Di Fabrizio Burattini.

La tragedia del Coronavirus si innesta sull’altra tragedia ormai più che decennale dei migranti. La pandemia, si dice, non rispetta i confini. Che, invece, a forza e con più forza di prima, si fanno rispettare ai migranti.

Due giorni fa, il presidente francese Emmauel Macron, avendolo concordato con i suoi colleghi leader degli altri paesi della UE, ha comunicato la chiusura delle frontiere esterne all’Unione. Certo, si tratta di un duro colpo all’industria turistica ma è, soprattutto, un colpo mortale alle speranze di centinaia di migliaia di profughi che scappano dai propri paesi in guerra, o colpiti dalle calamità causate dal neocolonialismo e/o dal riscaldamento globale.

Ne abbiamo visto il preavviso nel criminale e brutale respingimento operato dalla polizia greca (con il sostegno e la solidarietà di tutti gli altri governi europei) contro le migliaia di profughi siriani che cercavano di entrare in Europa.

Ne vediamo ulteriori segnali nelle dichiarazioni delle ONG che annunciano di ritirare dal Mediterraneo le poche navi che ancora restano dopo i sequestri e le chiusure dei porti operate nei mesi scorsi dai governi italiani succedutisi a Palazzo Chigi. Nelle chiamate ad Alarm Phone da parte di gommoni in difficoltà che restano senza risposta. Nella chiusura delle mense comunicate una dopo l’altra dalle associazioni di solidarietà laiche o religiose, chiusure obbligate per la mancanza di volontari, confinati nelle loro case. Nella paralisi del già debole movimento di solidarietà impossibilitato ad ogni azione.

Nello dramma della nostra quarantena, non dimentichiamoci di chi sta peggio di noi.