste. Proprio lo heartland, dalla Georgia al Texas, dall’Ohio all’Alabama, resta il principale bacino di reclutamento dei militari americani, perché è il più povero e perché è il custode dell’ethos marziale della nazione, in linea con la sua violenta visione del mondo.


Inoltre, il soldato statunitense è abituato alla guerra: la fa ininterrottamente da trent’anni. A differenza dei nostri che al campo ci vanno ma con l’ordine di tenersi lontano dai combattimenti o comunque di non farlo sapere all’opinione pubblica – sai mai che brandisca l’articolo 11 della Costituzione che ripudia (parzialmente) la guerra.


Infine, non bisogna confondere due tratti caratteristici del modo in cui l’America ricorre alla violenza. Uno è l’avversione al rischio dei suoi vertici, tipica di una nazione poco curiosa del mondo benché la sua sicurezza inizi là fuori, oltre il mare, non presso le sue coste. Mentalità che si riflette nella propensione a cercare un’arma decisiva che sporchi le mani il meno possibile: i droni, i mercenari, la guerra cibernetica, la Bomba su Hiroshima. Un altro è la capacità di scattare al primo schiaffo, di gettare tutto il proprio peso dietro una sfida totalizzante. Anche se non sarebbe necessario, anche se controproducente, come insegna l’11 settembre. Reazione rabbiosa per nulla in contraddizione con la scarsa propensione a rischiare. Ne è, anzi, logica conseguenza. Se sei restio a muoverti, quando lo fai devi farlo con tutto il furore possibile.


Non c’è segno che il virus abbia infettato questa peculiarità antropologica. Nemmeno sul ponte della Roosevelt.

Da Limes on line